SCUOLA/ Test, classifiche, esame di Stato: Sestito (Invalsi) risponde alle critiche

- Paolo Sestito

Le prove Invalsi sono la chiave del rilancio del sistema scolastico? Sono esaustive? Vogliono sostituire i docenti? PAOLO SESTITO (commissario Invalsi) risponde alle critiche

scuola_bambine_letturaR439
foto: Infophoto

Caro direttore,
com’è normale che sia in questo periodo, l’Invalsi è al centro dell’attenzione e del dibattito. Tale dibattito non può che essere benvenuto e le critiche, anche radicali, su contenuti e utilizzi delle prove Invalsi non solo sono ovviamente legittime, ma sono anche occasione per meglio definire il senso delle stesse. Con queste brevi note non voglio quindi chiudere anzitempo questo dibattito, che come Invalsi credo anzi sia necessario continuare e per certi versi istituzionalizzare anche e soprattutto nella prospettiva dell’uso di queste rilevazioni nell’ambito del costituendo Sistema Nazionale di Valutazione (Snv). Ciò premesso, credo però utile sgombrare il campo da alcuni fraintendimenti.

1. Il primo riguarda l’idea attribuita al sottoscritto secondo cui i test Invalsi sarebbero la chiave del rilancio del sistema scolastico italiano. Ho delle personali riflessioni su questo tema complessivo che però tengo rigorosamente da parte quando devo parlare di quel che fa o ha in programma di fare l’Invalsi; le tengo da parte proprio perché le rilevazioni sugli apprendimenti (che non vanno ridotte a banali test) e le funzioni valutative dell’Invalsi (che vanno al di là delle rilevazioni sugli apprendimenti) possono contribuire al rilancio del sistema educativo italiano ma certamente non ne sono lo strumento principale (come ho già avuto occasione di spiegare in un mio intervento su Notizie della scuola lo scorso febbraio). Possono però contribuire e credo perciò mi si possa consentire una breve digressione sul come e sul perché. 

Le prove Invalsi consentono di comparare i livelli degli apprendimenti degli alunni di tutte le scuole italiane e per meglio effettuare queste comparazioni – andando oltre il banale risultato per cui gli studenti del liceo “bene” d’una città daranno in media migliori risposte di quelli d’una scuola situata in una zona degradata di quella stessa città – si raccolgono anche statistiche sul background familiare e su motivazioni e atteggiamenti degli studenti. Queste misure degli apprendimenti sono di qualità – in quanto frutto d’una attenta selezione ex ante, che dura più di un anno e che passa da un pretest delle domande – e intrinsecamente significative – perché cercano di misurare i traguardi formativi fissati nelle Indicazioni nazionali per il curricolo e perché sono orientate a misurare le competenze, intese come capacità di usare le conoscenze acquisite in contesti diversi e non scolastici, e non propongono test nozionistici a cui ci si possa addestrare mnemonicamente. 

Ciò nonostante esse non sono misure esaustive, né con riferimento all’alunno – per cui non possono e non vogliono sostituire la normale valutazione complessiva del singolo alunno affidata ai suoi insegnanti – né con riferimento alla scuola – ragione per cui l’Invalsi non pubblica i risultati delle singole scuole additando “buoni” e ”cattivi”, né tanto meno immagina di derivarne graduatorie di insegnanti. 

L’uso che se ne fa è duplice: a livello di sistema, per analizzare la situazione esistente (le differenze tra regioni, ad esempio, di cui prima di tali prove nulla si sapeva) e quindi, sperabilmente, aiutare a intervenire sui nodi esistenti (quantomeno consentendo al dibattito sulla scuola di essere basato su fatti e non semplicemente su opinioni); a livello di singole scuole, per fornire a queste uno specchio ove guardarsi e quindi meglio individuare propri percorsi di miglioramento. 

Su entrambi i fronti ancora molto resta da fare, ma si cerca di andare avanti, un passo alla volta: ad esempio, nel prossimo anno scolastico, da un lato si restituiranno i risultati alle scuole prima del solito (a settembre), per meglio facilitarne l’utilizzo quando nelle scuole si ragiona sul che fare, dall’altro si costruirà una sorta di repository delle esperienze d’uso delle rilevazioni a fini di riflessione sulla didattica e di predisposizione di iniziative di cosiddetta ricerca-azione; al tempo stesso, andando oltre il mero uso delle rilevazioni sugli apprendimenti, si avvierà la costruzione di un Snv in cui i risultati delle rilevazioni sugli apprendimenti saranno solo uno degli stimoli all’autovalutazione delle scuole, che dovranno soprattutto riflettere sui processi da esse posti in essere e sul come migliorarli.   

2. Il secondo fraintendimento è puntuale e riguarda il mandato e l’agenda di lavoro dell’Invalsi con riferimento alle rilevazioni in V superiore. L’Istituto si muove in base a una direttiva di medio termine del Miur (che fa peraltro a sua volta riferimento a quella che all’epoca era ancora una bozza di Regolamento sul Snv) che prevede il completamento delle rilevazioni universali degli apprendimenti con prove anche in V superiore. Non sappiamo – e non compete all’Istituto definire – se contemporaneamente verrà definita una riforma più complessiva dell’esame di Stato; allo stesso tempo, non è l’Invalsi che possa definire quali strumenti le università debbano e possano adoperare per selezionare e orientare chi voglia immatricolarsi ai loro corsi. È però evidente che una rilevazione standardizzata degli apprendimenti svolta in V superiore possa essere tanto parte d’un rinnovato esame di maturità quanto essere uno strumento adoperabile dalle università.

Immaginare che ciò possa avvenire credo sia un utile modo di programmare il proprio lavoro da parte dell’Invalsi. Auspicare che su tale possibilità, e più in generale sull’ipotesi d’una revisione dell’esame di Stato (in prossimità d’una scadenza quasi naturale quale il 2015, quando arriveranno in V le prime coorti interessate dalla riforma del II ciclo d’istruzione), si apra un dibattito nel paese non è quindi un tentativo di prevaricare la sovranità popolare tramite artifici tecnocratici. 

Semmai, l’obiettivo è esattamente quello opposto: evitare quanto accaduto con l’esame conclusivo del I ciclo, in cui le prove Invalsi sono state brutalmente assommate a quelle preesistenti, senza una riflessione complessiva sulla struttura di  quell’esame*.

*Il fatto che le prove che si stanno sperimentando per la V superiore non siano esaustive di tutti i saperi – cosa ovvia e prima già ricordata – è stato reso ben chiaro nelle presentazioni sul contenuto delle stesse:  http://www.invalsi.it/download/eventi/04042013/Paolo_Sestito_Introduzione.pdf, http://www.invalsi.it/download/eventi/04042013/Daniela_Bertocchi_La%20prova_INVALSI_2013.pdf e http://www.invalsi.it/download/eventi/04042013/Giorgio_Bolondi.pdf 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori