ORA DI RELIGIONE/ Meno studenti fanno religione? Il prof: dipende da chi la insegna

- int. Felice Nuvoli

Secondo un rapporto della Cei è in diminuizione il numero degli studenti che frequenta l’ora di religione. Per FELICE NUVOLI il problema è la presenza dei sacerdoti

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Immagine d'archivio

E’ stato reso noto il rapporto a cura del Servizio nazionale della Conferenza episcopale italiana per l’insegnamento della religione. Dal rapporto si deduce che è in diminuzione il numero degli studenti che frequentano tale ora. Una diminuzione in realtà assai contenuta, nonostante i toni di certa stampa che ha parlato di “fuga dall’ora di religione”: siamo davanti, infatti – rispetto al 1993/94, quando si fece il primo rapporto – a una diminuzione di circa il 10%. Stando ai dati, l’89,8% degli studenti frequenta ancora l’ora di religione. Nel dettaglio, la maggior parte degli 800mila studenti italiani che si dedica a insegnamenti alternativi o – come succede per la maggior parte dei casi – a un’ora di svago e passatempo senza frequentare alcuna materia, si trova nel nord Italia. Al sud siamo infatti davanti solamente a un 2,4% di “assenteisti”. Ma il problema esiste, come fa notare a IlSussidiario.net Felice Nuvoli, pedagogista. “Non siamo certamente davanti a una fuga dall’ora di religione, come ha invece scritto qualche giornale usando toni trionfalistici, ma c’è un problema nell’insegnamento della religione nella scuola italiana”. Per Nuvoli, questo problema è la mancanza di personale ecclesiastico. I numeri del rapporto infatti parlano di una diminuzione costante di religiosi, sacerdoti o suore, e di un aumento del personale laico insegnante.

Professor Nuvoli, siamo davanti a una fuga dall’ora di religione come ha detto qualcuno?

Direi proprio di no. Quel tipo di espressione mi fa pensare al titolo di un film western all’italiana. Parlare di fuga con l’89% dei giovani che ancora frequentano l’ora di religione è eccessivo. Esiste però un problema vero.

Quale?

Il problema è che i sacerdoti dovrebbero porsi il problema di andare a insegnare religione nelle scuole. Tale insegnamento è infatti una possibilità di incontro con il mondo giovanile che viene letteralmente bruciata se i preti rimangono sempre rinchiusi in sacrestia o in parrocchia.

Lei sostiene che il problema della disaffezione dall’ora di religione ha questa radice?

Sì, io ritengo che il vero allarme da lanciare sia proprio questo: i ragazzi che lasciano l’ora di religione esprimono segni di disaffezione verso una chiesa, e verso una figura come quella del sacerdote, che non conoscono più.

Infatti i dati del rapporto parlano di una costante diminuzione dei religiosi all’interno delle scuole.

E’ infatti un dato interessante ed è un segnale allarmante. Io, che sono sacerdote e che insegno anche in una facoltà teologica, ai seminaristi dico sempre di dedicare la mattina alla scuola perché quello è il terreno dove possono incontrare i giovani. Secondo me è proprio l’incontro con la figura del sacerdote che permette all’ora di religione quell’interdisciplinarietà unica nel suo genere.

Cioè? Ci spieghi meglio.

Si può fare religione parlando di letteratura o parlando anche di cronaca, ma a condizione che il termine di paragone sia chiaro. Nel caso del sacerdote tale termine è chiaro: egli rende visibile il sacramento, non un insegnante con gli altri.

Dunque la prima condizione è una proposta educativa chiara da parte dei religiosi per poter parlare ai giovani.

Certamente, una proposta educativa che deve far perno su una presenza ecclesiale chiara. Non si tratta di dire, durante l’ora di religione,  facciamo la storia delle religioni o facciamo una cultura vagamente religiosa. No, ci deve essere la proposta di tipo tradizionale, che è quella della presenza della Chiesa nel mondo, una presenza di tipo educativo e che per forza di cose ha bisogno che sia il sacerdote a fare l’ora di religione.

Che ruolo gioca la famiglia in questa disaffezione dei giovani verso l’ora di religione?

La famiglia senza dubbio gioca purtroppo un ruolo importante. Oggi c’è una carenza della famiglia nella proposta educativa, infatti anche le statistiche dicono che dove c’è meno famiglia, cioè al nord, dove si è costretti a una frenesia e a ritmi di vita alienanti, più grande è l’abbandono dell’ora di religione da parte degli studenti. Nel sud Italia invece, dove c’è ancora in qualche modo un tessuto familiare forte, la percentuale di coloro che frequentano è più alta.

Bisogna che la figura del sacerdote torni a essere una presenza nella scuola italiana, insomma.

Nei toni con cui la stampa ha presentato questa indagine appare evidente una forzatura ideologica netta, allo scopo di enfatizzare quel 10% dei giovani che non frequenta più l’ora di religione. Se così fosse davvero, e non abbiamo motivo di dubitarne, non ci sarebbe molto da rallegrarsi da parte di chi da decenni ha fatto guerra contro l’ora di religione. Ma il vero aspetto preoccupante è che l’ora di religione sta creando una disaffezione perché non c’è una esperienza effettiva ecclesiale in quell’ora lì.

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