SCUOLA/ Senza lavoro non c’è conoscenza. Neanche in classe

- Dario Nicoli

Dopo l’articolo di Giuseppe Bertagna, DARIO NICOLI torna sul tema delle competenze. Che posto ha il lavoro nella missione educativa della scuola e nell’incontro dei giovani con la realtà?

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Foto Imagoeconomica

Nonostante le evidenti problematiche, il sistema educativo italiano ha decisamente superato la fase del dibattito sulla sua natura ed il suo compito, ed è entrato in una nuova stagione più operosa e propositiva. Emerge un nuovo ceto “militante”, non più ideologico ma pragmatico ed insieme appassionato, che spinge decisamente nella direzione di un approccio formativo più aperto, stimolante e coinvolgente. Si moltiplicano le unità di apprendimento, le attività laboratoriali, i progetti, gli scambi, l’alternanza, i concorsi, le reti e gli eventi in cui gli studenti sono protagonisti. Pur se in modo talvolta poco ordinato ed eccedente, il nuovo movimento educativo in atto rivela la consapevolezza del compito della scuola odierna: inserire positivamente i giovani nel reale facendo sì che i loro talenti possano essere riconosciuti, fatti fruttare così che si impegnino, contribuendo con la novità propria della loro generazione nell’umanizzazione della società. Questo esito non è scontato: incombe infatti il pericolo della distrazione dei giovani dalla vita reale, attratti come sono dall’iper-realtà, una sorta di palcoscenico sul quale rappresentarsi entro un ruolo fittizio, estetizzante e perennemente connesso, ma bloccato sull’attimo presente, troppo proteso ai bisogni e poco orientato ad elevarsi nella prospettiva del desiderio e del progetto. 

La scuola, per combattere la demotivazione dei giovani e sollecitare un loro coinvolgimento pienamente umano nella cultura come ricerca, scoperta e risposta a problemi e sfide, necessita di un’alleanza con forze sociali consonanti con il suo compito educativo, che consenta di svolgere esperienze autenticamente formative in grado di aprire lo spazio della conoscenza e le opportunità di comunicazione con il reale.

Una risorsa decisiva per questa alleanza e questo metodo è costituita dal lavoro, una componente fondamentale della vita della persona in grado di connettere il mondo individuale e la vita sociale, che consente di porre in atto un prodotto/servizio espressione della singolarità dell’individuo entro una dimensione comune, e quindi di tessere legami di reciprocità sociale. 

Si tratta in primo luogo di imparare lavorando: la modalità formativa del laboratorio mira non tanto a mettere in pratica i saperi teorici tramite sequenze operative di tipo addestrativo, quanto a formare persone competenti, tramite situazioni di apprendimento reali in cui l’allievo è chiamato a coinvolgersi attivamente svolgendo compiti e risolvendo problemi, così da scoprire e padroneggiare i saperi teorici sottostanti. Realizzando e donando il prodotto del suo impegno agli altri, egli fa esperienza personale di cultura e di socievolezza. 

Si tratta nel contempo di imparare a lavorare; per fare ciò, occorre liberare il lavoro da una schematizzazione ideologica che non rende ragione del cambiamento decisivo che è intervenuto nel passaggio alla terza rivoluzione industriale, quella dell’umanesimo tecnologico, al cui centro, anche per effetto della crisi, riprende valore il lavoro come azione libera e responsabile della persona, svolta entro un progetto condiviso, mirante a creare valore reale presso i destinatari che traggono dal prodotto-servizio un vantaggio in termini non solo di reddito ma di vita buona. È ciò che aveva affermato già Adam Smith il cui pensiero è stato decisamente travisato dagli economisti del circolo di Vienna, che l’hanno presentato come il propugnatore dell’egoismo individuale come fattore fondante la ricchezza delle nazioni. In realtà Smith – che non a caso ha scritto un libro dal titolo Teoria dei sentimenti morali – sostiene che il fattore mobilitante l’agire economico è innanzitutto morale, e precisamente il principio di simpatia ovvero la capacità di identificarsi nell’altro, di mettersi al posto dell’altro e di comprenderne i sentimenti in modo da poterne ottenere l’apprezzamento e l’approvazione.

La maggioranza delle aziende oramai da tempo non chiede alla scuola di addestrare gli studenti per adattarli a ruoli rigidi e prestabiliti, quelli in realtà occupati dai costrutti tecnologici, bensì di formarli a stare positivamente nel reale, scegliendo di accettare le sfide che gli vengono proposte e di coinvolgersi con i colleghi nel lavoro volto a trovare risposte valide e dotate di senso ai bisogni ed ai desideri delle persone e delle comunità. Risulta decisiva la valenza etica del “lavoro ben fatto” come responsabilità della persona che opera con piena coscienza del proprio valore: il lavoro neo-artigianale della terza rivoluzione industriale apre alla possibilità di una nuova comunità che può unire tecnologia e umanesimo, ed in questo modo può rappresentare un programma etico e culturale adatto alla sfida che le nuove generazioni si trovano a fronteggiare. 

L’alleanza tra scuola e lavoro si compie intorno alla comune responsabilità generativa: fornire ai giovani il meglio affinché siano capaci di scoprire il mondo. 

Venerdì scorso, 17 febbraio, si è tenuto il convegno organizzato da Diesse Lombardia sul tema «Per una professionalità docente rinnovata. Insegnare per competenze», ospiti Giuseppe Bertagna, Dario Nicoli, Silvano Tagliagambe, Carmela Palumbo, Giuseppe Cosentino. Guarda il video dell’incontro

 



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