SCUOLA/ Un prof: dopo lo sciopero (della Cgil) e l’educazione civica, cosa resterà?

- Gianni Mereghetti

Uil e Cisl hanno revocato lo sciopero, la Cgil va avanti. Ieri il ministro Profumo ha scritto una lettera aperta a studenti e insegnanti. Il commento di GIANNI MEREGHETTI

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Caro direttore,
i sindacati sospendono lo sciopero, tutti tranne la Cgil, gli studenti della rete andranno in piazza e i timori sono molto forti, tanto che lo stesso ministro ieri è sceso in campo a raccomandare di protestare sì, ma in modo democratico. 

Sono grato al ministro dell’iniziativa con la quale dimostra una volontà mai venuta meno di dialogare, tenendo in adeguato conto le richieste del mondo della scuola. A questo punto però la scuola chiede al ministro qualcosa in più. Profumo si sta rivelando un intelligente promotore di democrazia, risulta attento alle proteste che vengono da insegnanti e studenti, anche se si guarda bene dal pronunciarsi rispetto a qualsiasi tentativo di riformare il sistema. Anche nella lettera che ieri ha mandato al mondo della scuola dà una lezione di educazione civica, chiedendo, e ci mancherebbe altro!, il rispetto delle regole, l’ascolto reciproco e il rispetto delle diversità come condizione per un clima di costruttività. È tutto giusto, ma la scuola ha bisogno di qualcosa in più.

Occorre che riusciamo a cogliere il punto di forza da cui ripartire per costruire una scuola in cui ci siano sì le regole della democrazia, ma ancor di più la possibilità di trovare risposte efficaci alle domande che i giovani portano in classe ogni mattina. 

Oggi che cosa è interessante a scuola? Schierarsi lo si deve, ma per che cosa? Io mi schiero, non contro qualcuno, ma con qualcuno, per qualcosa. È l’esperienza quotidiana che faccio a scuola, ogni mattina entrando in classe, quando inizio a spiegare, quando mi addentro nei meandri del pensiero o dei fatti storici Quando sono a tu per tu con uno studente che interrogo, devo scegliere: scegliere se “schierarmi” con l’umano che urge, che si fa largo, che sussulta, che domanda il mio coinvolgimento. 

Questa è la scuola, qualcuno che si pone e, ponendosi, conosce, perché l’avventura della conoscenza accade solo per l’io che intercetta la realtà. Questo è ciò che abbiamo da portare a tutti, nelle assemblee scolastiche, dentro le piazze, sulle prime pagine dei giornali, nella rete, alla televisione: l’accadere, in una qualsiasi classe, del fatto che un ragazzo o una ragazza, conoscendo un fatto storico, facendo un esercizio di matematica, traducendo una versione di latino arricchiscono la conoscenza di se stessi. Che accada questo è l’educazione, ciò che ci deve far giudicare negativamente le procedure con cui la scuola viene soffocata, impedita a realizzare la sua genialità creativa.

Ecco perché la scuola non ha bisogno dello sciopero di domani. È sempre più evidente che queste forme di lotta sono espressione di una retroguardia ideologica che nulla ha a che fare con la vita reale della scuola. La scuola ha bisogno di altro, di gente che si impegni a costruire rapporti educativi positivi e liberi. Urge che nella scuola si abbandoni l’arma del “tanto peggio tanto meglio” al pari di quella, spuntata, di una democrazia delle regole formali: c’è da prendere e da subito una nuova strada, quella che porta un approccio positivo alla conoscenza. E questa è una strada che può essere presa solo se al centro della vita della scuola si mette la persona.

Questo, è vero, è diventato ormai un luogo comune; sono tutti d’accordo nel dire che la scuola è per la persona, il fatto è che questo principio viene poi negato in modo lapalissiano. Bisogna che ci si chieda il perché, ma soprattutto che si identifichino esperienze nelle quali la persona è al centro e si capisca quale ne è il segreto. Questo è il lavoro che spetta alla scuola, dopo il tempo di proteste che hanno messo al centro rivendicazioni particolari, al limite anche giuste. È tempo che si costruisca una scuola per la persona, una scuola capace di valorizzare e promuovere la ricchezza di insegnanti e studenti.

Andiamo a scuola con la certezza che una riforma del sistema sia necessaria, purché non ci si fermi a garantire le regole della democrazia (o gli scatti stipendiali), ma si cominci a promuovere la libertà e a valorizzare le risposte educative qualitativamente più efficaci. 

 

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