SCUOLA/ Per “incontrare l’umano” occorrono le fiabe

“Il libro fondativo per incontrare l’umano”: un titolo importante e un po’ misterioso per un libro (Sestante edizioni) che si presenta come un interessante strumento di lavoro. FELICE CREMA

20.08.2013 - Felice Crema
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foto: Infophoto

Il libro fondativo per incontrare l’umano: un titolo importante e un po’ misterioso per un libro (Sestante edizioni) che si presenta come un volumetto con un’allegra copertina perfettamente intonata al sottotitolo “Esperienze di lettura ad alta voce in classe”. Sono 150 pagine, agili, che scorrono veloci, in cui sono raccolte numerose esperienze didattiche compiute nella scuola primaria, presentate a cura di Paolo Molinari, personaggio eclettico dai molteplici interessi, a lungo direttore didattico in una scuola paritaria, di Fiorenza Farina, insegnante elementare, con già una esperienza di pubblicazione alle spalle, di Maria De Nigris, appassionata insegnante elementare vissuta per molti anni in California. Tutti e tre felicemente e regolarmente sposati con figli (nove in tutto). E questo non è un particolare secondario per capire questo testo.

Il libro non è di grande mole. Ciò non toglie che proponga una struttura complessa, come emerge anche solo scorrendo l’indice che, con una felice intuizione, è collocato nelle prime pagine. Le tre parti che lo compongono sono della stessa ampiezza e rappresentano tre passaggi ciascuno dei quali è essenziale per comprendere la proposta. Nella prima è presentata l’intuizione teorica che regge il libro, frutto di un lavoro “nella” scuola e non “sulla” scuola, proposta attraverso la trascrizione di una conversazione con Paolo Molinari e attraverso alcuni “spunti di lavoro” che anticipano e chiariscono la chiave di lettura che ritroveremo nelle esperienze presentate.

La seconda propone le programmazioni didattiche che hanno guidato l’azione dell’insegnante. I testi di riferimento (i “libri fondativi”) sono tutti diversi con la sola eccezione di Pinocchio, presente due volte, giusto omaggio a un personaggio che potrebbe rappresentare il logo di questa proposta didattica. Si tratta quindi di un test molto ampio (undici “casi”, attuati in sei scuole diverse) che evidenzia molto bene, anche nel linguaggio, come ciascuna programmazione rappresenti l’esito del lavoro personale di ciascuno degli insegnanti coinvolti.

Punto di partenza comune a tutti è la passione per la lettura e la pratica della lettura ad alta voce in classe. Questi due elementi sono diventati occasione per dare vita a un percorso didattico in grado di affrontare due delle grandi questioni che l’insegnante, non solo elementare, incontra nella sua pratica professionale: come far percepire all’allievo che i tanti particolari di cui si compone la proposta di apprendimento non sono monadi che non si incontreranno mai, ma che, per quanto oggi ci possano apparire diversi e distanti, potranno, nel tempo, tra loro comporsi; perché vale la pena di imparare.

A queste due domande si dà una risposta caratterizzata da una prospettiva culturale, pedagogica e didattica più ampia di quella offerta da altre proposte, correnti sul mercato, che pure si richiamano ad aspetti per molti punti di vista analoghi a quelli presenti nella proposta del “libro fondativo”, in realtà bloccate in una prospettiva soggettivistica in cui la “narratività” è colta come “tecnica retorica” o come strumento perché ciascuno possa dirsi in chiave “autobiografica”, prospettiva questa dominante che si lega all’uso didattico della favola in chiave antropologica o psicanalitica.

La proposta del “libro fondativo” non si pone mai, né direttamente né indirettamente, in opposizione a queste prospettive che non vengono mai negate o fatte oggetto di critica, ma che sono di fatto integrate, potremmo dire contestualizzate, dalla presenza centrale di un altro elemento: la capacità del racconto e la scelta di modalità didattiche esplicitamente orientate a rispondere alla domanda di significato, fortissima negli allievi.

Decisivo è che il significato non venga proposto come un dato ideologicamente definito, ma come oggetto di una ricerca che rende progressivamente presente la risposta: una scoperta che si manifesta, nel tempo, attraverso l’incontro con la realtà. Il senso della realtà, infatti, o è “dentro” la realtà o non è: di questo i bambini sono certi, e forse proprio nella mancata indicazione di una strada su cui avviarsi che li aiuti a riconoscerlo sta una ragione decisiva tanto della fragilità umana che sembra inesorabilmente colpire le giovani generazioni, quanto del disamore all’apprendere che emerge prevalentemente alla conclusione del ciclo primario della scuola.

Una condizione essenziale perché questa opzione didattica mostri tutta la sua efficacia è bene espressa da una affermazione di Tolkien: “Le fiabe sono scritte per gli adulti e la loro importanza sta nel fatto che, mentre le leggono ai bambini, siano essi figli o alunni, riscoprono per sé il significato della vita nascosto tra le parole”. Queste parole vanno lette in tutta la loro potenza ermeneutica perché questo è vero non solo per le fiabe e centra una questione didatticamente cruciale: agli allievi non può essere chiesto di fare un percorso che l’insegnante non sia disposto a (ri)fare con loro.

La terza parte del libro propone un saggio sull’importanza della lettura ad alta voce, a scuola ma anche in famiglia, e la presentazione del pensiero di otto autori sul significato della letteratura. È questa un’apertura decisiva per la comprensione della proposta didattica che il testo fa. Ciascuno degli autori, che vanno da Tolkien a Florenskj a D’Avenia, offre infatti un punto di vista che, accanto a una prospettiva comune, illumina aspetti del significato della letteratura anche profondamente diversi, legati alla sensibilità con cui si accosta al tema. A questo proposito una piccola osservazione: perché in questa parte non si è inserito anche qualche passo di Flannery O’Connor che proprio su questi temi ha detto cose profonde e di grande attualità? Ma a questo neo si potrà facilmente rimediare in una, speriamo prossima, nuova edizione.

Questa presentazione non può concludersi senza sottolineare il percorso metodologico che sorregge il libro. Il primo dato lo troviamo osservando come tante persone, diverse tra loro e impegnate in contesti scolastici diversi, a partire dal quotidiano lavoro didattico, abbiano accettato di confrontarsi con l’esigenza comune a tutti gli insegnanti di far emergere un senso nel lavoro proposto che superi la dimensione strumentale e utilitaristica. Da questa scelta, per nulla scontata, è emersa una prospettiva di lavoro che è stata sviluppata in direzione sia degli allievi, sia – scelta meno ovvia e meno facile – dei propri colleghi, più o meno vicini fisicamente e/o ideologicamente. 

Questa assunzione di responsabilità ha generato il progressivo ampliarsi della prospettiva in cui l’insegnante riconosce il proprio compito professionale non attraverso l’ampliamento quantitativo del lavoro proposto agli allievi, ma impegnando sé e gli allievi nel suo approfondimento: non andare “oltre”, ma andare “dentro”. Questo cammino ha generato una compagnia “professionalmente orientata” fatta sia di colleghi che vivono la stessa condizione, sia di persone in grado di aiutare alla formulazione di ipotesi in risposta all’esigenza di ritrovare un senso non solo strumentale nel compito dell’apprendere proposto ai propri allievi, sia di maestri in grado di mantenere aperta questa prospettiva rendendo evidenti i suoi nessi con ogni aspetto significativo della realtà, cioè con ogni aspetto significativo della vita, propria e dei propri allievi.

È questo il messaggio forse più importante di questo piccolo/grande libro, che giustifica la sua lettura e il suo uso. Non per imitare, ma per avviare un confronto consapevole attraverso cui riconoscere le tappe di un percorso che non può che essere personale: dalla decisione di prendere sul serio un’esigenza che emerge nello svolgimento del proprio compito – e che spesso rischia di essere soffocata dalla routine quotidiana; alla scelta di intervenire nella propria proposta didattica non “aggiungendo” ma “sostituendo” e/o “approfondendo”; alla verifica della scelta compiuta sul piano tanto operativo quanto della capacità di “tenuta” di fronte all’obiettivo posto; fino a riconoscere che l’esercizio del proprio compito professionale non può mai chiudersi di fronte alle grandi domande che attraversano la vita dell’uomo.

Libro fondativo quindi perché traccia di un percorso umano che precede e dà significato alla proposta didattica che ne scaturisce, rendendola convincente perché aderente al dato, fiduciosa nella possibilità di comprendere la realtà e, per questo, in grado di essere accolta nella sua interezza. 

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