SCUOLA/ Insegnanti picchiano un disabile: cosa c’è in quelle teste?

- Guglielmo Campione

Il caso delle due docenti di sostegno di Barbarano (Vicenza) arrestate in flagranza di reato mentre picchiavano un ragazzo autistico. Il parere dell’esperto. GUGLIELMO CAMPIONE, psichiatra

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Immagine di archivio

Barbiano e Barbarano: solo due vocali e una consonante a diversificare due nomi di paesi della provincia italiana che paiono quasi identici. Una differenza abissale, invece, nel loro significato sociale, pedagogico e psicopatologico.

A Barbiana in provincia di Firenze don Lorenzo Milani fondò una scuola di grande significato simbolico e sociale ispirata da un principio sintetizzato nel motto I care, in inglese “mi sta a cuore”. Barbiana  fu un atto d’accusa nei confronti della scuola tradizionale, definita “un ospedale che cura i sani e respinge i malati”, in quanto non si impegnava a recuperare e aiutare i ragazzi in difficoltà, mentre valorizzava quelli che già avevano un retroterra familiare positivo, esemplificando questo genere di allievi con il personaggio di “Pierino del dottore” (cioè Pierino, figlio del dottore, che sa già leggere quando arriva alle elementari).

A Barbarano in provincia di Vicenza, invece, i carabinieri hanno arrestato in flagranza di reato e  tradotto in carcere a Verona una professoressa di sostegno, Mariapia Piron, e un’operatrice socio assistenziale Oriana Montesin per maltrattamenti nei confronti di un ragazzo autistico di quattordici anni. Denunciata anche una bidella. Con il consenso della famiglia, gli inquirenti hanno sistemato sul corpo del giovane microfoni e telecamere, con i quali hanno potuto accertare quel che chiunque (o quasi) stenterebbe a credere. Il ragazzo veniva picchiato, era oggetto di gesti ripetuti di vilenza fisica e verbale. L’adolescente, per il suo stato di disabilità, non è stato in grado di raccontare ciò che subiva, ma ne porta e porterà chi sa per quanto tempo i segni.  

Il giudice ha dichiarato che non si comprende il motivo di tanto accanimento né se vi sia stato un episodio di innesco della violenza. L’insegnante di sostegno pare si sia resa conto di aver travalicato, ma dice di essere stata esasperata da quel ragazzo.

Questo gravissimo episodio mette in luce l’esistenza nella classe docente di forme di sofferenza psicopatologica (già descritte e analizzate nel 2005, insieme a Vittorio Lodolo D’Oria, il sottoscritto, la maestra Anna di Gennaro, e i colleghi Iossa e Tripeni, nel libro Scuola di Follia).

Da un punto di vista epidemiologico psichiatrico nulla di strano purtroppo: la sofferenza psicopatologica è ubiquitaria nella popolazione generale, con diverse incidenze a secondo della fascia sociale, economica e culturale e quindi è possibile che anche un insegnante soffra di disturbi psicopatologici; ma certamente ciò che preoccupa sono le conseguenze collettive di questi disturbi, in un’età in cui i ragazzi sono più indifesi e non in grado di elaborare traumi con strumenti mentali adeguati (per quanto possano esserci adeguati mezzi per rendere ragione di atti violenti irrazionali). 

La capacità di attribuire ad un comportamento altrui, come ci ha insegnato Fonagy, un’emozione, un pensiero, una motivazione psicologica (es.: si comporta cosi perché è delusa, perché è arrabbiata, è arrabbiata perché è delusa, ecc.) è una conquista evolutiva resa possibile da un buon rapporto con genitori e insegnanti, sufficientemente sani, e non certo una funzione mentale presente in tutte le persone e in tutte le età.

Una delle conseguenze delle percosse fisiche ad un bambino o ad un ragazzo di quattordici anni, libero da disturbi psicopatologici, è che, non disponendo di queste capacità, possa sviluppare dissociazione della personalità e/o attribuire a sé la colpa: “se mi picchia vuol dire che ho fatto qualcosa di sbagliato anche se non so cosa”. 

In un ragazzo autistico, il cui stato dissociativo è la regola e le cui marcate difficoltà relazionali con l’altro rappresentano l’essenza del disturbo, è inimmaginabile quali, quante e quanto durature  possano essere le conseguenze in termini di gravi peggioramenti del comportamento socio-relazionale. 

Il ragazzo subiva percosse illogiche e, chiuso nella sua “bolla autistica”, non poteva dirlo ai genitori. Come abbiamo visto il padre racconta che quando lo portava a scuola il ragazzo si “pietrificava”. Con il linguaggio del corpo comunicava il suo terrore, contraendo e irrigidendo la sua corazza muscolare eretta a difesa estrema ma, ahinoi, insufficiente della sua dignità, del suo corpo e della sua mente.

Mi chiedo quali possano essere state le conseguenza sulla classe. Di questo nessuno parla. Cosa penseranno i compagni di queste violenze? Che un disabile le merita facendo spazientire gli adulti? Che gli adulti sono pazzi e violenti soprattutto quando detengono un potere? Che detenere un potere autorizza a schiacciare gli altri? O che altro?

I genitori sempre devono prestare attenzione, oltre che alle parole, al linguaggio non verbale dei ragazzi perché dove non ci sono parole per esprimere la vergogna e il dolore lì c’è il corpo a parlare, con il ripiegamento, la testa bassa, il mutismo, gli incubi, l’insonnia, l’assenza di appetito, l’abulia, la tristezza stabile, la regressione a comportamenti più infantili, la perdita di controllo sfinterico.

Ma cosa può essere successo a queste tre donne, due insegnanti e una bidella? Quello che colpisce in questo e altri episodi è il comportamento psicopatologico di gruppo. Cosa ha accomunato queste tre donne nella violenza ripetuta, cosa le ha coalizzate? Come può essere possibile per una donna che dona la vita, accudisce, comprende, conforta i propri figli, picchiare un ragazzo? L’impotenza a farsi capire, a comunicare? La scarsa responsività del ragazzo ha messo duramente alla prova la loro scarsa autostima professionale e personale? Ritengo di sì.

È difficile, qui, non avendo visionato i video dell’inchiesta e non conoscendo il profilo psicologico delle imputate − compito dei consulenti psichiatri del giudice e degli avvocati della difesa −, ipotizzare l’esistenza di pur possibili perverse dinamiche psicopatologiche fra le imputate, che paiono essersi coperte e rinforzate una con l’altra.

Mi chiedo quali fantasmi psichici inconsci individuali ha evocato la relazione con questo ragazzo, se l’insegnante di sostegno parlava di esasperazione. Gli abbandoni formano persone che spesso abbandoneranno a loro volta, la violenza subita forma persone che saranno violente a loro volta. Il Trauma non elaborato conduce ad una ripetizione coatta dello stesso dolore subito ma inflitto ad altri, questa volta. Queste donne insegnanti sono state oggetto di traumi a loro volta? O, come diceva Hannah Arendt, analizzando le motivazioni del nazismo, sono state mosse solo dalla “banalità del male”?

La relazione e la comunicazione con le persone autistiche è difficile per antonomasia e richiede conoscenza e formazione adeguata di cui le persone accusate non disponevano. Quel che è grave è che l’insegnante di sostegno (il termine assume alla luce di questi eventi un significato quanto meno sarcastico e paradossale), cui è fin troppo ampiamente delegata da molti insegnanti titolari l’intera gestione dell’alunno disabile (fino a configurarsi molto spesso come un vero e proprio scaricabarile che ricrea le vecchie e apparentemente chiuse scuole differenziali dentro la scuola ordinaria), non aveva né conoscenza adeguata del disturbo autistico né alcuno strumento di auto osservazione e consapevolezza di sé. Capacità di auto osservazione e consapevolezza di sé che, nel terzo millennio, sono da considerarsi, a mio parere, strumenti curricolari fondamentali e obbligatori per qualsiasi insegnante e addetto ad helping professions.

Certi episodi fanno pensare alla fenomenologia del raptus ripetuto: in questi casi il controllo corticale degli impulsi, sede della tappa finale dell’evoluzione filogenetica, viene sequestrato dal cervello rettile, violento e reattivo, rappresentato dal circuito dell’amigdala. Ne deriva un comportamento violento e impulsivo in cui non c’è pensiero e consapevolezza ma solo agito, quasi l’evacuazione di un impulso fisico, seguito talvolta persino da amnesia del fatto accaduto.

Ho tenuto seminari di formazione per presidi e insegnanti molte volte sui temi dell’esaurimento emotivo e motivazionale alla professione docente ed in tema di intelligenza emotiva: sono stati seminari affollatissimi all’inverosimile. L’interesse da parte degli insegnanti è alto. Ma dall’altra parte, diversamente da altri paesi europei come la Francia, dove periodicamente la salute degli insegnanti viene monitorata, in Italia nonostante il ministero sia stato stimolato e informato su questo fenomeni, poco è stato fatto sia per prevenire, sia per formare adeguatamente.

Temple Grandin, famosa persona autistica americana e docente di zoologia in università americane (gli autistici e i disabili non sono infatti − come la maggior parte delle persone credono, alcuni insegnanti compresi − dei deficienti, ma persone che hanno diverse forme di intelligenza dalla nostra che richiede d’essere conosciuta e annessa all’umana varietà) ha scritto un libro dal titolo “La macchina degli abbracci” che invito tutti a leggere. 

In questo libro spiega che quando andava in crisi dissociativa e di terrore senza nome, si rifugiava in un luogo stretto che fungesse da abbraccio e la contenesse fisicamente e questo la aiutava a calmarsi: probabilmente il terrore periodico cui andava incontro era quello psicotico della perdita dei confini, quasi un perdere la pelle che ci separa dal mondo e impedisce ad esso di invaderci, nullificandoci. Invece di abbracci, il ragazzo di Barabiano ha ricevuto percosse, che rappresentano il simbolo più perverso e al contempo impotente del comportamento umano invadente, simbolo di guerra e morte. 

Ma poiché nelle varie circostanze della vita, dinanzi ad una frustrazione personale e professionale isolata o ripetuta, tutti possiamo essere violenti o subire violenza, dobbiamo imparare ad esserne maggiormente consapevoli e imparare a comprendere quanto questi comportamenti possono essere sempre devastanti.

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