SCUOLA/ Quei docenti che non cedono al fascino della “rottamazione”

- Marcello Tempesta

Come i docenti possono diventare protagonisti? La semplice competenza disciplinare non basta più, ma anche il “mettersi insieme ad altri” non è suffciente. MARCELLO TEMPESTA

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Reduce dalla Convention dell’Associazione Diesse (che il mese scorso ha radunato a Bologna 800 insegnanti sul tema Protagonisti nella scuola per la crescita della società), provo a comunicare quanto emerso da tale evento, singolare per passione partecipativa e ricchezza di esperienze.

Per chi, come me, non è un insegnante ma uno studioso che tenta di leggere i fenomeni educativi legando riflessione scientifica e attenzione ai processi reali, si è trattato di una occasione di conoscenza interessante: sintetizzando, direi che sono stati documentati tentativi originali di risposta a questioni di rilievo generale della nostra scuola. Ne enuncio tre.

Un dialogo intergenerazionale tra insegnanti. Le nostre istituzioni formative si dibattono tra eredità gerontocratiche e pulsioni rottamatrici: grazie a scellerate politiche, abbiamo la classe docente più anziana d’Europa, e ci priviamo del prezioso apporto degli under 35; d’altro canto, il nuovismo di chi vorrebbe fare olocausto di interi patrimoni di esperienza didattico-culturale si nutre della superficiale retorica del “tablet ad ogni studente”. Mi è parso perciò significativo che la Convention si sia aperta con una sessione, Giovani insegnanti all’opera, che ha dato voce a quanti si “ostinano” a cercare di insegnare. 

La scuola italiana deve porsi il problema di attrarre nuovamente giovani di valore e di permettere loro l’accesso all’insegnamento: ha bisogno della freschezza di chi testimonia che l’insegnamento nasce eminentemente come vocazione, della spinta culturale di chi possiede la passione per gli studi e l’impegno conoscitivo tipici dell’incipit della carriera. Tutto ciò a Bologna si è visto in azione: è stato confortante essere “ammaestrati” da un manipolo di brillanti neo-insegnanti o aspiranti tali, in un clima di alleanza intergenerazionale alieno da stucchevoli giovanilismi. 

Partecipando in passato alla Convention avevo notato un uditorio composto quasi tutto da persone esperte: esse costituiscono ovviamente una ricchezza, ma devono avvertire la responsabilità di operare una consegna e di non spegnere la fiammella dei giovani che vorrebbero insegnare. Non possiamo fabbricare sogni (i prossimi insegnanti non saranno molti): dobbiamo tenere però aperti luoghi dove si possa lavorare con chi, nonostante tutto, aspira a fare questo mestiere. Alla Convention ho visto quest’anno molti più giovani, ma al di là del dato empirico mi pare ci sia stata una precisa assunzione di responsabilità.

Una traiettoria di sviluppo della professione. Naturalmente motivazione e cultura non bastano: quello dell’insegnante è anche un mestiere e una professione, dimensioni che fortificano ed inverano motivazione e cultura. Occorre un lungo cammino per immedesimarsi con lo specifico della vita scolastica: provare a comunicare in modo vivo ad altri il patrimonio culturale per favorire il loro rapporto col mondo. Ciò implica la maturazione della professionalità composita di chi aiuta ad imparare, a giudicare, a fare esperienza: ben venga l’insegnante colto (magari fresco di dottorato di ricerca e in rapporto con il mondo universitario), purché consapevole che non basta una solida cultura disciplinare. 

Serve il duro tirocinio del quotidiano, la capacità di “piegarsi” sul bisogno altrui, di affinare strumenti teorici e operativi, di provare e riprovare imparando anche dagli insuccessi, di operare continuamente abduzioni e aggiustamenti. Davanti all’irrepetibile che gli si palesa davanti, chi insegna è chiamato a far emergere la dimensione creativa e artistico-artigianale del suo lavoro: quel sapere pratico che è figlio anche del tempo. A Bologna lo ha mostrato una insegnante più esperta, che per rispondere ai bisogni dei suoi ragazzi si è “inventata”, insieme ad alcuni colleghi di scuola primaria, un’attività di lettura sistematica di racconti, libri, fiabe chiamati fondativi “perché cercano di trasmettere la concezione dell’uomo che sta alla base della civiltà a cui appartengono, di rispondere alla domanda «che cos’è l’uomo?». Da essi emerge la nostra natura, i valori del coraggio, del sacrificio, della lealtà, dell’amicizia”. Un’avventura scolastica fatta di riduzioni di grandi romanzi appositamente realizzate per i bambini o di letture integrali, dal Magellano di Stefan Zweig a Pinocchio, dall’Odissea al Principe felice di Oscar Wilde, con imprevedibili esiti conoscitivi e formativi. Da questa integrazione di giovinezza ed esperienza il suggerimento di non concepire la carriera docente come un unicum indifferenziato ma di pensare complessivamente la teacher education e lo sviluppo professionale. Un percorso che presenta varie stagioni e tipologie: l’insegnante in formazione, l’insegnante principiante, l’insegnante esperto, l’insegnante tutor.

Un lavorio attorno alle Botteghe dell’Insegnare. Queste ultime considerazioni ci portano a riflettere sui possibili strumenti specifici di innovazione didattica e di crescita professionale. Quello proposto da Diesse, le Botteghe dell’Insegnare, è promettente ma ancora in via di definizione: nulla di strano, trattandosi di una esperienza in fase sorgiva, segnata anche quest’anno da notevole vivacità e da un fermento di sperimentazione. Alcuni elementi sono consolidati: la Bottega non si pone come il classico contesto di formazione nel quale ci si adegua alle indicazioni dell’esperto, ma come un luogo stabile di condivisione del sapere e di maturazione della professionalità in cui si lavora sull’oggetto e sul metodo dell’insegnamento e della cultura; un ambito di conoscenza per esperienza nel quale ci si ritrova attorno alla competenza di qualcuno, come nelle antiche botteghe attorno al maestro; un luogo di ricerca del come e del perché nasce tale competenza, di sperimentazione di percorsi formativi e didattici da verificare insieme.

Tra le 17 Botteghe (di carattere disciplinare, metodologico o organizzativo) emergeva una notevole multiformità: contenuti, metodo e finalità variavano molto, al punto da fare sorgere l’ipotesi che non si trattasse di un oggetto omogeneo, ma di oggetti organizzativi e didattici ben diversi. Una multiformità legittima e voluta, che tuttavia ha bisogno di essere ripensata per capire se ci siano, tra l’univoco e l’equivoco, elementi analoghi tra i percorsi posti in essere; o se non valga la pena di differenziare operazioni culturali diverse. 

Un altro fronte di riflessione riguarda il lavoro richiesto agli attori implicati: quest’anno in alcune botteghe disciplinari ai “maestri di bottega” si sono affiancati degli esperti esterni, che hanno proposto interventi molto ricchi su nodi culturali centrali. I frutti più maturi mi pare, tuttavia, siano emersi nelle botteghe più consolidate, quelle nelle quali, sul tema dell’intervento-stimolo, i partecipanti hanno portato il loro contributo (esperienze didattiche, tentativi in atto, artefatti realizzati), sotto l’azione di coordinamento del maestro di bottega in funzione tutoriale e di ricapitolazione sintetica (per non perdersi dietro la semplice narrazione di episodi accaduti). La Bottega perdeva le connotazioni di passività ed eterodirezione ed accentuava il protagonismo di tutti i soggetti coinvolti.

Mi pare, insomma, giunto il tempo per Diesse di una riflessione epistemologica e metodologica che non imbrigli la vivacità dell’esperienza delle Botteghe dell’Insegnare, ma permetta di compierla veramente e di proporla come un contributo autenticamente pubblico, giacché solo una energia di giudizio consente di fare un vero cammino conoscitivo e di imparare stabilmente.

 

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