SCUOLA/ Se i padri degli “sdraiati” sono peggio dei figli

- Feliciana Cicardi

Dall’antichità ai giorni nostri il rapporto padri e figli è un must che sfocia in tragedie, romanzi, saggi, film. Adesso è la volta di Micele Serra con “Sdraiati”. FELICIANA CICARDI

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Ancora!

Dall’antichità ai giorni nostri il rapporto padri e figli è un must che sfocia in tragedie, romanzi, saggi, film. Tante parole forse troppe che fanno da alibi ad un agire, ad un vivere quei rapporti spesso difficili. Peccato che le riflessioni e le considerazioni partano sempre dai padri/adulti e poche volte (forse mai) dai figli, se non quando raggiungono l’età adulta. Un libro per tutti Geologia di un padre di Valerio Magrelli (Einaudi). Ma questi ragazzi/adolescenti (oggi young adult) si sono visti appioppare aggettivi coloriti e definitori; dai bamboccioni di Tommaso Padoa Schioppa via via fino agli sdraiati di Michele Serra.

C’è da dire che fino al decennio scorso il rapporto padre/figlio era spesso descritto come un conflitto generazionale in cui il figlio si ribellava al padre determinato e incarnazione di un’autorità che andava stretta. Penso al toccante film Harry and son con un grande Paul Newman in cui il conflitto non è solo generazionale, ma è determinato dal dualismo di bisogno di libertà e di necessità di un punto di riferimento. Oggi non è tanto il conflitto ad essere descritto, quanto l’analisi dello stato degli adolescenti-figli prodotto da adulti e padri quasi spettatori di uno status quo immodificabile.

È la sensazione che affiora dopo la lettura de Gli sdraiati di Michele Serra (Feltrinelli). Godibile nel suo stile ironico e disincantato, scritto con una penna felice, ci offre una fotografia quasi esilarante del figlio diciannovenne (ma non si vota a partire dai 18 anni?) ripreso nelle sue manifestazioni di autismo relazionale e di disordine. Calzini appallottolati dappertutto, bagno che si trasforma in uno stagno dopo la doccia dell’amato. E quale genitore non si può riconoscere in tanta confusione e barbarie “estetica”? E il padre Michele si chiede come sia possibile che suo figlio non possegga un senso “estetico”, perché non si appassioni alla vendemmia in mezzo alla natura e  ai colori dell’autunno.

E perché il suo generato sia tenacemente restio ad affrontare con lui l’ascesa al Colle della Nasca. “Se non vieni con me al Colle della Nasca non fai un dispetto a me. Lo fai a te stesso. Dai, vieni con me al Colle della Nasca (…) Te lo chiedo per piacere. Non farlo per me. Fallo per te“. Via via fino ad offrire soldi perché il figlio faccia quella camminata con lui. Chi s’accontenta…

C’è, non si può negare, un simpatico senso dell’ironia e dell’iperbole che rende la lettura fluida e stuzzicante. Il libro strizza l’occhio al lettore che si ritrova in situazioni analoghe a quelle descritte. Epater le bourgeois

Può darsi che l’intento inconsapevolmente sia questo, fidelizzando il lettore e  mostrando il padre Michele disposto a non ingerire più di tanto nella vita del figlio, a non essere (capace) di essere un padre che orienta con le sue regole la crescita del figlio. E per questa via con una ruffiana captatio benevolentiae. “Dicono che avresti avuto bisogno di un Padre. Un vero Padre. Che avresti avuto bisogno del suo ordine ben strutturato, ben codificato, così da poterlo fare tuo oppure confutarlo e combatterlo, e combattendolo diventare un uomo. Non c’è argomento che mi metta più in difficoltà. Del padre non ho che alcune attitudini. Per esempio quella, non trascurabile, di mantenerti con il mio lavoro e la mia fatica. (…) Ma riconosco che di tutte le altre tradizionali attitudini del padre – stabilire regole, rimproverare, punire, disciplinare – non sono un convincente interprete. Le volte che tento di riportare ordine, sottolineare regole, sento di avere il tono incerto dell’improvvisatore, non il tono di chi è sicuro del proprio ruolo” (p. 84).

E quanti non si possono non rispecchiare nella figura dell’incerto improvvisatore?

A questo punto la levità con cui è scritto il libro sembra diventare una sorta di superficialità, un common sense condivisibile da tutti coloro che si trovano impantanati nel guado genitoriale.

Ma è lo stesso Serra ad affermare, negandolo, che un padre che offre un ordine ben strutturato consente al figlio di farlo suo o di combatterlo. I conflitti generazionali ci sono da che mondo è mondo ma si sono sempre basati su di un rifiuto dello status quo di un rapporto personale o di massa nei confronti della società. Occorre sempre una figura adulta che proponga una visione della vita con cui confrontarsi, con cui anche scontrarsi. Senza che il pensiero vada ai padri padrone (di cui purtroppo le cronache ci raccontano dell’esistenza ancora oggi), un figlio ha bisogno di un padre che, senza tanto parlare, c’è per lui, a cui può legarsi nei momenti di passaggio della vita o, semplicemente, per chiedere un consiglio. Per poi magari rifiutare il consiglio, e a quel punto entra in gioco la libertà e il bisogno personale del figlio. Già, perché la situazione degli adolescenti di oggi non è aiutata in prima istanza da analisi sociologiche e culturali, ma da adulti che vivono la loro vita con responsabilità e rispetto dell’individualità dell’altro, soprattutto se quest’altro è un figlio. Un padre − semplice colto incapace − lascia sempre un “segno” nell’animo del figlio, persino nella sua mente. Con una scrittura incisiva esempi in Oriana. Una donna di Cristina De Stefano e Patrimonio di Philip Roth.

Nel rapporto con il figlio non ci si deve annullare, ci si deve giocare la faccia. Senza la pretesa che i nostri figli siano dei nostri cloni. Due libertà che si incontrano. Quel che ne sortisce è mistero che va oltre noi.

È il rischio e il fascino di educare, bellezza!

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