SCUOLA/ Perché più sono bambini, più hanno le idee chiare?

- Gianfranco Lauretano

Un anno scolastico è passato. Anche in quinta elementare. Tutta la scuola, invece di relegare i piccoli all’ultimo posto, dovrebbe prenderli a modello. GIANFRANCO LAURETANO

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Benedizione pasquale (Infophoto2)

Un altro anno scolastico è passato, con le storie, le scoperte, le difficoltà, le avventure di ogni anno scolastico. Così potrebbe iniziare il titolo del tema finale, da assegnare ai ragazzi delle nostre classi. E, anche se non nuovo – anzi, classico classico –, sarebbe sempre interessante leggere le composizioni. E per la scuola primaria? Sarebbe possibile chiedere e capire cosa i bambini dai sei ai dieci anni hanno vissuto e avrebbero desiderato dalla loro scuola? Sicuramente sì, forse addirittura con più precisione. 

I bambini, perfino quelli di oggi più complessi e complessati, per ciò che sono, hanno le idee chiare. Si potrebbe sintetizzare in questo modo: vorrebbero che la scuola fosse un bene comune. Qualcosa che si costruisce tutti insieme: dove ci sono maestri (proprio così: in barba ad alcune recenti e ripetute circolari ministeriali decine di migliaia di sfrontati fanciulli continuano bellamente a chiamare i loro insegnanti con questa parola bella e antica, “maestri”) accoglienti, e autorevoli però, i quali abbiano chiaramente in mente i loro alunni e a cuore la loro vita, senza perdere nel frattempo il loro ruolo di guida, di punto di riferimento, né diventare degli improbabili amiconi fuori tempo. 

Gli adulti sono adulti, nella scuola primaria perfino i bidelli hanno un importantissimo ruolo educativo. E le materie: occorre sapere e studiare tutto quello che è proposto, come fosse un’affascinante scoperta di tesori imprescindibili, “se si vuole diventare grandi”. Ai bambini piace anche che i genitori entrino nella scuola. Per questo, “bene comune”. E non solo quando devono andarli a prendere. Entrare proprio. Magari diventare amici dei maestri, perché gli adulti per i bambini sono un’unica cosa, o dovrebbero esserlo, e hanno un’unica intenzione: quella di fare il loro bene. Magari i genitori potrebbero addirittura lavorare qualche ora nelle loro classi, mettendo a disposizione quello che sanno fare e mostrando che la conoscenza, gli affetti e la vita sono in stretta connessione fra loro, rispondendo così alla struttura esistenziale dei bambini, i quali non fanno ancora tante distinzioni. 

I bambini ambiscono ai voti solo quando l’aspettativa degli adulti è su quelli. Altrimenti se ne infischiano. Preferiscono stupirsi, cosa che, purtroppo, accade molto spesso per l’ultima volta alla scuola primaria. Non hanno idea che il registro adesso sia elettronico, se non che vedono ogni inizio mattina il maestro scrivere qualcosa al computer. Non hanno seguito neppure una volta le vicissitudini sulle circolari per l’adozione dei libri di testo. Amano molto la lavagna elettronica che sta entrando in tante aule, ma amano di più modellare la creta con le mani, sporcarsi rigorosamente le ginocchia con l’erba del prato della scuola durante la ricreazione, scoprire che persino nel perimetro della scuola entra talvolta una cavalletta o addirittura una lucertola. 

Non sanno che l’intelligenza passa dall’uso delle mani, ma lo mettono in pratica, mentre molti di loro, che vivono in aule tecnologicamente avanzate dotate di lavagna iperattiva, inforcano anticipatamente gli occhiali e scordano anticipatamente le nozioni del video di scienze a cui hanno appena assistito. 

I bambini soffrono sempre di più, perché per quanta legislazione possiamo produrre sulla liberalizzazione di svariate forme di matrimonio e di velocità del divorzio, per questi antiquati infantili la cosa logica è che la mamma e il papà (li chiamano proprio così) stiano insieme nella loro stessa casa e si vogliano bene. Impenitenti come sono, nonostante questi e altri dolori, sono protesi a stupirsi appena si presenta loro un fenomeno della natura o un racconto avvincente e avventuroso. Insomma sanno ancora spalancare la bocca. Dio non voglia che qualche adulto li induca a chiuderla troppo velocemente.

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