SCUOLA/ Quei prof così “esperti” che faticano ad essere maestri

- int. Carlo Wolfsgruber

Esce oggi “Conoscenza e compimento di sé. Formazione interdisciplinare in matematica, scrittura, storia, Dante”. Parla uno dei curatori, CARLO WOLFSGRUBER

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Esce oggi Conoscenza e compimento di sé. Formazione interdisciplinare in matematica, scrittura, storia, Dante, a cura di Eddo Rigotti e Carlo Wolfsgruber. Il volume, edito da Fondazione per la Sussidiarietà e scaricabile gratuitamente sul sito www.sussidiarieta.net, è il primo di una collana che intende mettere in comune i risultati dell’esperienza didattica maturata entro “Accademia”, un progetto di ricerca-azione pensato con lo scopo di fare alta formazione interdisciplinare agli insegnanti dei licei.
L’opera raccoglie molti contributi offerti dal corso residenziale, svoltosi a Milano dal 14 al 17 luglio 2011, con cui Accademia ha iniziato la sua attività. Ilsussidiario.net ne ha parlato con uno dei curatori, Carlo Wolfsgruber, rettore della Fondazione Vasilij Grossman di Milano (Scuola Media San Tommaso Moro e Licei Alexis Carrel) e direttore di “Accademia”.

Come nasce il progetto di Accademia, professore?
Scaturisce dal desiderio che la scuola sia effettivamente luogo di educazione, vale a dire un ambito in grado di riconoscere e quindi di interpellare l’autocoscienza dei giovani, innanzitutto onorandone la ragione.

Si spieghi meglio.
Non c’è educazione senza realtà. Ma attenzione: la realtà e non un “discorso” sulla realtà, un puro sapere. Se la scuola si ferma solo al discorso o al sapere, non educa, cioè non permette alla realtà di sfidare la ragione e di far maturare l’autocoscienza del giovane.

Non basta dunque insegnare le discipline. Eppure non sembra poca cosa.
Certamente insegnare e apprendere ciò che chiamiamo disciplina o “materia” (una materia può essere costituita da più di una disciplina) è centrale in una scuola. Ma ciò che conta è che, attraverso tale sapere, un giovane sia accompagnato ad aprirsi alla realtà in quanto tale. Questo accade quando chi insegna si rapporta con la propria disciplina “riflettendo”, per così dire, in essa la propria passione per la realtà totale. Diversamente, il lavoro dell’insegnante si riduce a coltivare ciò che sta al centro del suo interesse intellettuale e a travasarlo in quei “contenitori”, più o meno vuoti, che si chiamano studenti. È la tentazione dello specialista.

Dunque, come sarebbe sbagliato parlare di “introduzione alla realtà” senza che questa passi per una disciplina, allo stesso modo l’altro errore da evitare è la fissazione del docente sulla sua materia in quanto tale.
Sì. Nel primo caso normalmente si tratterebbe di un trabocchetto sentimentale messo in atto dall’adulto nei confronti del più giovane. Nel secondo si tratterebbe di un esasperante riduzionismo, come se la propria disciplina coincidesse con tutta la realtà. Anche per questo Accademia è stata strutturata in modo tale che i docenti – cioè gli educatori competenti di singole discipline – lavorassero in team; siamo infatti convinti che un docente, pur bravo, da solo non è in grado di tener saldo il punto di vista di cui ho parlato prima.

Lavoro in team in che senso? 

Gli allievi di Accademia hanno lavorato divisi in squadre di quattro docenti, uno per ognuna delle quattro aree proposte – matematica, scrittura, storia, Dante. Il gruppo di lavoro ha avuto come obiettivo innanzitutto quello di individuare e di studiare insieme un aspetto, rilevante per la riflessione personale e per l’interazione in classe, comune a ciascuna delle quattro aree. Sono stati così individuati dei macro temi − il momento euristico, la domanda, l’oggetto formale, la sintesi, l’argomentazione, ecc. − capaci di interrogare il contenuto e la pratica didattica di ciascuna area. Ogni macro-tema è stato quindi sviluppato dal singolo docente nella propria disciplina, con l’aiuto dei numerosi esperti universitari e di chiara fama coinvolti in Accademia. Alla fine ognuno ha relazionato il proprio elaborato agli altri componenti della squadra, anche in funzione di una messa a punto finale del contenuto del macro-tema stesso.

Da una simile esperienza che cosa avete ottenuto?
Di mettere in evidenza che la ragione opera − nel rispetto dei metodi specifici richiesti da ciascun oggetto – come unico soggetto di conoscenza nella costruzione dei saperi. Perciò diventa possibile ai docenti riconoscere una ultima omogeneità metodologica nei diversi ambiti disciplinari.

Quindi?
Quindi, come ricaduta, anche lo studente può più facilmente scoprire la rispondenza della sua ragione alle strutture della realtà, nella molteplicità della loro espressione. Questo, essendo un passaggio decisivo dell’autocoscienza, è anche il punto dove si genera l’interesse e il gusto del sapere.

Può fare un esempio?
Il caso classico è quello del giovane che eccelle in storia mentre la matematica gli risulta incomprensibile, o viceversa. Questo spesso accade perché egli pensa che la prima non c’entri nulla con la seconda. Invece hanno in comune proprio quella che abbiamo chiamato ultima omogeneità metodologica. Che va però scoperta. Per farlo occorre sorprendere la propria ragione in atto nel processo conoscitivo. Aiutare questa sorpresa e questa consapevolezza è il compito dell’insegnante. Ed è stato anche lo scopo di Accademia.

Qual è la ricaduta educativa di questo lavoro?
Glielo dico con la mia esperienza personale di studente. Al liceo mi piacevano le materie umanistiche, mentre trovavo ostica la matematica. Poi all’università decisi di fare chimica. Fu allora che mi resi conto, studiando in particolare meccanica razionale (la fisica classica tradotta in termini matematici), che facendo calcoli matematici su un foglio di carta potevo “prevedere” un processo fisico così come esso avveniva nella realtà. Ciò significa che la struttura della realtà è la stessa della nostra ragione! Esistenzialmente per un giovane è importantissimo accorgersi di questo, perché allora tendenzialmente nulla gli sarà più estraneo. Questo vale la pena che i ragazzi scoprano durante la loro vita in classe.

Il lavoro di Accademia è stato pensato per i docenti dei licei. Sarebbe proponibile anche per le discipline tecniche?

Secondo me sì. Da un lato occorrerebbero persone realmente interessate, dall’altro andrebbero individuati gli specialisti adeguati. Ma è una sfida che meriterebbe di essere raccolta. Anche le discipline tecniche, come quelle liceali, hanno un contenuto gnoseologico, implicano cioè modalità di conoscenza del reale.

Alla luce della sua esperienza di educatore, cosa pensa dei programmi attuali?
Constato che essi, per come sono concepiti, non hanno come scopo la scuola come luogo di educazione, ma il mero apprendimento di abilità e di capacità; cose nobilissime, ma altrettanto pericolose dal punto di vista dell’autocoscienza. Non entro qui nel dettaglio della verticalizzazione e dell’interdisciplinarietà, per non parlare di cose troppo tecniche e complesse. Mi limito a rilevare che il percorso didattico dei diversi livelli di scuola dovrebbe essere progettato in nesso con l’evoluzione dell’autocoscienza. Alle elementari un bambino si percepisce come soggetto di conoscenza in modo diversissimo da come sarà per lui adolescente alle medie.

Qual è la via d’uscita?
Riformulare i programmi scolastici sulla base di un giudizio di valore critico e dell’esperienza didattica di una comunità docente che condivida quel giudizio. Accademia è stata pensata e fatta anche con questo scopo.

Lei insegna da quasi quarant’anni. In questa lunga esperienza, come è cambiata la sfida che viene dai giovani? In che cosa le istanze profonde di un ragazzo che ha in classe oggi sono diverse, se lo sono, da quelle di uno studente del ’78?
La domanda di senso è la stessa, perché è quella propria dell’uomo. Un giovane di quarant’anni fa era più “strutturato”, mentre oggi gli studenti sono più sprovveduti quanto agli strumenti culturali. La tecnologia oggi così diffusa permette loro di sapere magari un sacco di cose in un tempo molto breve, ma essi  non sanno connetterle, perciò fanno addirittura fatica a saper dire che cosa sanno. Ma la sfida rimane, forse più chiara e perciò più stimolante.

Tutti dicono che i giovani di oggi sono più fragili. Si parla di apatia esistenziale, di disinteresse per la realtà.
L’apatia di cui lei parla è sotto gli occhi di tutti, è vero, ma i giovani di oggi sono più sinceri e non la nascondono. Hanno una minore solidità culturale rispetto a trent’anni fa, ma hanno il vantaggio di non aver avuto quella “buona educazione” che, come è stato per tanti di noi più attempati, insegnava ad esser “bugiardi”. Non a dire il falso, ma a non dire mai realmente quello che eravamo e pensavamo.

Cosa intende esattamente?

È caduta una sovrastruttura. Oggi, impegnandosi  con un ragazzo più giovane in modo da sfidare la sua ragione e non sostituirsi a lui nella verifica, può scattare una solidarietà che prima era più impacciata. Lo scorgo quando noto ciò che i ragazzi si aspettano da noi adulti: in poche parole, una predica. Quando si accorgono che non vogliamo dar loro questo, ma che c’è una passione al destino, comune a noi e a loro, allora facilmente lo schermo cade.

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