SCUOLA/ Meglio Google o il prof? Dipende…

- Giuseppe Botturi

Un insegnante entra sempre nelle stesse aule, e vede sempre le stesse facce, per fare sempre le stesse cose. Questa deriva abitudinaria fa bene o male alla scuola? GIUSEPPE BOTTURI

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Alcuni giorni fa ho avuto l’onore di partecipare a un convegno universitario all’estero, al quale ho dovuto presentare un aspetto della mia ricerca di dottorato. Contestualmente, ho avuto la ventura di perdere la coincidenza aerea da Barcellona ad Alicante, e così ho dovuto trascorrere una notte fuori di casa, ma senza essere ancora arrivato alla meta. Il caso ha voluto che in mia compagnia ci fossero altre tre persone, con le quali ho così potuto scambiare qualche parola. Due di questi sono professionisti che lavorano per società europee di servizi e di moda e io, da prof abituato a una vita lavorativa decisamente stanziale, ho ascoltato con curiosità i loro racconti di viaggio. Uno dei due mi ha spiegato che lui, di norma, prende l’aereo quattro volte alla settimana per spostarsi tra varie città europee, mentre l’altra persona dovrà presto trascorrere un intero mese fuori casa per curare l’apertura di un nuovo negozio in Sicilia. Mentre li ascoltavo mi veniva in mente il George Clooney protagonista di Tra le nuvole (Up in the air), e mi sono reso conto – come se non lo sapessi già abbastanza – che un grande numero di professioni avanzate nella nostra società esige una frenetica mobilità di persone.

A questo punto ho ripensato alla vita di una scuola, dove un insegnante entra sempre nelle stesse aule, e vede sempre le stesse facce, per fare sempre le stesse cose. Non c’è che dire, è un’attività che si presta a una certa deriva abitudinaria. D’altro lato, però, mi sono reso conto che proprio la fissità della scuola può essere, esattamente all’interno della nostra società, una risorsa per giovani e adulti. Dato che la parola fissità evoca un che di statico e ingombrante, preferisco ora usarne una più nobile per descrivere l’essenza di una scuola: stabilità. 

Ecco, un’istituzione educativa è, per sua natura, un luogo che ha una sua tenuta stabile, nello spazio e nel tempo. Innanzitutto nello spazio: sì, c’è un’aula nella quale bisogna entrare ogni giorno, degli studenti con i quali imbastire un lavoro ogni mattina, e – per loro – dei professori che sono sempre lì con loro. Immaginiamo i nostri studenti di oggi tra una decina d’anni: probabilmente in molti, laureati, lanciati verso una carriera aziendale – magari all’estero – dovranno correre qua e là per il mondo come i miei compagni di sventura aerea, e non avranno più l’occasione di entrare sempre nella stessa porta, facendo l’esperienza di un luogo fisico nel quale esserci e costruire. 

C’è poi il fattore tempo: un percorso scolastico si svolge nell’arco di alcuni anni, e offre ai giovani la possibilità di acquisire delle conoscenze, un metodo di studio, e un giudizio su di sé e sul mondo, per passi discreti, piccoli ma continui. Che un ragazzo lo accetti o meno, la scuola lavora in lui come la goccia che plasma la roccia, e gli comunica qualcosa in un cammino graduale (da qui appunto deriva l’ambivalenza della scuola, che può fare tanto bene, ma anche tanto male alle persone). L’agente commerciale con cui ho parlato in aeroporto mi ha confessato di apprezzare specialmente proprio questo della scuola: che essa può trasmettere un’intelligenza nel conoscere, tale per cui si può arrivare a capire che una poesia è bella. Altrimenti – mi diceva – il modo abituale che un giovane oggi ha a disposizione per imparare qualcosa è la “googleizzazione” del sapere, col ben noto risultato che nozioni apprese in fretta scivolano via con ancora maggiore rapidità.

È sotto gli occhi di tutti che la scuola – in Italia e altrove, per varie e serie ragioni – non goda al momento di ottima salute; eppure, essa continua a custodire un potenziale preziosissimo, che sta nel poter essere un ambito solido, non soggetto alle fluttuazioni di mercato e alla volatilità dei rapporti umani che tante professioni richiedono. In fondo anche Dante, nel salutare il suo amato maestro, ricorda proprio la pazienza con la quale egli lo ha condotto alle vette più alte del sapere: “… ché ‘n la mente m’è fitta, e or m’accora, / la cara e buona imagine paterna / di voi quando nel mondo ad ora ad ora /m’insegnavate come l’uom s’etterna … ” (If. XV, vv. 82-85).

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