SCUOLA/ L’educazione alla legalità senza lo studio delle leggi fa proseliti?

- Franco Labella

FRANCO LABELLA replica a due interviste pubblicate su IlSussidiario.net che, a suo giudizio, arrivano alla stessa conclusione: educare alla legalità senza lo studio del diritto è possibile

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Foto: InfoPhoto

Caro direttore,

Giusto qualche giorno fa, tornando da scuola, mi chiedevo, anche dopo Brindisi, se e quando un editorialista autorevole (ho pensato a Rodotà, Zagrebelsky o magari Galli della Loggia), avrebbe avviato una campagna di opinione per spingere il ministro Profumo a rivedere la decisione del ministro che l’ha preceduto di eliminare lo studio del Diritto e dell’Economia nelle scuole superiori italiane.

Esempio poco europeo quello della Gelmini, ma si sa, l’Europa c’è quando se ne invoca l’autorità per il rigore economico ma scompare quando dovrebbe dettare la linea anche in campo educativo e scolastico.

Io pensavo a questo e mi ritrovo invece un’intervista, quella con lo psicoterapeuta Risè  che, sostanzialmente, ripropone il noto paradosso della “educazione alla legalità senza le leggi”, copyright di Max Bruschi, già consigliere politico della Gelmini.

Come se non bastasse arriva l’intervista al costituzionalista prof. Zanon ed il paradosso enunciato a suo tempo da Bruschi sembra far proseliti anche in insospettabili docenti, sia pure a livello universitario, disciplinari. Troppa grazia… Ma è importante che si avvii o si riprenda una discussione che può servire a far riconsiderare le scelte del ministro Gelmini.

Cercherò di sviluppare il mio ragionamento analizzando separatamente le due interviste che, sostanzialmente, pur partendo da presupposti diversi arrivano, paradossalmente, alla stessa conclusione: è possibile educare alla legalità senza lo studio del Diritto.

A proposito dell’intervista a Risè  le rivelo che l’esperimento che ho suggerito nel mio commento io lo sto conducendo da qualche anno. Ogni volta che posso farlo, racconto di questa insana decisione, l’eliminazione dello studio del Diritto, teorizzato prima dalla manager Moratti e realizzato dall’avvocato Gelmini (una decisione quindi paradossale considerando le professionalità dei decisori ma sarà un caso anche esponenti del centrodestra?), non tanto e non solo ai genitori dei miei studenti ma al macellaio, alla segretaria dello studio medico, al tassista e al barbiere e, qualche tempo fa, anche al primario di un reparto ospedaliero di cui ero ospite.

I genitori dei miei alunni sono i più stupiti ma non fanno parte del mio campione statistico perché sono solidali e magari empatici anche quando sviluppano ragionamenti complessi per dimostrare che questa genialata dell’educazione alla legalità senza le leggi è decisamente incomprensibile e si fonda sul nulla.

Non c’è uno straccio né di evidenza empirica e meno che mai  di ricerca scientifica che autorizzi i Bruschi ed i Risè a diffondere queste posizioni senza senso compiuto, eppure ci capita di leggere ancora oggi un’intervista come quella pubblicata dal Sussidiario.

La gente comune, che probabilmente non ha letto i libri di Risè,  ha il pregio, però, di confrontarsi con la realtà. Proprio il macellaio è stato quello che ha fatto, qualche tempo fa, il commento più originale e mi ha indotto a riflettere ulteriormente. “Prufesso’, ma se non studiano più il Diritto è come per la Matematica… mia nipote usa o’ computer ma nun sape e’ tabelline”. Tralascio la traduzione ma sottolineo che il sagace macellaio napoletano mi ha aperto la mente.

Alle regole ed allo studio delle stesse come tabellina, tessera fondamentale, non c’avevo, in tanti anni di insegnamento, ancora pensato.

Certo pure il mio ex studente di Caserta che mi venne a trovare in divisa da finanziere per rivelarmi che aveva capito solo dopo essere stato rimandato due volte nella materia giuridica (era assai prima dell’era Moratti-Gelmini) quanto contasse il Diritto anche nella sua esperienza quotidiana di “controllore di scontrini non emessi” manco aveva letto i libri di Risé sugli obblighi educativi dei padri. Pure lui, però, mi confermò che quando fermava clienti ignari dell’obbligo di emissione la risposta era invariabilmente “ma perché è obbligatorio chiederlo? E mi volete multare solo per questo?”.

In tanti anni, a partire dalle scuole frequentate dai figli dei commercianti che non emettono gli scontrini o dei medici che non rilasciano le fatture, se fosse diventato senso comune che i tributi servono a pagare i servizi di tutti forse non avremmo il tasso di evasione fiscale che abbiamo. Ma per capirlo, caro Risé, serve studiare a scuola il Diritto, l’Economia e pure la Scienza delle finanze. Altro che l’esempio parentale… magari dei papà psicoanalisti che non rilasciano le fatture, abusando di funzione e potere terapeutico, come è capitato di leggere qualche giorno fa su uno dei più importanti quotidiani italiani.

Ed allora, forse, se si fosse studiato a scuola la Scienza delle finanze magari gli spot sul “parassita sociale” che passano da settimane in video non sarebbero serviti e ne avremmo risparmiato i costi. E Risè parla di “erudizione giuridica”? No, le conoscenze giuridiche sono le “tabelline” del macellaio napoletano.

Ad un certo punto Risé sostiene che studiare il Diritto, a suo parere, non risolve. Però lo psicoterapeuta parte da un presupposto erroneo e pure indicativo: non confutando l’interrogativo del redattore sulla insufficienza dello studio del Diritto a scuola dimostra di ignorare che da due anni, nelle scuole superiori riordinate dalla Gelmini, il Diritto semplicemente non si studia più, è diventata “materia inutile” al pari della stenografia o della dattilografia dei bei tempi andati.

Ma Risé cosa conosce dello spirito con cui i ragazzi si sono accostati, in questi anni di sperimentali dove il Diritto c’era e si studiava, ad  un approccio che tutto era tranne che “erudizione giuridica”? Cosa sa di esperienze bellissime di crescita civile di ragazzi che vivono in situazioni ambientali dove il poliziotto non è il rappresentante dello Stato ma lo “sbirro”?

A parte un dato esperienziale che, con tutta evidenza, Risè non ha, ci sono nell’intervista posizioni veramente singolari come quando egli afferma che “il fare molte norme non porta assolutamente a uno sviluppo della legalità. Anzi la mette in pericolo, perché aumenta a dismisura la possibilità di violazione delle norme, diminuendo proporzionalmente il senso di legalità nel cittadino”. Che equivale a dire che per non produrre nuove leggi dovremmo punire chi copia il software con le obsolete norme sul diritto d’autore applicato alle opere letterarie oppure che è stato un errore regolamentare per legge la procreazione assistita! 

Insomma, secondo Risé, servirebbero meno leggi e soprattutto meno (o per nulla) studio delle stesse. Ma che dire allora del clamoroso autogol insito nella notazione di Risé che, citando l’evoluzione del sistema giuridico dopo il Codice napoleonico, non si avvede che in questo c’è una delle ragioni profonde che rendono necessario studiare il Diritto a scuola. Proprio perché la società è complessa, proprio perché le norme proliferano è necessario conoscerle. Altrimenti le norme stesse diventano un corpo estraneo e proliferano gli “azzeccagarbugli” di manzoniana memoria che trasformano i diritti in favori magari da ottenere con la corruzione.

Conoscere le regole è l’anticamera della democrazia partecipata e quindi altro che effetto deleterio dell’insegnamento disciplinare. 

C’è poi un aspetto che Risé sembra veramente non considerare e che può sintetizzarsi con la evidenza che, in alcune parti del Paese, c’è un problema educativo rovesciato: sono i giovani che possono essere forza di cambiamento di atteggiamenti dei padri. Sono i figli che si ribellano alla cultura violenta dei padri, come nel caso della ragazza calabrese che ha denunciato il padre come probabile omicida del suo compagno.

Figli che educano alla legalità i padri. E’ contro natura? Non lo so, ma so che se Risé conoscesse e studiasse certe realtà (e non penso solo alle regioni meridionali preda della criminalità organizzata e delle mafie ma persino alla sua civilissima Milano, la Milano di Quarto Oggiaro dove un tassista è stato massacrato per aver investito un cane ed i genitori hanno inculcato ai figli il dogma del “farsi i fatti propri”) non sosterrebbe posizioni come questa: “Intendiamoci: conoscere la Costituzione è una buona cosa, ma è illusorio – dove non è deleterio – pensare che sia un insegnamento disciplinare ad essere centrale nello sviluppo personale del rispetto della giustizia”. Deleterio pensare che un insegnamento disciplinare possa essere centrale per l’educazione alla legalità?

Ma Risé si farebbe curare da un medico che non conosce l’anatomia ma si professasse solo seguace dello spirito umanitario di Giuseppe Moscati? Si servirebbe di un commercialista che ignora il diritto tributario ma che gli garantisse di essere figlio di professionisti eccellenti? Non c’è che dire, a volte c’è più buon senso nei macellai napoletani che negli psicoterapeuti milanesi.

Passando alle posizioni espresse dal professor Zanon c’è da dire che la dotta disquisizione sul legalismo  positivista versus un giusnaturalismo rivendicato non credo serva a definire il problema di cui stiamo discutendo.

Anche ai miei studenti di scuola media superiore spiego la superiorità di un convincimento sulle norme che sarebbe ideale non fosse effetto dell’apparato sanzionatorio ma derivato del “foro interiore” per usare le parole di Zanon. Poi, però, siccome l’insegnamento del Diritto è un formidabile intreccio di educazione e istruzione, quando dagli aspetti teorici (molto limitati, si rassicuri prof. Zanon) si arriva a definire l’applicazione delle norme a partire dalla realtà più prossima allo studente, il regolamento di scuola, sono gli stessi studenti ad arrivare alla conclusione che spesso l’unico sistema accettato e quasi provocato da comportamenti scorretti degli studenti è legato all’uso dell’apparato, antico e vecchio, sanzionatorio. Insomma il foro interiore non sembra operare per il meglio…

Cosa autorizzi ,però, il prof. Zanon a sostenere che sia “molto difficile che un insegnamento di regole astratte, soprattutto quando è rivolto a giovani e giovanissimi, risulti coinvolgente” non è dato sapere. L’esperienza di docente delle superiori mi dice assolutamente il contrario, ma non si fa un passo in avanti se alle sensazioni di Zanon si giustappongono le mie. Nessuno dei due, in questa situazione, ha un approccio, se posso dire, scientifico al tema del rapporto “insegnamento del Diritto-educazione alla legalità”. Se si vuole affrontare il tema sarebbe il caso di lasciare spazio ad indagini scientifiche e ricerche tenendo ben presente che le scelte “abolizioniste” della Gelmini non sono supportate da uno straccio di valutazione nemmeno quantitativa sulle sperimentazioni Brocca, quelle che hanno introdotto lo studio del Diritto nei Licei sperimentali. 

Tralascerei anche l’altro equivoco sul Diritto come materia tecnica (è la giustificazione della sua presenza limitata nei Tecnici e Professionali) perché non rientra nel discorso che stiamo sviluppando.

Il problema è che, qui e ora, si sconta un atteggiamento sociale complessivo di scarsa attenzione alla legalità che è, sarà banale dirlo, innanzi tutto rispetto di regole note sperabilmente condivise. La scuola può non farsene carico delegando tutto alla famiglia secondo Risé e al “foro interiore” (evidentemente non  bisognoso di stimoli) secondo Zanon?

L’allarme di Zanon sul rischio che la scuola diventi il luogo per eccellenza (il “tempio” del titolo) della morale mi ha ricordato un allarme simile (lì veniva evocato lo Stato etico) lanciato da Ernesto Galli della Loggia in un articolo di un paio di anni fa a proposito di un insegnamento (la famigerata e fantomatica “Cittadinanza e Costituzione”) che l’autore dava come operante e valutata addirittura in pagella.

Ovviamente non era così, il voto non c’è nemmeno oggi e non c’è nemmeno lo studio della Costituzione che Zanon definisce “spesso trasformata in una sorta di icona sostitutiva di un sistema di valori che altrimenti sarebbe tramontato”. L’assenza di conoscenza genera ignoranza ed i valori non possono essere inculcati ma devono essere dedotti proprio dall’analisi della Carta. Solo così si può immaginare che le scelte etiche individuali siano il frutto consapevole di un’adesione convinta a principi noti e condivisi.

Noti e condivisi. Perché all’esempio finale del soccorso dovuto in caso di incidente del prof. Zanon, potrei ribattere che non molti studenti immaginano che l’ipotesi di omissione può riguardare chiunque si trovi a passare e non intervenga nonostante la “naturale propensione alla solidarietà tra gli uomini” citata dal costituzionalista.

Visto che Zanon fa un esempio che, a suo parere, rende superfluo lo studio del Diritto a scuola vorrei far conoscere al lettore la meraviglia che colgo nelle espressioni degli studenti a cui, nell’ambito dei corsi Ecdl che hanno anche un modulo comprendente gli aspetti giuridici dell’informatica, si prospetta la illegittimità del comportamento di chi copia software o scarica i film da Internet. Alla mia obiezione che sempre di “furto” si tratta sia pure nell’ambito della proprietà intellettuale, gli studenti di primo acchito ribattono “ma lo fanno tutti”. E ci vuole tanta sapienza e non solo l’appeal che farli ragionare sulla circostanza che anche di omicidi se ne commettono tanti ma non per questo se ne è decisa l’eliminazione come reato.

Come vedete, caro prof. Zanon e gentile dottor Risé, studiare il Diritto a scuola, serve. E spero che il dibattito prosegua, con un ampio coinvolgimento delle famiglie, fino alla revisione delle scelte del ministro Gelmini. Magari, vista la propensione all’uso dello strumento, il ministro Profumo, dopo quello relativo al valore legale del titolo di studio, potrebbe lanciarne uno proprio relativo allo studio del Diritto nelle scuole superiori.

Ho abbastanza elementi per immaginare un’ampia partecipazione. Perfino dei macellai napoletani.



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