SCUOLA/ Quello strano “mix” che rende unica l’università degli Usa

In Italia le selezioni d’accesso agli atenei a numero chiuso sono accompagnate da polemiche sui test e ricorsi al Tar. Cosa accade invece negli Stati Uniti? Ne parla PAOLO VALESIO

07.05.2014 - Paolo Valesio
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Immagine di archivio

NEW YORK – Nel contesto dei dibattiti correnti sui test di accesso a certe facoltà universitarie, può essere utile gettare uno sguardo alla situazione americana. Anche negli Stati Uniti l’accesso è complicato: ma riflette la peculiare combinazione statunitense di istituzioni pubbliche e private, e l’onnipresenza  di un capitalismo energico — talvolta selvaggio — con effetti in certi casi propulsivi e in altri repressivi. Noi diciamo: “scuola”, “università”, “stato” — e ci sembra d’intenderci; ma questi termini coprono (vien voglia di dire: mascherano) referenti profondamente diversi, al di qua e al di là dell’oceano. Per esempio, quando diciamo scuola in contesto americano, di quale tipo di scuola parliamo: le scuole pubbliche, con basse tasse d’iscrizione, o le scuole private (in prevalenza cattoliche) con rette ragionevoli, o le scuole preparatorie (le cosiddette “Prep Schools”) con rette altissime che sanciscono il loro prestigio?

E quando diciamo università, di che parliamo: le università appartenenti alla “Lega dell’Edera” (Ivy League) che sono tradizionalmente otto (in ordine alfabetico: Brown, Columbia, Cornell, Dartmouth College, Harvard, Princeton, The University of Pennsylvania, Yale) e hanno uno statuto semi-mitico agli occhi dei primi e delle prime della classe in ogni liceo americano; o di tutte le decine e decine di altre università generalmente ottime (basti pensare alle eccellenze californiane) ma meno circonfuse di quella certa aura che è di tanto aiuto a far carriera, nel paese che vive in buona parte di pubblicità? E quando diciamo “stato” – anzi no, il termine è ingannevole, in un paese non statalistico dove questa parola dev’essere declinata al plurale – è facile dimenticare che in America gli Stati sono Uniti sì, ma rimangono Stati profondamente autonomi; dunque le “università statali” americane sarebbero in Italia università regionali – se le regioni italiane fossero veramente autonome.

Come si può descrivere un progresso verso gli studi universitari americani che sia abbastanza tipico? Ho detto “studi universitari” perché quelle di cui si sta parlando qui sono le ammissioni al college: dove si svolgono quattro anni di studi generali, al termine dei quali (con laurea di baccalaureato) chi decide di proseguire negli studi affronta le selezioni per essere ammesso alla vera e propria università (studi di scienze umanistiche o esatte, verso il dottorato) o alle scuole professionali, come medicina o giurisprudenza. Ma fermiamoci al percorso dal liceo al college.

Nel corso degli studi liceali, lo studente che ambisce al college è incoraggiato a prendere un certo numero di corsi speciali (corsi “di onore”) più intensi degli altri; e questi corsi possono ulteriormente specificarsi in corsi di “collocazione avanzata” i quali, nei migliori casi e scuole, possono valere come equivalenti che fanno abbonare alcuni dei corsi del college (la posizione guida è quella delle già menzionate scuole preparatorie costosissime, che con la loro formazione rigorosa allenano direttamente all’ingresso nel college).

A metà liceo lo studente deve superare un “Test di Valutazione Scolastica”, amministrato da un ente privato ma i cui risultati sono nazionalmente riconosciuti; e alla fine del liceo lui o lei prepara il suo dossier, da inviare ai college di sua scelta (quasi sempre lo studente manda la documentazione a più di un college). Il tipico dossier comprende: la media dei voti, con le indicazioni dei corsi speciali di cui si diceva; il curriculum, che non riassume soltanto la carriera scolastica, ma elenca anche eventuali attività di rilevanza sociale (sportive, artistiche, di volontariato); un saggio di auto-presentazione; lettere di referenza dei professori (per favore evitiamo la traduzione “lettere di raccomandazione”, perché questo termine italiano è ormai irrimediabilmente corrotto); facoltativamente, lo studente può includere riproduzioni di sue opere artistiche, film, video di sue performance e simili.

A questo punto il destino universitario dello studente è nelle mani della commissione che in ogni singolo college è preposta alle ammissioni − commissione il cui giudizio è insindacabile e che non viene motivato in forma esplicita. La commissione valuta tutti gli elementi di cui si è detto, più alcuni fattori non ufficialmente riconosciuti, ma la cui esistenza non è un segreto per nessuno. In sostanza ogni college, soprattutto i college della “Lega dell’Edera”, decide per conto suo quale sia la combinazione di fattori scolastici, sportivi, geografici, etnici che possano meglio contribuire a creare una popolazione studentesca diversificata. La formula burocratica oggi alla moda parla di “un processo di ammissione olistico”, ma questo è essenzialmente un eufemismo per designare una forma di lottizzazione: la cui base comunque, nei migliori college, è sostanzialmente meritocratica. Perché, “sostanzialmente”? Perché ci sono due precisazioni importanti da fare.

In primo luogo, i grandi college accelerano e anticipano il loro processo di selezione mandando, quando si avvicina la scadenza delle scelte, in giro per i licei loro rappresentanti che si offrono di intervistare studenti interessati a quel college − e se la loro impressione dall’intervista risulta favorevole, il college si dichiara pronto ad ammettere anticipatamente, con borse, gli studenti in questione. Queste “ammissioni anticipate” sono rivolte soprattutto agli studenti che mostrano promessa come atleti, dunque potrebbero entrare nelle squadre sportive da cui dipende in buona parte l’immagine dell’università in questione − ed ecco che il concetto di meritocrazia viene inteso in senso elastico, al di là dell’elemento accademico (una professoressa di scuola preparatoria mi descriveva il misto di soddisfazione e delusione da lei provato quando ha saputo che la sua migliore studentessa, cui lei aveva trasmesso l’amore della letteratura, era stata ammessa in anticipo a una grande università − ma non sulla  base della sua promessa come studiosa, bensì come rematrice da competizione…).

Ma soprattutto: esiste tuttora (anche se si fanno sempre più forti le voci critiche a questo proposito) la categoria di “preferenza ereditaria” (legacy preference), in base alla quale è normalmente ammesso che un dato college riservi una quota delle sue ammissioni ai figli di laureati di quel college (i potenti alumni) che abbiano beneficato a suon di dollari il college in questione − a conferma ancora una volta di come, negli Stati Uniti che spesso guardano con un certo sprezzo democraticistico alle tradizioni della nobiltà europea, esiste ed è potentissima una forma di nobiltà ereditaria: quella dei quattrini. 

Paradosso: il sistema universitario americano, che sulla carta potrebbe apparire (soprattutto alla mentalità italiana di tipo sindacalistico-statalistico) come un concentrato di arbitrio, anti-democraticità e non-trasparenza, continua invece a stimolare i suoi studenti (anche con la felicità degli sport) e conseguentemente a produrre cittadini di alto livello, nei vari percorsi di vita (siano essi funzionari probi ed efficienti, o eccellenti ricercatori). È una mescolanza di selezione, dedizione e monetarizzazione che è molto, molto difficile da esportare.

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