SCUOLA/ Quel “valore aggiunto” che le classifiche delle scuole migliori non dicono

- Gianni Zen

Hanno avuto un certo clamore le classifiche pubblicate dalla Fondazione Agnelli sulle scuole migliori. Ma fino a che punto sono utili e vanno seguite? GIANNI ZEN

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Tempo d’orientamento, quindi di vetrine, per le scuole superiori, e di richieste di informazioni da parte delle famiglie e dei ragazzi delle terze medie.

Hanno avuto, per qualche giorno, un certo clamore le classifiche pubblicate dalla Fondazione Agnelli sulle scuole migliori. Classifiche che, per la mia scuola, hanno avuto un positivo riscontro. Ne è riprova la straordinaria partecipazione al primo open day di alcuni giorni fa.

Ma in quella stessa occasione, di fronte ai genitori e agli studenti, convocati, visti i numeri, in un palazzetto dello sport gremito, ho ribadito alcune cose, che credo siano utili da riprendere: i ragazzi ed i genitori è bene che visitino tutte le scuole, che entrino e conoscano gli spazi ed i laboratori, confrontino piani di studio e quote di autonomia, proposte integrative ed innovative. Ma, prima ancora, che si interroghino sulle attitudini, sulla qualità della preparazione, sui sogni nel cassetto, sulla speranza di futuro che stanno coltivando.

In alcuni Paesi la scelta della scuola superiore passa attraverso, anzitutto, dei test o prove d’ingresso, con possibili passerelle solo sulla base di altre prove. Per cui i ragazzi ed i genitori, al di là di intenzioni ed aspettative, sanno che è la “cultura dei risultati” che conta, alla fin fine.

Da noi, questa scelta è ancora lasciata alla libertà dei ragazzi e delle famiglie: con riscontri positivi, perché contano non solo i risultati nella crescita dei giovani, ma prima ancora i percorsi di maturazione; ma anche con dati problematici, per via della dispersione sempre alta e di un sempre più difficile raccordo tra formazione e mondo del lavoro.

I ragazzi, così, si trovano di fronte, a nemmeno 14 anni, alla prima vera scelta importante della loro vita. Tutte le informazioni, quindi, sono importanti. Anche le classifiche della scuole, come le ha formulate la ricerca della Fondazione Agnelli.

Sempre in quell’open day con i ragazzi e le famiglie, ho ricordato un altro punto fermo della scuola, ripreso dalle parole di don Milani: “Se si perde loro (i ragazzi più difficili) la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati”. La scuola è chiamata, in poche parole, ad accompagnare, più che a selezionare, i giovani di oggi. Alla maturazione personale, prima che cognitiva.

Le ricerche, come quella della Fondazione Agnelli, non colgono questo aspetto, che è centrale nella vita della scuole. Non colgono, cioè, se una scuola si è data uno stile educativo attento a seguire, ad incoraggiare, a recuperare. Perché è facile insegnare ai più bravi, a quelli che hanno una famiglia alle spalle che li supporta, che li stimola continuamente, che è sempre disposta a finanziare iniziative.

Ecco perché, pur essendo contento di una classifica come quella della Fondazione Agnelli, so che non mi posso accontentare, vivere tranquillo. Perché so, prima, ancora, che noi abbiamo responsabilità inedite nei confronti delle giovani generazioni. Una responsabilità, cioè, che non si può limitare alla mera logica competitiva dei risultati, per lo più fine a se stessi.

E’ questo il “valore aggiunto” delle scuole, quindi il “valore aggiunto” dei tantissimi docenti in gamba, dei presidi che si danno da fare. Tutte le indagini, dunque, sono importanti, come le prove Invalsi ed Ocse-Pisa, perché è giusto che gli utenti, cioè i ragazzi e le famiglie, come anche tutto il nostro tessuto sociale, siano in grado di scegliere il meglio per il loro futuro.

Però, se entro più nel vivo della vita scolastica, vedo anche che l’obiettivo di queste indagini non può essere limitato alle sole medie dei voti delle superiori e ai risultati universitari, perché essenziale è la riuscita nella vita, sapendo che non ci sono più, oggi, cordoni ombelicali tra formazione e lavoro. In poche parole: altre, e magari più complesse, sono le attitudini richieste una volta usciti dai canali formativi. Attitudini che sfuggono a tutti gli algoritmi: per questo più importanti sono i dati di Alma Diploma e di Alma Laurea.

Da quest’anno, ad esempio, tutti gli oltre 400 studenti delle classi quinte della mia scuola saranno iscritti d’ufficio all’Alma Diploma, sapendo che le università danno per scontata l’iscrizione all’Alma Laurea.

Tutti conosciamo gli ultimi dati usciti da queste indagini, con quasi il 50% dei laureati che, se tornasse indietro, non rifarebbe la stessa scelta di scuola superiore. Questa consapevolezza in che misura viene fatta rientrare nei dati delle varie statistiche, nella vita delle scuole e delle università? 

Come nelle indagini sulla qualità della vita non basta il riferimento al solo Pil, così nella qualità della scuola non basta dare un’occhiata ai crudi risultati di apprendimento. Una scuola vuole puntare solo a quelli? Semplice, basta seguire la logica darwiniana dei “pochi ma buoni”, cioè la iper-selettività. Ma una società democratica chiede altro, non la sola selettività.

Scopo della scuola, lo ripeto, non è quello di selezionare, ma di accompagnare i nostri ragazzi verso la scoperta di sé, quindi anche dei propri talenti, attitudini, sensibilità. Dunque, in questo cammino, vale il “valore aggiunto” che in classe riusciamo a maturare assieme ai nostri studenti. Non la sola “performance” fine a se stessa: parlo, per la ricerca della Fondazione Agnelli, della media voti conseguiti alla maturità, agli esami universitari, ai crediti formativi di ciascun esame.

Perché, lo ripeto, il nostro riferimento è la vita, non la compilazione di qualche statistica, cioè il rispetto di qualche algoritmo.

Quanto lavoro qualitativo c’è dietro al compito indicato da don Milani? Chi è in grado di riconoscere questo lavoro qualitativo? Per questo, oltre a questi dati, oggi sono importanti e imprescindibili le valutazioni sull’intero servizio che una scuola è chiamata ad offrire (valutazione ed autovalutazione): tutti valutati perché tutti responsabili di un “servizio pubblico”.

Nelle nuove prove Invalsi per la valutazione degli apprendimenti è il “valore aggiunto” che viene misurato, non il risultato fine a se stesso, cioè la differenza tra situazione di partenza e risultati di apprendimento nel frattempo conseguiti. E’ in questa cruna dell’ago che troviamo i migliori docenti, perché è facile insegnare ai più bravi, più difficile è far maturare (possibilmente tutti i ragazzi) verso la consapevolezza di una responsabilità, quella che riconosce la formazione come punto di Archimede della domanda di futuro delle giovani generazioni.

Dati statistici e classifiche è bene che vengano messi in circolo, per orientare i ragazzi e le famiglie. Senza però assolutizzarli, quanto piuttosto mediandoli con una complessità che non sempre emerge dalle indagini statistiche, le quali raramente toccano il cuore della vita della scuola.

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