SCUOLA/ Città della scienza, nelle fiamme se n’è andata una parte di giovani

- Filomena Zamboli

L’incendio doloso che ha devastato Città della Scienza a Napoli lascia una ferita profonda nel cuore della città. Ma cosa ha significato per gli studenti? Il commento di FILOMENA ZAMBOLI

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Città della Scienza c’era. Gli studenti napoletani erano abituati al fatto che ci fosse, come le ceramiche di Capodimonte, la vista del Golfo, gli scavi di Pompei. Non c’è scuola che non stia annullando una visita di istruzione prevista per i prossimi mesi. Non c’è ragazzino piccolo o grande che non abbia guardato sgomento le immagini delle fiamme, che non sia rimasto stordito alla notizia. Le caselle mail delle scuole rimbombano messaggi scritti gli uni agli altri (Dirigenti, classi, docenti, studenti) perché la gara solidale cominciata subito non si esaurisca, e possa restituire alla scuola campana quanto la barbarie le ha tolto. 

Ci avevano persino esposto una canoa preistorica recuperata dagli scavi del Sito archeologico di Longola, una imbarcazione monossile, assicurata per milioni di euro data la sua unicità, testimone perenne che circa 4000 anni fa, età del bronzo, esistevano insediamenti di civiltà avanzata anche qui dove non si credeva la terra fosse emersa. I nostri studenti hanno imparato, a Città della Scienza, che i Sarrasti, artigiani lungo il fiume, erano in qualche modo i progenitori dei pompeiani. Nella sala dedicata ai vulcani si poteva capire come “funziona” il Vesuvio e cosa vuol dire un terremoto, perché si poteva “provare”. Città per la scienza, che non si impara sui libri o in un angusto laboratorio, ma vivendola proprio come si vive in una città fatta a misura. Non in silenzio, non dietro a un banco, ma camminando dentro le scoperte scientifiche che hanno fatto la storia dell’uomo. I percorsi erano ampi e diversificati, gli esperimenti da provare interessanti anche per gli adulti. C’era spazio per tutti, lì in riva al mare. E nelle sale, grandi e piccole, si ospitava ogni anno l’evento “fatto apposta” (come si dice qui da noi): “3 Giorni per la Scuola”, con gli studenti di tutta Italia e ultimamente anche d’Europa, grazie ai fondi strutturali europei.

Città della Scienza era così importante perché aveva realizzato quell’opportunità di “aula scolastica decentrata” che serve per uscire dal perimetro della classe e del banco e imparare facendo. In una regione come la nostra, che soffre da sempre di artisticità esasperata e a cui la restituzione dei dati Invalsi presenta il quadro oscuro del deficit matematico/scientifico, questo contesto esperienziale era diventato parte fondamentale per la costruzione del curricolo scolastico. In questi anni grazie ai fondi europei le scuole della Campania si sono dotate di laboratori scientifici e di Lim perché hanno avuto da modello la grande scuola della città. 

Il Science Centre di Città della Scienza era il primo museo scientifico interattivo italiano, con circa 350mila visitatori all’anno nelle sue aree. Al pari degli altri science centre, molto diffusi in Europa e nel mondo, la filosofia educativa di Città della Scienza è basata sull’interattività e la sperimentazione diretta dei fenomeni naturali e delle tecnologie.  Per questo è stato, da sempre, per noi un importante strumento di educazione e diffusione della cultura scientifica attraverso mostre, incontri con scienziati, progetti di collegamento tra scienza e società a livello nazionale, europeo, internazionale.

Le principali sezioni espositive hanno, man mano negli anni, rappresentato per le scuole il percorso naturale, di impostazione metodologica delle unità di apprendimento e dei percorsi di approfondimento che si progettavano per il curricolo, con uno sguardo attento e consapevole alla prospettiva educativa che si deve poter dare ai ragazzi che vivono in un territorio difficile e faticoso. Per questo la perdita è ancora più cocente: arrivare a Città della Scienza significava far “vedere” ai ragazzi che, in un pezzo di terra dalla bellezza suggestiva, sfregiato da un complesso industriale in disuso − scelta miope di politica occupazionale −, la bellezza vince perché, sul brutto, il nuovo e bello nasce ed educa, prepara nell’oggi il futuro. Questo luogo educativo a noi caro per “dove” era messo e per “come” era organizzato già a guardarlo ti diceva che un’altra Napoli e un’altra scuola è possibile, adesso.

Val la pena far capire al lettore cosa si poteva “fare” in questa Città costruita nel tempo. Attraverso un percorso di esperimenti interattivi, osservazione di fenomeni, illusioni percettive, la Palestra della Scienza consentiva ai ragazzi di seguire una sorta di filo d’Arianna alla scoperta delle leggi di natura e della complessità dei sistemi naturali. In questa sezione i ragazzi potevano replicare e sperimentare alcuni fenomeni legati al comportamento della corrente elettrica e dei campi magnetici, osservare il comportamento dei fluidi in movimento, studiare gli effetti delle forze, comprendere le proprietà della luce, del colore e le problematiche della visione, considerare le variazioni nel tempo e nello spazio di un corpo in movimento, studiare le proprietà delle onde, osservare sperimentalmente alcuni fenomeni che si verificano nel vuoto, effettuare esperienze scientifiche che permettono di individuare alcune regolarità che descrivono il comportamento della natura.

Nell’Avventura dell’Evoluzione per mezzo di un “racconto” avvincente erano presentati i grandi temi  trattati dalla biologia, come il mistero che ancora avvolge la vita, la sua origine e la sua diversificazione incessante, l’unicità dei caratteri della specie umana. E attraverso film, audio, reperti antropologici, “morphing”, strumenti di osservazione di ogni tempo, giochi interattivi – come quello della lettura del codice genetico – si consentiva ai ragazzi di ripercorrere il cammino evolutivo della Terra e delle specie che la popolano e  comprendere l’unicità dei caratteri evolutivi della specie umana. Il messaggio era che in tale dinamica evolutiva gli aspetti sociali, culturali e biologici sono talmente interdipendenti da rendere imprevedibile la linea di percorso che essa seguirà. In questa sezione un punto di ascolto permetteva di avvicinarsi alle ricerche di Darwin, Lamarck e Mendel sull’origine della vita e uno spazio informativo illustrava la storia della Terra confrontandola con quella dei pianeti più vicini.

Presso la mostra “Gnam, l’Agricoltura in Campania conta” promossa dall’assessorato all’Agricoltura e nata per trasferire l’importanza del settore alle nuove generazioni, attraverso nove tappe interattive (“L’agricoltura è cambiata”, “Seminiamo futuro”, “Paesaggi sensoriali”, “La Campania dà i numeri”, “La parola alle scuole”, “Mangia e muoviti con la Dieta mediterranea”, “Se mi conservi e se mi cucini”, “Doc, dop: chi è?” e “Raccolti in tavola”) giovani e giovanissimi potevano scoprire com’è cambiata l’agricoltura in Campania, quali sono i segreti del mangiare sano e quale è il ruolo e la rilevanza dell’agricoltura per l’economia e il benessere dei cittadini.

Nella sezione “Spazio, ultima frontiera” abbiamo vissuto le nostre attività transitando da unità didattica a unità didattica e perciò da isola a isola: solo i titoli delle sezioni sono suggestivi e rievocativi dei possibili percorsi di lavoro didattico: La fabbrica del cielo; La Terra dallo spazio, Lo Spazio dallo spazio, In volo fra le stelle, Verso l’infinito, e altro ancora.

Strumenti del passato: questa sezione della Città raccontava la storia della ricerca scientifica e della sua divulgazione: testi ed ipertesti, oggetti storici, modelli, simulazioni, ricostruzioni e strumenti di ricerca del passato più o meno recente, richiamavano costantemente alla memoria la dimensione evolutiva del sapere scientifico. In particolare, gli strumenti antichi sistematicamente catalogati ed esposti in quest’area, databili intorno ai primi anni del XX secolo, erano testimonianza tangibile di come si faceva divulgazione scientifica nei secoli passati. Si trattava di prototipi unici, così come gli armadi in cui si trovavano gli strumenti erano quelli originali del laboratorio della scuola di provenienza, fedele alla tradizionale suddivisione della fisica in meccanica, calore, ottica, elettricità e magnetismo, acustica.

La mostra-laboratorio “Nanomondo” era nata dal Progetto NanoToTouch, con fondi della Commissione Europea per realizzare aree espositive che permettano ai cittadini di fare un’esperienza diretta nel settore delle nanoricerche e delle nanotecnologie. Lo spazio Nanomondo esponeva il contributo delle punte più avanzate della ricerca scientifica in Europa, e oltre a testi sui concetti di base per accedere al nano-mondo, erano esposti oggetti realizzati con materiali nanotecnologici, come celle solari fotovoltaiche, chip nanometrici, materiali anti-macchia e anti-ossidazione, impianti biocompatibili, prodotti cosmetici di nuova generazione, ferrofluidi e tanto altro ancora.

Il Planetario di Città della Scienza era una delle attrazioni più spettacolari e apprezzate dai ragazzi, dotato di un sistema ottico e di uno digitale. Il planetario è un “simulatore di cielo”: quello di Città della Scienza era stato rinnovato per combinare al meglio gli effetti delle nuove tecnologie offerte dal Digistar 3 e la riproduzione della volta celeste mediante proiettore ottico Zeiss, coniugando valore scientifico-didattico e spettacolarità. Ma, soprattutto con l’obiettivo di analizzare, discutere e sperimentare le conoscenze in campo astronomico, Città della Scienza proponeva alle scuole e non solo un ricco catalogo di attività didattiche di astronomia. 

Se ci sentiamo feriti non è solo per quello che hanno bruciato, ma per come ogni spazio, attività, ricerca erano organizzati, curati, proposti: perchè “fare scuola” così voleva dire passare da scoperta in scoperta. Perché un bravo maestro lo sa che insegnare vuol dire organizzare una caccia al tesoro. Ora sarà senz’altro più difficile.

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