SCUOLA/ L’ultima del Clil? Usare l’inglese per dire addio alle discipline

- Silvia Ballabio

L’attuazione del Clil non cessa di sollevare legittimi interrogativi: la dispatrità di trattamento tra statali e paritarie, la formazione, la didattica. Il commento di SILVIA BALLABIO

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Per il Clil è imminente a settembre 2014 l’allargamento a tutte le classi terminali dei licei e degli istituti tecnici, proseguono per la prima lingua straniera le classi terze attivate nell’a.s. 2012/13 ed è in atto il raddoppio nelle classi quarte dei licei linguistici, fortemente condizionato dall’obbligo di fare Clil in una seconda lingua straniera, ricorrendo a soluzioni “fantasiose” sotto l’egida della liberalizzazione del percorso contenuta nelle norme transitorie. Questa la norma. La realtà?

Un volumetto di 61 pagine, L’introduzione della metodologia Clil nei Licei Linguistici, fotografa   la situazione del Clil in essere nell’a.s. 2012/13, primo anno dell’introduzione di questa metodologia che prevede il connubio di contenuto disciplinare e lingua straniera nelle classi terze dei licei linguistici statali. Il rapporto di monitoraggio, presentato ad un seminario il 5 marzo a Roma, presente il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini, analizza, su 610 licei linguistici fra statali e paritari, i dati relativi ai 349 licei statali che sono stati raggiunti, cioè il 57% del dato nazionale. Le paritarie saranno “oggetto di un rapporto a parte”. 

Il questionario era rivolto al singolo docente, statale o paritario, purché avesse effettivamente fatto il Clil. Andando a verificare chi ha risposto al questionario, è difficile biasimare il comitato che ha promosso il rapporto nella decisione di non considerare i dati relativi ai docenti delle scuole paritarie. Solo 44 docenti delle paritarie hanno compilato il questionario, a fronte di 480 delle scuole statali, quindi un misero 8%, sicuramente non rappresentativo della diffusione dei licei linguistici paritari, in quanto è cosa risaputa che il linguistico pre-riforma dei cicli è creatura della scuola ancora “legalmente riconosciuta”. 

D’altra parte, perché un docente in servizio in una paritaria, impegnato a fare Clil e che sa del questionario perché è stato informato dal suo dirigente scolastico, dovrebbe aver interesse a far rilevare una sua attività didattica che sarà anche un obbligo di legge, ma che lo impegna in un percorso di formazione personale più arduo di quanto il rapporto stesso non indichi per i docenti della scuola statale, visto che la formazione in servizio per il docente della paritaria non è prevista   per il Clil, o meglio solo e soltanto se a) si trova un qualche posto disponibile nei corsi metodologici  di 20 Cfu e b) se lo paga di tasca sua? 

Inoltre, se si mette a frequentare seminari, convegni, corsi a pagamento sul Clil di vario tipo, a titolo ovviamente personale, poi si ritrova, come anche il docente della statale, a quanto appare dal monitoraggio, ad adattare materiali o a crearseli da solo per fare Clil, spesso in scuole di piccole dimensioni, e quindi con poca possibilità di confronto con altri colleghi sia di disciplina che di lingua.

Il monitoraggio segnala, per le statali, che il 50% dei docenti di discipline non linguistiche ha  progettato il Clil con un docente di lingue nel cosiddetto Clil Team, e che un 42% ritiene che il consiglio di classe si sia dimostrato “per niente o poco” partecipe e collaborativo rispetto all’insegnamento di tipo Clil”; se si passa alla produzione dei materiali da usare davvero in classe in Clil Team, la percentuale a livello nazionale è desolante, un irrisorio 6,51%. Inoltre il 40% dei docenti segnala la formazione linguistica come il bisogno formativo maggiore, seguita a ruota dalla formazione sulla didattica Clil con un corposo 31,2%, e solo il 33% dei docenti che hanno risposto al questionario sta seguendo un corso metodologico. In sostanza, un bisogno formativo ampio e consapevole. E non soddisfatto.

Viste le condizioni in cui operano le scuole paritarie, con risorse umane più limitate per le loro ridotte dimensioni e la sistematica esclusione da reti e progetti che calano risorse finanziarie sulla scuola statale in un modello totalmente verticistico, ci si può aspettare che le dinamiche siano diverse, cioè che i docenti non riscontrino le stesse difficoltà?  

Essendo saggio evitare di ripetere gli errori altrui, magari inevitabili in un sistema fortemente burocratizzato e centralistico quale quello della scuola statale, un modello cooperativo, sia esso il Clil Team, la sinergia del consiglio di classe o la cooperazione fra più istituti sul Clil, ma non solo sul Clil, è una carta da non trascurarsi per un progetto formativo di elevata qualità, e che sostenga nel vagliare tutto e “trattenere il valore” a fronte di una varietà di versioni di Clil che può anche portare ad affermazioni quali “i ragazzi non devono più imparare singole materie, ma abilità”, riportata in un articolo relativo ad un Convegno internazionale di tre giorni tenutosi a Moltrasio (Como) dal 10 al 12 marzo, organizzato dal British Council e dedicato al Clil, e di cui si è avuta eco sulla stampa nazionale.

Pur con le dovute cautele (ogni affermazione decontestualizzata rischia una lettura ideologica), il Clil si basa sulle 4cs, e la prima, almeno in ordine di menzione, ma non solo, è il Content, vale a dire i contenuti, la disciplina. A questo proposito il monitoraggio rileva anche il grado di soddisfazione in merito all’apprendimento linguistico e, seconda domanda, disciplinare; interessante inversione, visto che first things first. Altrimenti, pur avendo la Riforma messo giustamente in cattedra il docente Dnl e non quello di lingue per insegnare una disciplina non linguistica, si rischia di formare una classe di “facilitatori” dell’apprendimento, e non dei docenti; depositari, per quanto imperfetti ed in continuo divenire, di una tradizione fatta di morti che parlano, attraverso la bocca dei vivi, ad altri vivi di content. Delle things that come first

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