SCUOLA/ Concorso, per i quiz sulle lingue occorre lo spirito giusto. Eccolo

- Silvia Ballabio

Una insegnante si è cimentata nel quiz preselettivo per il concorso a cattedre. SILVIA BALLABIO riflette sui reali contenuti e le difficoltà delle domande

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A breve i docenti abilitati ma anche quelli di laurea relativamente fresca avranno una possibilità in più, grazie al concorso a cattedre, di svolgere in modo meno “precario” la loro professione, ma per farlo dovranno innanzitutto superare il quiz di preselezione con i 50 quesiti (detti in inglese “item”) di logica, comprensione verbale, informatica e lingua straniera, questa disponibile in quattro lingue, inglese, francese e spagnolo. Da docente laureata in inglese, francese e tedesco (quest’ultimo un po’ trascurato negli ultimi quindici anni, ammetto), mi sono cimentata con una buona batteria di items disponibili on line. 

Me la sono cavata bene, in inglese e francese direi anche molto agilmente;  e anche in tedesco, ragionando su desinenze e forme anche non più molto familiari, sono arrivata, in tempi decisamente veloci (secondo il cronometro che scandiva i secondi item dopo item) a risultati che, limitatamente alla sezione di lingua straniera, non comprometterebbero affatto le mie possibilità di successo nel resto del quiz. A questo punto la mia curiosità si era placata; la sezione di lingua straniera non è difficile (ma io la “patente di guida” ce l’ho già, e guido da tanti anni…). Alla curiosità è subentrato un interesse più professionale; il quiz è facile anche per chi “non ha la patente”? E, soprattutto, cosa verifica delle competenze del candidato? Domande apparentemente in successione, ma in realtà inseparabili. 

Cominciamo dalla seconda. Il modello seguito nella scelta e redazione dei quesiti sembra essere quello di una verifica analitica di conoscenze soprattutto morfologiche e morfosintattiche, ad esempio per la lingua francese di forme verbali e per la lingua tedesca di preposizioni e casi, mentre per l’inglese si va sulle collocations (“cosa segue a cosa”), con qualche puntatina qua e là sul lessico, a volte con forme idiomatiche verificate anche con la richiesta di scegliere la traduzione corretta.

In sostanza non si discosta molto da quello che è lo standard ormai imposto dalle certificazioni internazionali per l’area che va a delimitare e, a causa della natura del quiz stesso, test scritto con items a risposta multipla – non verifica le abilità (leggere, scrivere, parlare ed ascoltare) che sono presenti nelle certificazioni attraverso una articolazione in più sezioni. Mi si obietterà: “E’ un quiz, nemmeno si qualifica come un test, tanto meno come un esame”. Peccato che questo quiz faccia da sbarramento preliminare a chi vuole scegliere di andare in classe, con dei ragazzi, ed educare. E’ come se il test per la patente di guida non servisse a capire se chi lo passa sa come comportarsi sulla strada; solo dopo arriverà il test vero, per chi effettivamente dovrà mettersi al volante. 

Ma intanto qualcuno (tanti, se da 160mila candidati si deve arrivare ad un numero decisamente inferiore) al test non ci arriverà mai. Anche se sa già guidare, perché lo ha imparato con il papà nelle viette laterali, la sera (cioè insegna magari da qualche anno senza abilitazione, se è “giovane”, o fa il precario, pur abilitato, se è “vecchio”, da illo tempore)? Questo ci riporta alla prima domanda: il quiz è facile, adeguato, o difficile?

In merito alla prima domanda, azzardandomi a generalizzare, direi che un docente che abbia conseguito in passato (il più recentemente possibile: si dimentica molto velocemente una lingua se non le si è fatta propria) un livello di competenza linguistico medio (un B1+, nel Quadro Comune di Riferimento per le Lingue straniere), e che abbia praticato la lingua che conosce anche solo attraverso lettura di testi e occasionali contatti con la lingua viva, può mettersi davanti al computer ed esercitarsi, perché non dovrebbe faticare a capire i suoi eventuali errori. Se ha perso del tutto il contatto con la lingua, metta in conto un numero di ore abbastanza elevato, che andrà sottratto ovviamente, se ha la fortuna di  essere in classe, alla didattica ordinaria e all’attività personale di studio e ricerca.

Ma, qualunque sia la sua collocazione, se si mettesse in testa di approfittare dell’occasione del quiz per un refreshing serio della lingua, almeno limitato a quanto il quiz mette a tema, il mio consiglio è di desistere immediatamente; un conto è un caso del reported speech, o una forma del plus-que-parfait, o le desinenze di un Dativ Plural, un conto è la conoscenza completa e soprattutto la gestione complessiva, che tenga conto di registro, contesto comunicativo, contesto situazionale (traducendo malamente alcune delle funzioni di Jakobson…)  di una qualsiasi forma in uso nella lingua, o le sfumature di un vocabolo.

D’altronde, quale è stato il consiglio molto assennato di un collega di discipline scientifiche di fronte alle perplessità di un collega di altra area di fronte alla domande di logica? “Non devi ragionare sulle equivalenze o sugli insiemi, o metterti in testa di capire come funzionano, butti dentro le risposte e trovi quella che funziona”. Tutto qui. 

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