SCUOLA/ 2. A chi conviene eliminare il latino?

- Enrico Tanca

Dopo Biroccesi, Cassani e D’Avolio, continua il dibattito sull’insegnamento della cultura classica a scuola. Secondo ENRICO TANCA occorre fare un passo indietro e chiedersi perché si discute

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Foto Imagoeconomica

Il dibattito, in corso su queste pagine, sull’insegnamento della cultura classica a scuola, soprattutto sull’utilità o necessità di un’adeguata conoscenza linguistica – prerequisito necessario, come riconosce Elisabetta Cassani anche per quell’operazione intellettualmente raffinata e audace che è la “traduzione” – merita senz’altro di essere collocato in un contesto più ampio, storico e culturale. Entro tale l’orizzonte, mi limiterò poi a considerare solo la questione dell’insegnamento del latino.

«Un convegno tenutosi a Sassari nel novembre 2001 sul “Futuro degli studi classici in Europa”, ha dovuto prendere atto che ormai in quasi tutti i paesi europei quel genere di studi era stato rinchiuso in una specie di nobile zoo, un museo di viventi da ostentare, con l’orgoglio con cui si mostrano antichi gioielli di famiglia. Di fatto le riforme dell’istruzione pubblica, anche nei paesi di più solida tradizione umanistica, hanno in pratica condannato a morte le discipline classiche. L’esecuzione, forse per pudore e intima vergogna, non è pubblica e immediata, ma silente e quasi invisibile. Per eutanasia. Si comincia con il renderle opzionali nei curricula delle scuole medie (superiori, ndr), ponendole in alternativa con discipline di più immediata spendibilità – in Germania, ad esempio, il latino è in concorrenza con la lingua straniera – e quando il numero dei fruitori per intuibili ragioni pratiche scende verticalmente, non si fa altro che prendere atto della loro obsolescenza e inutilità negli assetti delle società moderne. L’ultima spiaggia diventa a questo punto l’università, ma non occorre molta fantasia per capire quale sarà l’esito del processo. La società, intesa come famiglie, struttura produttiva e istituzioni, guarda nel migliore dei casi distrattamente il processo di estinzione, talora l’asseconda convinta che sia un bene, talora lo attende con sottile piacere. Da molto tempo corre, e sempre più velocemente, dietro il mito illuministico del progresso infinito, afferra tutto quanto sembra spalancare le porte del futuro, affascinata dalla tecnologia e dalle “magnifiche sorti e progressive”, che promettono fra l’altro la felicità del successo economico e del potere che questo attribuisce. Il passato è solo zavorra, che si deve lasciare lungo i bordi della strada per camminare più spedito. Chi è moderno, non si guarda indietro» (Cicu, L., Il Lento naufragio della cultura classica, Sandalion, Vol. 23-25 (2000-2002), pp. 163-164).

La veridicità di questa descrizione, di dieci anni addietro, mi pare oggi ancor più dimostrata dagli eventi intercorsi, anche e soprattutto dopo le ultime riforme scolastiche realizzate in Italia. Per chi tuttavia ha il vizio di frequentare il passato, tale situazione non si presenta in niente innovativa e “strana” bensì la più recente versione di una partita iniziata parecchio tempo prima. Per comodità, la definiremo secondo la consolidata etichetta di querelle des anciens et des modernes. L’inizio quindi risale all’epoca in cui l’incipiente razionalismo moderno cominciava, ormai più di tre secoli orsono, la sua inarrestabile cavalcata, che lo avrebbe portato a trionfare, per uno di quegli imprevedibili paradossi storici, nel suo annullamento nichilistico. 

Ma anche dopo le tragedie immani del XX secolo non si è modificato il rapporto tra l’uomo del presente e ciò che lo precede: a ciò le società occidentali si sono ormai assuefatte. A partire da quella disputa, infatti, che sembrava essere puro fioretto tra accademici, progressivamente il passato cessa di essere l’inevitabile punto di partenza (anche di chi eventualmente poi l’avesse rifiutato se non ostentatamente ignorato), il dono amorevolmente consegnato dalla generazioni precedenti, la terra e il fertilizzante in cui riporre magari anche il seme di un innesto prodigioso e innovativo, insomma quel trádito non genetico che è, secondo Uspenskij, appunto la “cultura”: ciò che permette l’accogliente cura e quindi la coltivazione del nuovo.

Il passato, invece, diventa al massimo oggetto inerte su cui esercitare l’acribia della misura razionalistica (storicistica, filologistica, strutturalistica, formalistica, e tutte le varie forme di ragione –istica), quando non addirittura pre-testo per delirii ideologico-totalitarii, manipolatorii del passato e quindi anche del presente. Con ciò sia detto una volta per tutte che la museale esposizione di cadaveri mummificati e dettagliatamente analizzati con procedimenti scimmieschi delle scienze fisico-matematico-sperimentali, per quanto rivestita della pompa retorica che si nutre magari proprio delle conoscenze derivanti dagli studi dell’antichità, nulla ha a che vedere con il rapporto vivo, vissuto e vivente, con la tradizione. Quindi temo che anche molti laudatores temporis acti siano all’atto pratico risultati – forse involontariamente – volonterosi carnefici di ciò che pur predicavano di voler difendere e salvaguardare.

Di questa progressiva o ricorsiva rottura col passato fa parte la messa ripetutamente in questione dell’utilità (le parole sono pietre!) tout court delle discipline letterarie, soprattutto se legate alla cultura greco-latina, o più specificatamente dell’utilità del loro insegnamento a livello scolare medio, prima inferiore, e poi oggi anche superiore. Non è chi non veda che non si tratta di un processo di darwinistica selezione solo anticlassicistica, che comporti cioè il sacrificio di un mondo, a prescindere dal quale si possano salvaguardare altri aspetti della cultura del passato. La logica inesorabile di tale rottura sta producendo una voragine sempre più ampia, che sta facendo scomparire dalle scuole italiane nientemeno che Dante e Manzoni. Più le radici linguistico-letterarie dell’identità culturale di una civiltà sono recise e più ingigantisce il fossato che separa le sempre nuove generazioni dal contatto con una tradizione vivente, e quindi inevitabilmente sempre più lasciti di quella tradizione culturale diventano difficili, oscuri, lontani, non à la page: in una parola inutili perché innanzitutto non “moderni”, che deriva non a caso da modo, avverbio che indica qualcosa che è di “ora” soltanto. E quindi con ottime probabilità di essere effimero. 

L’ironia della storia vuole che l’aggettivo modernus compaia in Cassiodoro, proprio al tramonto di una civiltà. L’atteggiamento del “moderno”, quindi, per citare un noto aforisma (Cfr. Fumaroli M., Le Api e i Ragni. La disputa degli Antichi e dei Moderni, Milano, Adelphi, 2005), è quello del ragno che trae da sé la propria tela, in contrapposizione a chi, come le api, bottina il polline dai “fiori” degli antichi per produrre il miele. È in questo orizzonte intellettuale che va collocata l’ormai annosamente ricorsiva questione dell’insegnamento del latino in età scolare, della sua utilità e della salvaguardia delle conoscenze strettamente linguistiche o meno (tanto ci sono le traduzioni… o no?).

 

(1 – continua)

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