SCUOLA/ “Una classe con tre italiani su 20? Ecco come ho fatto”

- Rosanna Frati

Cosa vuol dire insegnare in una classe di prima media in cui ci sono tre italiani su 20 alunni? La scuola è preparata alla sfida? L’esperienza di ROSANNA FRATI, docente a Milano

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Sono un’insegnante di lettere in una scuola secondaria di primo grado, di ruolo da meno di dieci anni. Insegno in una scuola di un quartiere ad alto flusso migratorio alla periferia nord di Milano.

Durante la prima lezione di geografia in prima media ripasso sempre con la classe i nomi di oceani e continenti e ogni volta scopro di avere alunni che provengono da quasi tutti i continenti. Scherzando con la mia famiglia dico sempre che manca solo un Innuit.

I miei alunni hanno visi di ogni colore e occhi e nasi di ogni tipo, quando li porto in giro per Milano o in gita in un’altra città ci guardano come fenomeni; lo scorso anno, al museo del cinema di Torino, guide, addetti all’ascensore panoramico e passanti erano sconcertati per il gran numero di ragazzi cinesi della classe (5 su 20), e ci hanno chiesto se eravamo una classe “speciale”.

Sempre durante le prime lezioni  dico sempre che anch’io sono milanese di seconda generazione come molti di loro, i miei genitori infatti hanno lasciato la provincia di Napoli nel 1960 e si sono trasferiti a Milano, dove mio padre ha lavorato tutta la vita.

La scuola dove insegno è una di quelle definite “di frontiera” o “difficili”, esattamente come la scuola elementare del quartiere Gratosoglio che ho frequentato io.

Insegno italiano, storia e geografia in classi composte per la maggior parte di stranieri, la prima di quest’anno è di 20 alunni e gli italiani sono 3, non molto diversa è la terza.

È necessario, però fare una distinzione: prendendo ad esempio i miei alunni di terza ( gli altri ancora non li conosco a sufficienza) tra di loro i ragazzi di origine non italiana sono 17 su 24, ma solo 3 sono davvero stranieri, non parlano italiano e sono arrivati da meno di due anni nel nostro paese, gli altri sono nati qui o perlomeno hanno frequentato da noi le elementari, tutti comunque hanno difficolta legate al bilinguismo.

Tra i miei alunni di terza, in 5 andranno probabilmente al liceo, 3 sono di origine straniera.

Ho detto che insegno italiano, ma è necessario fare dei distinguo: a tutti cerco di insegnare al meglio la nostra lingua, ma non a tutti allo stesso livello. Com’è possibile?

Ogni lezione è un esercizio di equilibrismo, fatto di spiegazioni prima rivolta a tutti, poi ripetuta per chi fa fatica, italiano o straniero che sia, poi mentre si fa esercizio, ripresa in modo molto semplificato per chi ancora non usa la lingua italiana. Tutto è per tutti, cerco di trattarli partendo non da quello che già sanno, ma da quello che possono imparare. Anche gli esercizi sono differenti per livello, testi o schede di diverso tipo.

L’anno scorso abbiamo studiato l’analisi logica. Per alcuni è stato sufficiente imparare a riconoscere soggetto, predicato e 3/5 principali complementi, altri hanno imparato a riconoscere i predicativi del soggetto e dell’oggetto. 

Per potenziare il lessico usiamo i giochi di parole, i ragazzi trascrivono le parole della “ghigliottina” (il gioco televisivo della Rai) e poi lo propongono ai compagni; scelgo alcune parti della Settimana Enigmistica: il “Bersaglio”, svolto col mio aiuto, è perfetto a questo scopo.

Tutti hanno imparato a memoria alcune terzine dell’Inferno di Dante; alcuni hanno semplici conoscenze dell’argomento, altri hanno imparato a farne una qualche analisi del testo. 

Differenti per livello sono anche le interrogazioni. Prendiamo ad esempio l’età napoleonica. A chi proseguirà gli studi al liceo, o comunque per cinque anni, chiederò perché Foscolo e i patrioti italiani si sono sentiti traditi dal Bonaparte, mentre a chi è più in difficoltà quali battaglie ha combattuto, commentando immagini e schemi costruiti insieme.

Non ho seguito particolari corsi per insegnare in classi multiculturali, ho imparato guardando i ragazzi, le loro fatiche e i loro entusiasmi; cerco di guardare la realtà che ho di fronte, le mie classi, cercando di tenere presenti tutti i fattori che la compongono.

Sicuramente lo svolgimento del programma è laborioso, si lavora sempre programmando a breve termine, perché dipende da quello che i ragazzi imparano. Questo è legato non solo alla loro lingua di origine, ma anche alla loro storia personale, al fatto che, italiani o stranieri, sono adolescenti e vorrebbero una vita diversa: alcuni sicuramente non vorrebbero vivere qui e hanno il mito del loro paese dove “sicuramente si vive meglio”, alcuni vorrebbero vivere con entrambi i genitori, alcuni vorrebbero i genitori “meno assillanti”, altri “più presenti”. 

Il cambiamento delle modalità comunicative portato dai nuovi strumenti a cui i miei ragazzi hanno accesso ha reso la mia comunicazione antiquata, così come, a volte, per me è di difficile comprensione il loro linguaggio.

Certo, mi piacerebbe molto essere aiutata: quest’anno, a causa di un dimensionamento, la nostra scuola ha perso anche il prezioso aiuto di un insegnante che teneva lezioni di prima alfabetizzazione per gruppi di livello agli alunni arrivati dall’estero. Ci vorrebbero mediatori culturali, perché qualche volta le nostre abitudini sono incomprensibili per i ragazzi che vengono da lontano, così come alcuni aspetti della loro cultura sconcertano i nostri studenti. 

Cerchiamo collaborazione con ogni associazione che possa offrire corsi di italiano agli stranieri, ritagliamo ore dal nostro orario di cattedra, ma non sempre è sufficiente. Non è semplice e lineare insegnare nella mia scuola, mi sembra sempre di non insegnare abbastanza a chi proseguirà gli studi e di non dare abbastanza attenzione a chi deve imparare da zero l’italiano.

Colleziono insuccessi, ma anche qualche successo: l’anno scorso la collega di sostegno ha effettuato un sondaggio tra gli alunni della mia seconda e quasi il 90 per cento alla domanda “la tua materia preferita?” ha risposto: “grammatica”! Peccato, in prima preferivano epica…

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