SCUOLA/ Le “letture” di un bambino: lo stupore dei piccoli, il compito dei grandi

- Luigi Ballerini

Cosa vuol dire “leggere” per un bambino? Forse non tutti sanno che anche dai 2 ai 5 anni un bambino può “leggere”, anche se questo forse ha un altro significato. LUIGI BALLERINI

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Ma i bambini leggono? Mai quesito è più attuale, soprattutto al termine della recente Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna che quest’anno ha celebrato il suo cinquantesimo. La Fiera non è solamente un grande espositore, e nemmeno un semplice crocevia di editori, illustratori e autori, è un reale luogo di dibattito sul mondo dei libri. 

Il Battello a Vapore-Piemme ha promosso quest’anno un vivace incontro di riflessione attorno alla lettura per i più piccoli. Il panorama che ne abbiamo ricavato è davvero interessante: se bambini e ragazzi leggono più della media della popolazione adulta (il 57,9% vs il 46%), quelli in età prescolare hanno un rapporto con il libro ancora più intenso dei loro fratellini più grandi. Certo, il modo di leggere di chi non sa ancora leggere è particolare: è colorare, maneggiare, sfogliare, guardare le illustrazioni, ascoltare dalla voce di un altro le storie dei libri loro dedicati. Questa “lettura” avviene per lo più con le mamme, ma ci sono anche i papà e i nonni. 

In particolare l’82% dei bambini tra i 2 e 5 anni sembra cavarsela benissimo da solo, in un rapporto col libro davvero personale. Non dobbiamo stupircene. Il bambino non ha obiezioni di principio alla lettura, è perfettamente in grado di inscrivere questa esperienza all’interno di tutte le altre esperienze che implicano il suo corpo. Non solo non ha obiezioni, ma lo fa volentieri, senza bisogno che si insista. E lo fa con le competenze che di volta in volta, secondo la sua crescita, si ritrova a disposizione. Per lui, come d’altronde per ciascuno, grandi compresi, la lettura è un atto di rapporto, è mettersi in rapporto con un altro, è compromettersi con la storia che viene proposta e il suo protagonista: che sia un altro bambino come lui, una mucca colorata o un topolino dispettoso fa poca differenza. I personaggi infatti vivono, si muovono nel mondo, affrontano questioni e cercano soluzioni. 

Ecco, le soluzioni. È questo uno dei valori della lettura, scoprire che c’è un altro al mondo come me – che sia di carta poco importa – che ha dovuto affrontare la mia stessa situazione e che ha cercato un modo per risolverla. Posso giudicare la soluzione che ha trovato per sé, valutarla buona e pensabile anche per me o rifiutarla come inefficace o inopportuna. 

Per questo noi scrittori per l’infanzia abbiamo una grande responsabilità, superiore anche a quella di chi scrive per gli adulti. Purtroppo in Italia si tende a non riconoscerla – la letteratura per i più giovani è, si perdoni il gioco di parole, davvero una Cenerentola nello spazio che le viene dedicato sui media, per esempio – tuttavia questo fattore storico-culturale non riesce affatto a minimizzarla. La responsabilità che abbiamo come scrittori riguarda proprio le soluzioni che i nostri personaggi suggeriscono ai piccoli lettori. 

Non è vero che tutto è uguale, che una storia vale l’altra. Da una stessa situazione difficile, ad esempio, possono esserci vie di uscita buone e altre cattive. Se da una parte dobbiamo abbandonare il furore pedagogico – soprattutto perché una storia pianificata a tavolino con l’intento di essere edificanti finirà per non piacere ai bambini – dall’altra non possiamo mai mancare di interrogarci su cosa stiamo proponendo. 

In questo processo ci sono anche i genitori, che soprattutto all’inizio propongono i testi. Che non abbiano paura dei libri, che non scelgano solo ciò che piace loro secondo uno sguardo adulto, ma favoriscano le preferenze dei più piccoli sempre con un occhio ai contenuti.

Per fortuna poi ci sono i bambini. Curiosi di tutto, sempre pronti ad appassionarsi e a immedesimarsi con le sorti di chi vive nei capitoli di quei libri che sfogliano sdraiati sul tappeto, che stringono prima di andare a letto o che vengono letti loro da un adulto favorevole. Sanno considerare il libro un amico speciale, uno splendido passatempo, un lavoro riposante, un modo per conoscere e contemporaneamente possedere e ricreare il reale. Soprattutto nel prescuola nessuno chiede loro di compilare schede o fare riassunti, possono leggere solamente perché è bello farlo e perché senza sarebbe un di meno.

Aiutarli a mantenere questo sguardo anche negli anni successivi è un grande favore che possiamo fare loro. Non servono programmi o strategie in casa, in fondo si tratta solo di trasmettere quella passione che abbiamo anche noi, contagiarli col gusto che proviamo nel leggere una bella storia. Facciamoli sedere accanto a noi sul divano mentre ci godiamo un libro e diamogliene uno in mano. A ciascuno il suo, in un piacere condiviso.

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