SCUOLA/ Si può ancora salvare dall’intreccio malato di politica, funzionari e sindacati?

- Giovanni Cominelli

“Acqua alle funi. Per una ripartenza della scuola italiana” di Mario Dutto offre una diagnosi approfondita dei mali della nostra scuola. E anche alcune risposte. GIOVANNI COMINELLI

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Intitolato “Acqua alle funi”, sottotitolo “Per una ripartenza della scuola italiana”, edito da Vita&Pensiero, il libro di Mario Giacomo Dutto è diviso in due parti: “Il coraggio della ragione”, nella quale sono evidenziate soprattutto le insufficienze, le magagne, gli errori del sistema educativo nazionale; nella seconda parte “Il coraggio dell’azione”, prevale la dimensione propositiva e progettuale. Conclude il libro “Una grammatica per la ripartenza”. 

Il titolo richiede una spiegazione, che l’Autore stesso fornisce. “Acqua alle funi!” fu il grido che lanciò un operaio di nome Bresca in quel 30 aprile 1586, quando fu innalzato in Piazza San Pietro l’obelisco egiziano, proveniente secondo Plinio da Heliopolis, oggi periferia del Cairo. Dei tredici obelischi di Roma, è l’unico mai caduto. Poiché la potente trazione esercitata sui canapi rischiava di incendiarli e di far crollare l’intero marchingegno messo in piedi per il difficoltoso sollevamento, il tempestivo grido di allarme, ad onta del divieto assoluto di parlare, impedì la rottura catastrofica delle funi. Trasponendo il grido nel presente, “l’operaio” Dutto intende soltanto dire che è possibile evitare il collasso del sistema educativo nazionale, se si attivano determinate condizioni. Non certo quella del silenzio. Una caratteristica positiva del libro è, in effetti, l’informazione esauriente sull’abbondante “letteratura critica della scuola” italiana ed internazionale. 

La chiave di lettura del suo percorso analitico e propositivo sta nascosta nel capitoletto finale: “Una grammatica per la ripartenza”. Nonostante l’antico appello del 1914 di Giuseppe Papini a chiudere le scuole, citato da Dutto, una scuola e una classe ci saranno sempre: “la disattenzione, la contrazione delle risorse finanziarie e l’inconcludenza dei progetti politici hanno creato difficoltà, ma non ne hanno scalfito la solidità”. Pertanto “Acqua alle funi non significa modificare l’impianto, sostituirne le impalcature o ripartire da capo, ma semplicemente raccogliere un suggerimento per spingere il colosso di pietra nella giusta direzione”. 

In questa prospettiva viene fortemente recuperato il ruolo della burocrazia scolastica, di cui tuttavia non si parla benissimo lungo tutto il libro; anzi, “non sembra avere un titolo per una politica diversa” da quella che fin qui ha condotto. “Eppure probabilmente solo chi ha avuto le mani in pasta in un regime così contorto, intrecciato e complesso possiede le chiavi, in termini di conoscenze e tecnicalità, necessarie per smontarlo e sostituirlo con un meccanismo di nuovo conio”. Tutta l’ampia descrizione fenomenologica, in cui si alternano rilievi critici, puntualizzazione del malessere di scuola, suggerimenti di rimedi leggibili in filigrana, sotto la scorza delle critiche, si muove dentro questi binari di un sostanziale ottimismo riformistico. Conta moltissimo, in questa interpretazione, la vicenda personale dell’autore, passato dal campo di battaglia della scuola militante a quello dell’amministrazione, in cui ha svolto ruoli di direttore generale, continuando a svolgere attività accademica e di ricerca in stretta interazione con la pratica educativa, consapevole che “l’educazione migliora la mente e una mente ben formata migliora l’educazione”.

Dutto non condivide il pessimismo strategico di molta produzione critica, benché egli stesso non sia cieco di fronte alle evidenti défaillances del sistema e alle sue “linee di sfaldamento” e benché ne individui le radici nell’obsolescenza del modello. Ma non sembra molto interessato ai tentativi di proposta di un altro modello. L’obelisco è pur sempre solido. Tutta la prima parte del libro alterna la ripresa di moduli critici, ritrovabili in molta letteratura, e l’invito a osservare da vicino il microcosmo della scuola. È una sorta di lunga conversazione sulla scuola, che intreccia dati, wishful thinkings, critiche. “Le riforme amministrative non hanno prodotto evidenze di miglioramento della scuola; c’è anzi una distanza abissale tra il mondo dell’amministrazione scolastica e quella realtà fatta di ragazzi respinti a scuola, adolescenti in bilico e privati del futuro, talenti ignorati e percorsi di crescita interrotti o deviati”. “La visione dello Stato come attore principe nel campo dell’educazione condiziona ancora il modo di pensare, diventa un fattore di precomprensione, sostituisce la ricerca libera di soluzioni con un range limitato di misure da adottare”. “Coorti di studenti hanno attraversato i cantieri della scuola rimasti aperti troppo a lungo, senza mai sentirsi a casa”. Perciò descrive l’avvicendamento delle riforme, tra il cabotaggio e la rotta incerta, denuncia come una patologia “la passione per gli organici” e “la saga dei precari”, quale prodotto di perverso intreccio tra politica, amministrazione e sindacati. È consapevole che nella nostra scuola, che pure è stata investita del ruolo improprio di “zattera di salvataggio” per ogni male sociale e di sostituto di ogni inadempienza educativa della società e delle famiglie, “l’eccellenza si riveli troppo domestica”, in relazione ai dati comparativi su scala internazionale. Si associa a quanti lamentano “i debiti dell’ignoranza” e lo scollamento tra sistema educativo e mondo della produzione e delle professioni, che sottoproduce un effetto di “inflazione scolastica”. Avendo egli vissuto come protagonista e come vittima l’elaborazione di decisioni − che poi la politica, il sindacato e l’amministrazione capovolgono regolarmente nella legislatura successiva − relative agli ordinamenti, ai curricula, al tutor, al portfolio ecc…, invita a ponderare il processo di costruzione delle decisioni, affinché sia meno volatile e superficiale. Insomma, la prima parte del libro non è solo destruens, perché si muove sul filo dell’osservazione critica, dell’analisi empirica e della “prescrizione” relativa a che cosa si dovrebbe/potrebbe fare di diverso e più efficace. In questo contesto viene messa sotto la lente la condizione degli insegnanti, presi tra generosità, stress, bassa considerazione sociale, assenza di valorizzazione e di carriere.

Né sfugge la questione decisiva, quella della centralità dei ragazzi, dell’apprendimento difficile e della loro solitudine, nonostante il rumore scolastico che li avvolge. Aiuta, qui, una citazione di un libro di Umberto Fiori, il quale appartiene alla preziosa tipologia dell’insegnante che trova il tempo di riflettere sulla propria pratica educativa: “I ragazzi hanno un disperato bisogno di pensare. Hanno bisogno di essere aiutati a formulare chiaramente e ad affrontare responsabilmente le domande più profonde, più decisive. Che cosa è vero? Che cosa è giusto?”.

La seconda parte del libro – il coraggio dell’azione – passa in rassegna il sistema e articola le proposte di misure da prendere, seguendo il filtro dei soggetti: gli studenti, gli insegnanti, i dirigenti, l’amministrazione, le istituzioni. Così parte un invito a investire sulla responsabilità gli studenti e perciò alla conoscenza effettiva di ciascuno: “conviviamo con studenti e con scuole che non conosciamo”. Quanto agli insegnanti, Dutto fa appello a quel milite ignoto che è “l’insegnante ignoto”, professionale e appassionato e spezza una lancia a favore di una carriera docente. Prende atto della conclusione della “parabola manageriale” dei dirigenti, di cui si chiede la trasformazione in “leader per l’apprendimento”. Sostiene che è necessario “imporre traguardi all’Amministrazione”, visto che è ancora essa “a reggere le sorti del sistema scolastico” e considera il federalismo una grande occasione rivoluzionaria, solo che venisse davvero realizzato. 

Il destino del sistema scolastico continua a fondarsi su una grande tradizione, che si tratta di salvare e rinverdire: quella liceale e quella dell’istruzione tecnica. Purché si adotti finalmente la parola d’ordine “teach less and learn more“, si elimini lo sterile accanimento valutativo delle “interrogazioni” e si riconsideri, sull’esempio di altri Paesi, il sistema costoso delle bocciature e delle ripetenze. Poiché le riforme, almeno fino ad ora, hanno finito per apparire solo delle fastidiose “perturbazioni di passaggio”, l’autore insiste appassionatamente sulla “vita della classe”, che deve diventare il punto di riferimento di ogni possibile conoscenza reale e di ogni ipotesi di cambiamento radicale. 

Come si è capito, Mario Dutto appartiene a quel filone di pensiero che ritiene che ci sarà sempre da qualche parte una classe con degli alunni e con un insegnante e che, nonostante la disattenzione della politica e i vincoli burocratici crescenti dell’amministrazione, negli interstizi profondi e inesplorati del sistema educativo nazionale già oggi stiano fiorendo piccole best practices, che alludono ad un’altra scuola possibile. Citando due autori americani, David Tyack e Larry Cuban, “se i riformatori hanno avuto i loro piani per le scuole, chi lavora nelle scuole e le comunità locali hanno trovato il modo per ‘trattare’ le riforme”. 

Questo il libro, la cui lettura le osservazioni che precedono non possono in nessun modo sostituire. Ai lettori il giudizio. 

Al recensore resta qualche domanda. La classe, con i suoi ragazzi e il suo insegnante, resta davvero la base inconcussa del modello educativo occidentale, se questo, come l’autore stesso riconosce, versa in una crisi profonda e irreversibile? La personalizzazione, che appare essere l’input più innovativo che viene anche dal contesto culturale internazionale – si veda il Rapporto The Personalising Education dell’Ocse-Ceri del 13 febbraio del 2006 – è realizzabile nell’ambito del compound classe-insegnante-curriculum-amministrazione del modello euro-atlantico classico? 

Ha ancora senso la partizione tra il liceo, quale ambito privilegiato della formazione umanista generale, e l’istruzione tecnica, quale ambito più specialistico e vocazionale? Non è immaginabile una formazione umanistica per tutti fino a 18 anni – oggi purtroppo allungata fino ai 19 anni − che prenda già dai quattordici anni anche un indirizzo vocazionale, di cui anche il latino e il greco facciano parte, in vista di una specializzazione tecnica di tipo filologico?  Insomma: quali contenuti e quale scansione per un nuovo curriculum? 

Non è forse irrealistico puntare, di bel nuovo, sulla burocrazia amministrativa scolastica, considerato che essa è il governo reale del sistema e che essa sta in piedi esattamente perché alimentata e legittimata da questo stesso sistema?


Mario Giacomo Dutto, “Acqua alle funi. Per una ripartenza della scuola italiana”, Vita&Pensiero, Milano 2013

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