SCUOLA/ Nativi digitali? No, “smanettoni”

- Paola Liberace

“Nativi digitali ed emergenza educativa” è il convegno che si è tenuto ieri a Roma, organizzato dal Censis. Significato, ambiguità e prospettive di una sfida. Il punto di PAOLA LIBERACE

scuola_computer_telefonoR400 Infophoto

Un computer su ogni banco? Potrebbe essere inutile, o persino dannoso, se prima non ne è stato messo uno su ogni cattedra. Detto in altri termini, prima di digitalizzare la scuola, è indispensabile formare gli insegnanti, che anche nel mondo digitale restano la guida imprescindibile degli studenti. È il messaggio lanciato dall’ex ministro dell’Istruzione Tullio De Mauro al convegno “Nativi digitali ed emergenza educativa”, organizzato ieri dal Censis. Il convegno è stata l’occasione per presentare la ricerca condotta in Calabria, su 2300 studenti di età compresa tra gli 11 e i 19 anni, per investigare le trasformazioni nelle modalità e negli ambienti di apprendimento, nonché nel cambiamento nel ruolo dei formatori e degli educatori.

Proprio su questo aspetto la maggior parte degli intervenuti ha mostrato di concordare con De Mauro, al di là della diffusa retorica del “rovesciamento” del rapporto docente-discente, che sarebbe provocato dalla Rete. Il caso della docente bergamasca che ha scritto insieme ai suoi alunni il libro di testo servendosi di internet, citato da due giornalisti esperti di innovazione come Luca De Biase e Riccardo Luna, dimostra, più che l’onnipotenza della rete, quanto il ruolo dell’insegnante sia tuttora fondamentale per indirizzare l’apprendimento. L’insegnante, lo ha ribadito il linguista Raffaele Simone, deve continuare a guidare, in quanto figura consapevole dei limiti, e dei pericoli, della tecnologia. Non bisogna lasciarsi fuorviare dall’atteggiamento delle nuove generazioni rispetto ai dispositivi innovativi: familiarità non è conoscenza – ha affermato Marco Zamperini di NTT Data -, e la dimestichezza con le interfacce non significa la loro comprensione profonda. 

Quella, verrebbe da aggiungere, che può essere assicurata solo da un approccio metodico e meditato, senza il quale l’utilizzo dell’innovazione si ferma a un livello puramente superficiale. La stessa ricerca sugli studenti calabresi, oltre a offrire una prospettiva inedita su una realtà tradizionalmente ritenuta disagiata e arretrata, ha mostrato tuttavia che alla grande diffusione di social network e giochi fa riscontro la scarsa pratica di strumenti come fogli di calcolo, applicazioni di videoscrittura e altri software didattici. Non basta fornire di un pc, o addirittura di un tablet, ogni studente – magari incoraggiandoli a leggere sullo schermo invece che sui libri – per digitalizzare l’apprendimento. Il suggerimento di usare le tecnologie per imparare a conoscerle può funzionare per gli “immigrati digitali”, già forti tuttavia di una formazione critica consolidata; ma non per i ragazzi, che di formazione hanno tuttora bisogno, malgrado la loro condizione di “nativi”.

O forse proprio a causa di questa. Dietro la crescente difficoltà di concentrazione, la diluizione progressiva dell’attenzione, la confusione – di cui ha parlato il professor Giuseppe Longo − tra realtà “virtuale” e realtà “reale”, l’impoverimento lessicale si nascondono altrettanti segnali di un cambiamento più profondo. La questione scolastica, e più in generale educativa, adombra una più ampia questione antropologica: il che implica la necessità urgente di una riflessione sulle modificazioni profonde che l’innovazione scientifica e tecnologica sta apportando all’umano. 

Senza demonizzazioni, le quali finiscono per sortire l’effetto opposto a quello sperato – è il caso dell’arroccamento pluriennale della scuola di fronte alla tv, ricordato dal sociologo Mario Morcellini. Ma anche senza facili entusiasmi: la passione e il coinvolgimento auspicati dal ministro Profumo come antidoto alla scuola “boring” non sono sufficienti per assicurare che il cambiamento sia infine positivo. Meglio allora parlare, come ha fatto il presidente del Censis Giuseppe De Rita, di una “scommessa sul dopodomani”: valida forse non solo per il vituperato Mezzogiorno – finora resistente a qualsiasi innovazione culturale − ma per tutto il Paese.







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