SCUOLA/ Così la lezione di filosofia è una scoperta sempre nuova

- Marco Ferrari

Per chi insegna filosofia nei licei non è facile trovare il modo e l’umiltà di mettersi insieme e cercare di andare a fondo della propria bellissima disciplina. MARCO FERRARI

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La parola poetica in Luzi come in Heidegger? (Immagine dal web)

In un tempo così difficile e così confuso com’è il nostro, fatto di crisi, rabbia e lamenti (e concorsi pubblici per insegnanti che hanno il sapore di un’illusione collettiva!), nel pieno dello sforzo lavorativo prenatalizio, è raro darsi del tempo per riflettere, per rimettere la propria attenzione a ciò che conta davvero, per tornare allievi di qualcuno, stando ad ascoltare tesi a scoprire una verità nuova e ripercepire tutto d’un tratto lo stupore pieno della conoscenza. Soprattutto per chi insegna filosofia nei licei non è cosa facile né immediata trovare il modo – e l’umiltà – di mettersi insieme e cercare di andare a fondo degli immensi contenuti della propria bellissima disciplina.

Accade solo se si trova un maestro da seguire, qualcuno da cui valga la pena andare a bottega, con il desiderio di vedere in atto un uso non ridotto della ragione, riappropriandosene e aiutandosi a mettere sempre più a fuoco, con precisione, l’oggetto che si insegna. È accaduto lo scorso 13 e 14 ottobre a Bologna quando, alla Convention nazionale di Diesse, abbiamo dato il via alla Bottega di filosofia, un gruppo di lavoro e di riflessione critica sull’insegnamento della nostra materia. La lezione introduttiva di Costantino Esposito sul problema aperto del nichilismo da Nietzsche a Heidegger (a partire dalla lettura del saggio di Martin Heidegger La sentenza di Nietzsche ‘Dio è morto’ contenuto in Sentieri interrotti) e quella di Carmine Di Martino sulla fenomenologia husserliana (a partire dalla conferenza di Edmund Husserl La crisi dell’umanità europea e la filosofia contenuta ne La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale) sono state un aiuto per molti dei partecipanti, in quanto hanno reso più desiderabile un cambio di passo nell’impostazione del proprio studio e nell’affronto delle lezioni in classe.

Esposito e Di Martino ci hanno aiutato a riprendere consapevolezza della domanda di senso che alberga nella ragione dei nostri allievi – del fatto che la loro ragione c’è ed è viva -, e che solo rivolgendoci ad essa possiamo evitare una ripetizione noiosa ed inutile di formule astratte. Personalmente, è stato un vero godimento riprendere nelle mie classi Agostino e Kant, Parmenide ed Anselmo d’Aosta, avendo più chiaro che la dimensione della filosofia è la ricerca di un senso inesauribile della realtà a cui tutti tendiamo.

In questa prospettiva, ogni problema posto e ogni tema trattato in classe diventa una sfida totalizzante che assorbe tutta l’ora di lezione, fino a modificarla nei tempi e nei contenuti. Il cuore del problema è stato toccato dal richiamo metodologico husserliano, per il quale “nessuna linea conoscitiva, nessuna verità singola dev’essere assolutizzata e isolata”, per favorire invece una costante riflessione della filosofia su sé stessa, sui suoi poteri e sui presupposti, quasi sempre inesplorati, a partire dai quali la pratichiamo ed insegniamo. L’invito ad evitare “continuamente il pericolo di cadere in unilateralità e di darsi troppo in fretta per soddisfatti” (cfr. E. Husserl, La crisi dell’umanità europea e la filosofia) si è rivelato efficace, in modo stupefacente, anche per quanto riguarda la questione del nichilismo nietzschiano e heideggeriano.

Il vero nichilismo, ci ha ricordato Esposito, non è quello di chi combatte e cerca di distruggere a martellate le verità metafisiche o religiose della nostra tradizione, bensì appartiene all’uomo colto che, con piccoli tocchi di martelletto, sa auscultare il vuoto dietro la parete, il nulla dietro ciò che ci appare. Il nichilista, ci insegna Heidegger, vive perciò soltanto di valori, posti dall’imporsi della metafisica della volontà di potenza, da coloro che brandiscono la propria forza per assicurarsi l’esistente e l’esistenza: “Il pensare per valori fa sì che l’essere non possa pervenire ad essere nella sua verità” (Heidegger, La sentenza di Nietzsche ‘Dio è morto’). L’essere autentico, invece, è afferrabile sempre e soltanto nell’evento del suo dis-velamento, in virtù della domanda con cui lo interroghiamo: “La risposta essenziale trae la sua forza dall’insistenza del domandare. La risposta essenziale è soltanto l’inizio di una responsabilità, nella quale il domandare si risveglia in modo più originario” (M. Heidegger, Poscritto a “Che cos’è la metafisica?”).

La stessa possibilità di vedere in atto la forza della filosofia è accaduta a Roma, giovedì 29 novembre, con il terzo incontro della Bottega, insieme a Massimo Borghesi sul tema “Fede e sapere in Hegel”. Più di 50 insegnanti si sono collegati in web conference da Milano, Bologna, Napoli, Piacenza, Rimini, Modena, Trento, Arezzo, etc.

Durante un’interrogazione, una studentessa ha affermato che Hegel era il suo filosofo preferito, poiché “la aiutava a usare meglio la ragione”. A partire da questa osservazione inaspettata il prof. Borghesi ci ha guidato per tre ore nei meandri della filosofia hegeliana, a partire dagli anni giovanili della formazione teologica – mettendo in luce l’influsso decisivo di personaggi del calibro di Hoelderlin, Schiller e Lessing – fino alla maturità del suo sistema. Secondo la moda filosofica del suo tempo, Hegel concepì il cristianesimo come un’eccezionale eredità da inglobare nella nuova vera espressione assoluta della ragione, ovvero nella filosofia.

E se il cristianesimo, agli occhi di Hegel, ha superato di gran lunga ogni religione pagana e lo stesso mondo classico, è stato per il fatto che con esso si sono introdotti nel mondo i principi della libertà e della soggettività dello spirito. Hegel riteneva che il Cristo storico fosse solo un profeta, la cui divinizzazione e la successiva trasformazione nel Cristo della fede è stata necessaria per l’educazione del genere umano a riconoscere la divinità dello spirito immanente all’uomo. Hegel ha dunque introdotto il tempo dell’eredità, della religione come eredità che dev’essere superata, per assimilazione, dalla stessa filosofia. Lo stesso Jacobi, in quegli anni, affermava che “o Dio è – ed è fuori di me – un essere vivente e per sé stante, o io sono Dio. Tertium non datur”. 

Conclude Borghesi che, secondo Hegel, “il Terzo esiste ed è lo Spirito che, attraverso il Figlio, procede alla negazione del Padre. La fede rimane, per i molti, ma il tempo della fede è passato. Lo Spirito del mondo cammina, con le proprie gambe, in una ‘viva impersonale bellezza’” (Borghesi, L’era dello spirito. Secolarizzazione ed escatologia moderna).

Con la fenomenologia husserliana, il nichilismo nietzschiano e heideggeriano, e l’idealismo hegeliano abbiamo cominciato a rivisitare, insieme, la filosofia contemporanea che si insegna nell’ultimo anno delle superiori, ripromettendoci di continuare il percorso.

 

Info: bottegadifilosofia@gmail.com

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