SCUOLA/ Toccafondi (sottosegretario): per “salvare” i giovani si apra alle aziende

Da oggi la scuola superiore, per alcuni, sarà finita. Sarà ora di decidere cosa fare. Perché la nostra scuola non sa orientare i giovani? GABRIELE TOCCAFONDI, sottosegretario all’Istruzione

26.06.2013 - int. Gabriele Toccafondi
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Con i colloqui di oggi si concluderà l’esame di Stato dei primi maturandi, che si lasceranno così alle spalle la scuola superiore. Molti di loro andranno all’università, altri, con il diploma in tasca, cercheranno un lavoro. Il tasso di disoccupazione è tre volte più alto per chi ha una formazione secondaria rispetto a coloro che hanno una formazione universitaria: a dirlo è l’ultimo rapporto dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che ha reso noti ieri i dati dell’ultimo rapporto Education at a glance 2013. Proprio in Italia, come molte indagini rivelano da un po’ di tempo a questa parte, le immatricolazioni sono in calo: c’è sfiducia verso la formazione universitaria, le famiglie e i giovani si rivolgono al mondo del lavoro. Effetti della crisi. Non basta però cercare lavoro per trovarlo. Senza una formazione capace di valorizzare tutte le attitudini dei giovani, i rischi sono da un lato la disoccupazione intellettuale, dall’altro la svalutazione culturale del lavoro, che tanti danni ha portato all’economia italiana. Fina dalla scuola i giovani devono poter sperimentare sul campo cosa significhi lavorare, dice a ilsussidiario.net Gabriele Toccafondi, sottosegretario all’Istruzione.

Concluso l’esame di Stato, ci saranno giovani che andranno all’università, altri che andranno a lavorare. Quale messaggio manda a tutti i giovani che sono incerti sul da farsi?
Il tempo che rimane a questi giovani indecisi può essere sfruttato al meglio per farlo diventare il tempo delle decisioni. Vorrei che gli «incerti» capissero che, per scegliere bene come proseguire nel cammino della loro vita, devono farsi accompagnare da chi è più esperto di loro, più grande, da chi già vive il mondo del lavoro e dell’università.

In che modo? Ha qualche suggerimento?
Per fare questo invito loro ad informarsi il più possibile ma non solo su internet o su una brochure. Andate direttamente nei luoghi di lavoro, affiancate chi già ha un’occupazione che vi sembra interessante per capire se è proprio quella che fa per voi, sperimentate il più possibile sul campo, direttamente, quale potrebbe essere il vostro, e nostro, domani. Così pure la scelta universitaria deve essere ben ponderata ed accompagnata.

Mai come ora «del doman non v’è certezza». Cosa dice a coloro che si affacciano in un mondo del lavoro in cui le imprese chiudono?
Molte imprese chiudono, è vero, ma molte altre aprono ed altre ancora resistono alla crisi puntando sulla ricerca, sui giovani e sul fare rete… Esistono anche nuovi lavori che ai tempi della mia maturità erano impensabili. Lorenzo De’ Medici scrisse il Trionfo di Bacco ed Arianna, dal quale lei ha estratto il famoso detto «del doman non v’è certezza», per parlare di cose altre, o alte e sicuramente non si riferiva alla odierna situazione precaria del lavoro.

Che cosa bisogna fare?

Dobbiamo tutti metterci in rete per aiutare i giovani a scegliere il loro futuro sin dagli anni della scuola secondaria. Per «tutti» intendo le istituzioni, le famiglie, le aziende, le onlus o associazioni varie e via dicendo. Durante gli anni di scuola i ragazzi devono fare almeno una esperienza lavorativa ed una all’estero per poter finire il ciclo di studi più consapevoli e più preparati per le sfide «del doman» che incontreranno.

Il rapporto tra scuola e lavoro non è mai stato facile. Perché?
Il rapporto scuola e lavoro è complesso e deve essere anche sostenuto, come ho detto pocanzi, da tutti le realtà che ruotano attorno ai giovani. Prima di tutto le aziende devono capire che è un valore puntare sulla scuola e le scuole devono capire che la collaborazione con i privati non fa perdere loro l’autonomia ma la potenzia. I nostri ragazzi oggi, durante gli anni scolastici, non fanno esperienze dirette per capire che cosa realmente può loro piacere, per che cosa sono portati. Bisogna aiutarli ad uscire dal loro microcosmo e presentargli un macrocosmo puntando sulla concretezza di quello che c’è, delle reali opportunità, di alcune occupazioni che sembrano meno affascinanti magari per il solo fatto che sono poco o per nulla conosciute.

Nella sua recente audizione il ministro Carrozza non ha parlato dell’apprendistato formativo, né di istruzione e formazione professionale delle regioni. Cosa può dire in proposito?
Il ministro in audizione ha detto chiaramente che l’istruzione tecnica e l’istruzione professionale sono fondamentali per il sistema scuola italiana: non è entrata nel merito delle due questioni perché stava dando le linee di indirizzo generali, non particolari quindi non intendeva sminuire alcunché. Confermo che stiamo già lavorando in sinergia per valorizzare tutto ciò che è importante affinché i giovani facciano una sana esperienza sia formativa sia professionale e in tempi brevi proporremo i primi provvedimenti in merito.

Uno dei problemi più gravi è la percentuale di giovani in Italia che non studiano e non lavorano, i cosiddetti Neet. Che cosa abbiamo sbagliato?
Nel 2009 i Neet erano in Italia più del 20 per cento nella fascia tra i 15 ed i 29 anni; dato superiore di sei punti alla media europea e aggravatosi nel biennio seguente. Solo la Bulgaria fa peggio. Se un errore è stato fatto è quello di non aver realizzato, in questi anni, nuove politiche di orientamento che non siano solo informative o pubblicitarie, ma esperienziali. Insisto su questo punto. Deve essere una reale sinergia, collaborazione tra scuola e lavoro come avviene in alcuni paesi anglosassoni. Per i giovani diventa impossibile scegliere dove continuare a studiare o che lavoro affrontare senza una reale conoscenza. La non conoscenza porta alla disperazione e ai numeri gravi che conosciamo. «I giovani – diceva don Giovanni Bosco – non sono mai un problema ma sempre una speranza». Può essere anche questa la sintesi di un piccolo programma di governo per i nostri giovani e la nostra Italia. Ridare speranza vuol dire anche ridare concretezza al rapporto tra scuola e lavoro.

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