SCUOLA/ Si possono leggere 10 righe dei Promessi Sposi (al biennio) e non capire?

Una delle parole di moda è multitasking. Intanto, nella mente di molti studenti esiste un perfetto svincolamento del pensiero dalla scrittura. Che cosa sta accadendo? GIUSEPPE BOTTURI

10.02.2013 - Giuseppe Botturi
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È oggi quasi una moda discutere del multitasking, ovvero della capacità sviluppata dai cosiddetti nativi digitali di svolgere più attività contemporaneamente: guardare un sito web, ascoltare musica, inviare sms… Sembra proprio che tale nuova abilità sia un marchio delle ultimissime generazioni, e che esso segni lo spartiacque tra chi è nato prima e chi dopo la diffusione massiccia dei social network. Premetto che, pur non essendo io un abile fruitore di tali strumenti, me la cavo discretamente e non ho riserve pregiudiziali contro le nuove tecnologie. Ebbene, da più parti si sostiene che il multitasking sia la causa di un drastico calo di attenzione e di concentrazione delle giovani menti (si veda ad esempio la prima parte del saggio di Paola Mastrocola Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare, Guanda, 2011). In qualità di insegnante di lettere, dirò che cosa osservo tra i banchi ogni giorno, presentando alcune situazioni tipiche.

Prima situazione. Leggo alcune pagine de I promessi sposi, in cui si descrive il comportamento di don Abbondio; si tratta di paragrafi di circa dieci righe, di taglio narrativo, senza riflessioni teoriche. Rimango sconcertato al vedere che buona parte dei miei studenti non capisce che cosa è stato appena letto, ed è perciò incapace di riassumerlo oralmente. Io ricordo che nel mio biennio la lettura di Manzoni, piacesse o meno, era comunque un’attività sostenibile da parte di qualsiasi ragazzo; oggi, invece, non è più così: c’è proprio una difficoltà forte di comprensione di un testo scritto.

Seconda situazione. Allo studente più scalchignato così come a quello più preciso, l’ortografia non è più cosa nota. Da quattro anni ho una classe che, a ogni correzione dei temi, mi regala con indifferenza la sovrapposizione della preposizione “a” col verbo “ha”. Non l’avessi mai fatto loro notare, non me ne stupirei; invece, nonostante richiami e individuali e collettivi, accolti con risate di superiorità, l’errore persiste. Si sa, però, che “a” e “ha” sono due parole molto simili; in fondo, richiedere di conoscerne la differenza è quasi come tendere un tranello ai ragazzi. E va bene, passiamo a un esempio inequivocabile: un caro studente, diligente e piuttosto bravo nei temi, scrive che un tale fenomeno di cui sta trattando “ha l’uogo” (!) in certe condizioni. Passi la distinzione a/ha, ma da quali profondità infernali emerge il sintagma “l’uogo”, dato che “uogo” – per quanto io ne sappia – non esiste affatto? 

Osservo, cioè, che nella mente di molti studenti esiste un perfetto svincolamento del pensiero dalla scrittura, tale per cui l’atto di scrivere si realizza a prescindere da un legame chiaro con un pensiero che lo precede. Nell’Odissea compare spesso l’espressione “parole alate”, per indicare che un personaggio rivolge a qualcuno un messaggio che sortirà il suo effetto, proprio come una freccia scoccata vola dritta al bersaglio. Ecco, io vedo invece tra i miei studenti parole “spennate”, che razzolano nell’aia del loro cervello ma che non sanno prendere il volo, e perciò non arrivano da nessuna parte.

Questa è pertanto la prima conclusione: in classe non vedo multitasking (e meno male!), ma il fenomeno opposto, cioè l’incapacità di saper svolgere una e una sola azione con completezza.

Propongo un’ultima situazione istruttiva. Quando ho richiesto a una classe di schematizzare poche pagine sull’Orlando furioso, uno studente mi ha consegnato un foglio, orientato in orizzontale, pieno di simboli e disegni (un cuore, un pastorale, il simbolo del dollaro, e altro) con una manciata di parole. Alla mia obiezione che quello non è uno schema di italiano, è stato risposto che quel sistema è il più efficace per memorizzare, poiché si basa sulla mnemotecnica, sviluppata da adulti esperti, e che perciò non si tratta di cose da ragazzini. Ammettiamo pure che ciò sia vero; resta il fatto che, così facendo, non si impara – anzi, si perde – la padronanza di un linguaggio disciplinare specifico (in questo caso, il dominio della lingua italiana nella sua forma scritta). È chiaro che il multitasking porta al travaso di un linguaggio (quello dei simboli grafici) in un ambito non  pertinente (quello testuale), cioè alla confusione dei linguaggi, e quindi anche alla confusione degli oggetti stessi: non si riconosce più un testo come testo, cioè come insieme di parole e di relazioni tra di esse.

Vengono in mente le parole di Manzoni: “Si potrebbe, però, tanto nelle cose piccole, come nelle grandi, evitare, in gran parte, quel corso così lungo e storto, prendendo il metodo proposto da tanto tempo, d’osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare” (I promessi sposi, cap. XXXI). Io noto che, a livello scolastico, è invalso un uso del linguaggio e della comunicazione (il “parlare” manzoniano) che non è più frutto di osservazione, ascolto e paragone tra sé (conoscenze e giudizio) e il dato (sia esso una pagina scritta, da scrivere, o altro ancora). Sulla stessa linea Catone il Censore (III-II a.C.) esortava così gli oratori: Rem tene, verba sequentur (“Tienti stretto all’argomento, le parole verranno da sé”). A me sembra proprio che lo studente medio oggi non sappia tenersi stretto alle res, alle cose, agli argomenti di cui si tratta; è spesso affetto da una fiacchezza mentale, cioè da una mancanza di energia nel comprendere, nell’afferrare un nucleo concettuale.

Quanto influisce, allora, il multitasking su questa nuova forma mentis? Una quindicina d’anni fa – questo è fuor di dubbio – io e i miei amici liceali non eravamo così dissestati, a prescindere dai voti che prendevamo; a quell’epoca, multitasking era una parola che non avevamo nemmeno mai sentito. Oggi, invece, essa è pane quotidiano e il dissesto generalizzato. Vi è dunque, forse, una correlazione tra le due considerazioni? A questo punto mi sento come l’amico di Sherlock Holmes che, attanagliato da oscuri dubbi, si sente rispondere con un autorevole: “Elementare, Watson”.

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