SCUOLA/ Quando insegnare storia mette “a nudo” la ragione

- Giuseppe Botturi

Riscoprire la storia cominciando dal presente. Se si parte dai dettagli, la materia viene intesa davvero come una vicenda di persone e popoli da incontrare. GIUSEPPE BOTTURI

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Quest’anno insegno storia in una prima liceo nel Canton Ticino (dunque si tratta di studenti di 15 anni, poiché le medie durano quattro anni: 11-14). Per far fronte a una lacuna dovuta al piano degli studi cantonale, mi è stato assegnato un programma a dir poco arduo: dalla Grecia antica alla Rivoluzione inglese; pur avendo tre ore settimanali in classe, coprire oltre duemila anni di storia è davvero un compito impegnativo. Innanzitutto è chiaro che, stanti così le cose, occorre effettuare una scelta drastica degli argomenti da presentare, selezionando tra quelli importanti quelli addirittura irrinunciabili; cosa che, per un insegnante, invita a una riflessione didattica molto stimolante. In questo, grazie al cielo, sono stato consigliato e accompagnato in pieno dal mio collega di lunga esperienza.

In secondo luogo, si pone la questione ancora più decisiva di rendere potenzialmente interessante la materia per gli studenti. Per questo, ho ridetto innanzitutto a me stesso perché l’insegnamento della storia è importante: lo studio del passato illumina il presente, a volte in maniera più diretta, a volte in modo più mediato. Viceversa, il presente è incomprensibile senza la coscienza di una storia che ci precede, dal livello personale a quello planetario. 

Alla prima lezione ho cercato pertanto di indicare alla mia classe proprio questa ragione. Ho distribuito a dei gruppetti di studenti alcune monete correnti, euro e franchi svizzeri, domandando loro di osservarle insieme, descrivendole e cercando di raccoglierne il maggior numero di informazioni possibile. Il risultato è stato semplice: anno e luogo di emissione, effigie sul retro. Tra l’altro, avevo scelto apposta alcune monete dello stesso valore, ma coniate a decenni di distanza. A questo punto ho fatto riflettere sul fatto che quelle monete sono per noi, oggi, un oggetto della nostra quotidianità, e che proprio esse recano con sé notizie circa la loro storia. Abbiamo così iniziato a definire la storia come lo studio del passato che ci permette di comprendere meglio il nostro presente.

Credo che un inizio così deciso e serio circa il senso della nostra materia abbia disposto con un certo favore gli studenti; sembra inoltre — fortunatamente — che a tanti la storia vada a genio anche per gusto personale. Sta di fatto che più volte ho trovato i ragazzi curiosi, nel senso genuino del termine: ascoltano quel che si dice, e si pongono domande, anche le più elementari, le meno “liceali” e colte, se vogliamo; eppure, si tratta proprio di domande che dicono di un confronto sincero con il dato che viene loro presentato. Ecco allora che qualcuno domanda se si usavano monete per commerciare nella Grecia arcaica; di quali materiali era fatto l’equipaggiamento dell’oplita; quanti erano i cittadini di Sparta, e quanti i senatori romani, e altre simili questioni (che, del resto, non trovano l’insegnante sempre preparato al millimetro, e lo mettono ulteriormente in ricerca).

 Si tratta, come si vede, di domande legate all’aspetto più propriamente materiale, concreto della storia; segno che quella materia viene intesa davvero come una vicenda di persone e popoli da incontrare. Questo è, tra l’altro, il motivo per cui ho assegnato a questa stessa classe, dove insegno anche italiano, Idi di marzo di V.M. Manfredi. Si tratta di un romanzo agile e curato, che cerca di avvicinare il lettore agli ultimi giorni di vita di Giulio Cesare.

Un altro episodio interessante ha mostrato che alcuni si accorgono, ragionando più in profondità, anche di certe dinamiche della grande storia. Quando stavamo lavorando sulla presa di potere da parte di Ottaviano, futuro Augusto, un ragazzo è sbottato notando l’apparente contraddittorietà di quel che stavamo dicendo: “Un attimo, prof.: Augusto si presenta come erede legittimo di Cesare, e difensore della libertà della repubblica, ma intanto accentra nelle proprie mani un potere pressoché assoluto? Ma questo non è logico!”. Questa osservazione ha fornito l’occasione per far notare come le vicende storiche non siano lo sviluppo ordinato di un piano idealizzato, che segue una linea progressiva, orientata alla pace e all’armonia: esse sono piuttosto caratterizzate spesso da contraddizioni, dall’ambizione del potere e da uno svolgimento tutt’altro che romanzesco. 

Un altro mio alunno, appassionatissimo, ha riassunto con queste parole le ragioni del suo interesse per la storia: “La storia si studia essenzialmente per comprendere appieno il mondo in cui viviamo, e chi siamo noi. (…) Io propongo di vedere i vari avvenimenti come un film che si protrae nei millenni. (….) Dato che in storia gli argomenti sono tutti legati direttamente o indirettamente tra loro, sarà facile trovare in essi un filo conduttore che farà attendere con ansia l’ora seguente, anche solo per sapere come finiscono le vicende di un illustre personaggio a cui ci si è particolarmente affezionati, cosa sia successo a un popolo ormai scomparso da tempo, o ancora come sia finito un conflitto dai caratteri epici e molte altre cose interessanti. (…) Infine, vorrei ricordare che, ora, i protagonisti del film siamo tutti noi”. Ecco, a me sembra un piccolo, grande successo scolastico che dei ragazzi possano porsi con serietà di fronte allo studio del passato, perché hanno come ipotesi di lavoro il nesso che esiste tra quel passato e il nostro presente.

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