SPENDING REVIEW/ Scuola, i tagli alle Province? Non toccheranno le scuole

- int. Giuseppe Catalano

Il processo di riorganizzazione dell’apparato statale al fine di razionalizzarlo non determinerà una riduzione dei servizi per i cittadini, come nel caso delle scuole. GIUSEPPE CATALANO

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Enrico Bondi insieme al premier Mario Monti (InfoPhoto)

Il terrore che la speding review possa trasformarsi in una falcidia impietosa inizia ad albergare anche tra le aule degli istituti scolastici. In senso figurato, ovviamente. Non sono di certo gli alunni a temere che, dal prossimo anno scolastico, gli istituti non possano aprire i battenti, mai i presidenti delle Province. Che, per bocca di Giuseppe Castiglione (presidente dell’Upi – Unione Province Italiane), hanno lanciato l’allarme: «i parametri scelti dal Governo per definire i costi aggredibili sono sbagliati. Perché si considerano come consumi intermedi anche servizi essenziali come la manutenzione delle scuole, delle strade, la formazione professionale». Stante l’attuale situazione, quindi, «non siamo in grado – ha denunciato – di garantire che i 5mila edifici scolastici che gestiamo possano iniziare l’anno scolastico». IlSussidiario.net ha chiesto a Giuseppe Catalano, professore di Economia pubblica nell’Università di Roma La Sapienza, se le cose stiano realmente in questi termini.

Tanto per cominciare – secondo il professore – è bene precisare il fatto che «l’accorpamento delle Province, di per sé, non ha immediati effetti sull’erogazione dei servizi scolastici, cui gli enti territoriali contribuiscono mettendo a disposizione gli edifici. Il processo in corso, avviato con il decreto legge n. 95/12, prevede un iter lungo e complicato, che passerà attraverso il parere delle Regioni e si comporrà di diversi provvedimenti legislativi. Si tratta di un processo importantissimo. Non solo perché ridurrà parte dei costi della politica e delle strutture pubbliche ridondanti, ma perché consentirà finalmente la riorganizzazione del sistema statale sul territorio modellatosi storicamente sulla mera esistenza delle Province, senza che ve ne fosse l’effettiva necessità, né alcun criterio di ragionevolezza economica». Per intenderci: «non si capisce perché gli archivi di Stato o i Provveditorati siano stati organizzati in modo che ciascuna Provincia ne avesse uno».

La logica di fondo ha condotto, sin qui, a dei veri e propri paradossi. Il professore ricorda uno dei più eclatanti: «quando venne creata la provincia di Prato, si istituì anche il relativo ufficio della Motorizzazione civile. Ora, siccome quella di Firenze è collocata nella zona nord, le due motorizzazioni si trovano a poco meno di un chilometro di distanza l’una dall’altra. E’ evidente che, in questo caso, l’accorpamento in un unico ufficio non comporterà alcun disagio per i cittadini». Il risultato, quindi, andrà ben oltre la riduzione dei costi della politica: «si determinerà una ridefinizione di un modello organizzativo statale assolutamente insensato. Ma attenzione: contenere i costi di back office non dovrà inciderà sui servizi per i cittadini». 

Veniamo, invece, al fattore che, potenzialmente, potrebbe condizionare l’operatività degli istituti scolastici: «Il contributo delle Province al risanamento dei conti è  stato definito in misura pari ad una riduzione di trasferimenti di 500 milioni nel 2012 e 1 miliardo dal 2013». Posto così, sembra un semplice taglio lineare. «Nel decreto sulla spending review – continua il professore – si afferma che le riduzioni da imputare a ciascuna provincia, sono determinate tenendo conto anche dell’analisi della spesa effettuate dal commissario straordinario». Bondi, in particolare, «ha analizzato la spesa per consumi intermedi delle pubbliche amministrazioni sulla base delle rilevazioni del Sistema informativo sulle operazioni degli enti pubblici (Siope)». Ovvero: «tutte le spese (a ciascuna della quali è stato collegato un codice) effettuate da ogni singola Provincia sono state comparate sulla base di una serie di criteri quali la popolazione o il numero di persone afferenti ad un determinato ente».

Da questo punto di vista, quindi, potrebbe determinarsi qualche problema interpretativo: «Si è trattato di un’operazione di standardizzazione dei costi basata su strumenti tutto sommato rudimentali e su informazioni non adeguatamente approfondite. Sono risultate, infatti, una serie di anomalie derivanti dal non aver tenuto in debita considerazione la necessaria differenziazione da operare all’interno di categorie di spesa differenti sulla base delle attività svolte dai diversi enti. Non è possibile, ad esempio, applicare il calcolo mediano della spesa standard per l’energia elettrica ad un ente come l’Istituto nazionale di Fisica nucleare, i cui soli Laboratori nazionali del Gran Sasso consumano 6-7 milioni di euro l’anno». Le obiezioni metodologiche espresse dalle Province, quindi, possono essere considerate legittime. «Si tratta, tuttavia, di un processo graduale, correggibile nel tempo, e connotato da quegli errori derivanti dal fatto che, per la prima volta, in Italia, si è iniziato ad analizzare questi dati con attenzione e in tempi contingentati per la necessità di salvare, quanto prima, i conti pubblici ed evitare l’incremento di due punti dell’Iva che avrebbe avuto effetti devastanti sulle attività economiche». 

In ogni caso, le preoccupazioni espresse dal presidente dell’Upi vanno ridimensionate: «La riduzione relativa al 2012 colpirà esclusivamente le spese non impegnate mentre, per quanto riguarda il 2013, credo che un’attenta ricognizione dell’acquisto di beni e servizi non sia solo doverosa, ma anche fattibile. Il ministero dell’Istruzione, ad esempio, ha avviato una propria iniziativa di spending review, addirittura precedente alla stessa nomina del commissario Bondi. Si spendono, ad esempio, per i servizi esternalizzati di pulizia delle scuole risorse del tutto superiori ai costi di produzione diretta ed alla qualità delle prestazioni ricevute». Se accade questo, c’è un motivo: «Sono in essere da anni convenzioni con società, cooperative ecc. alle quali il servizio venne affidato direttamente, alcuni questi contratti sono scaduti e in prorogatio». 

In tal senso, il governo non starà con le mani in mano: «Ha già avviato, con Consip, la possibilità di bandire gare nazionali per sostituire gli attuali contratti di servizio con nuovi meno costosi e più attenti ad una verifica della qualità. Dalle stime effettuate ci si attende un significativo risparmio da destinare alle scuole stesse per altre finalità. In sostanza, spendere meno si deve, ma soprattutto si può: ed è necessario che tutti gli attori affrontino la sfida con responsabilità e il senso dell’interesse generale». 

 

(Paolo Nessi)

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