SCUOLA/ Educazione economica, l’”ombra” di Croce sugli studenti italiani

- Enrico Castrovilli

L’Ocse ha presentato i dati sulle competenze finanziarie dei 15enni di 18 paesi. Dei 13 paesi Ocse l’Italia è ultima. Un dato su cui conviene riflettere. ENRICO CASTROVILLI (Aeee-Italia)

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Perché l’Italia è ultima? Questa è la domanda che sorge spontanea osservando i risultati dell’Indagine 2012 dell’Ocse sulle competenze finanziarie dei quindicenni, resi noti il 9 luglio all’Ocse di Parigi e al Global Financial Literacy Excellence Center di Washington, centro diretto dalla professoressa italiana Annamaria Lusardi, Chair della Commissione di esperti dell’Ocse sulla financial literacy. 

L’indagine ha sottoposto per la prima volta a 29mila studenti rappresentativi di 9 milioni di quindicenni di 18 paesi prove finalizzate ad indagare competenze (e quindi non nozioni) relative a contenuti, contesti e processi nel campo finanziario. Competenze ritenute significative a fronte della complessità delle innovazioni finanziarie e dell’esposizione precoce dei giovani a fatti economici. L’indagine ad esempio racconta che ben il 44% dei circa 7mila quindicenni italiani considerati è titolare di un conto corrente o di una carta prepagata e che il 49% di loro ha iniziato a guadagnare con qualche lavoretto in famiglie o aziende.  

Banca d’Italia ha organizzato a Roma con Ocse e Invalsi un’analoga presentazione focalizzata sui risultati dei giovani italiani, seguita con molta curiosità da molti enti finanziari italiani da tempo attivi con significativi progetti di educazione finanziaria. La curiosità non è andata delusa, lo sconcerto è stato forte. L’Italia con il punteggio medio di 466 risulta ultima tra i 13 paesi Ocse partecipanti (nell’ordine di punteggio: Comunità fiamminga del Belgio, Estonia, Australia, Nuova Zelanda, Repubblica Ceca, Polonia, Stati Uniti, Francia, Slovenia, Spagna, Israele, Repubblica Slovacca). Altri 5 paesi partner Ocse, e cioè Shangai-Cina (che ha ottenuto ben 603 a fronte di quello medio Ocse di 500), Lettonia, Federazione Russa, Croazia hanno ottenuto punteggi superiori a quelli italiani. Solo la Colombia con il punteggio di 379 ha avuto una performance inferiore a quella italiana. 

A parziale difesa delle competenze dei giovani italiani resta solo il fatto che Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Trentino, Alto Adige e Lombardia hanno riportato punteggi vicini alla media Ocse, dato più che compensato in negativo dai cattivi risultati di Sud e Isole. Solo il 2,1% degli italiani ha raggiunto il livello più alto della scala Pisa, mentre ben il 21,7%, oltre 1 studente su 5, non è riuscito a raggiungere il livello 2 indicativo di competenze sufficienti. E infine un dato su cui riflettere: in Italia i punteggi sulle competenze finanziarie sono risultati peggiori di ben 14 punti rispetto a quelli che si potevano attendere in base alle competenze di matematica e lettura emerse nelle altre Indagini 2012 Pisa. 

Quali analisi condurre sui dati? A quali iniziative non velleitarie pensare? Sarà questa l’ennesima occasione di geremiadi e di lacrime nel mondo della scuola? L’analisi è bene che parta da un altro approccio, senza con ciò sottrarre il mondo dell’istruzione e dell’educazione dalle sue responsabilità. In Italia la cultura economica e finanziaria non è considerata cultura, qui conta il lascito di Benedetto Croce, e quindi neppure competenza. Il causidico e l’amministrativo predominano nella prassi delle relazioni sociali e di lavoro. Le scelte economico-finanziarie delle persone e delle famiglie sono di norma delegate agli specialisti (bancari, assicurativi, del lavoro, commercialisti, tributaristi, etc.). 

Ed infatti emerge dall’Indagine Pisa che in Italia l’influenza dello status socio-economico della famiglia sui risultati è assai più debole che negli altri pesi analizzati. Nella scuola primaria italiana sono poche le scuole che affrontano le questioni delle scelte nell’uso delle risorse, nell’uso della moneta, del senso del lavoro, di cosa implica risparmiare o consumare. Nella scuola secondaria superiore gli studi economico-finanziari sono oggi frequentati da non più del 15% degli studenti e da un’identica percentuale nell’università, in entrambi i casi con corsi che privilegiano aspetti tecnici e professionali. 

I dati della pessima financial literacy dei quindicenni italiani sono quindi espressione di un convergente contesto negativo. Per modificarlo sarà questione di anni. Servirà coraggio, pazienza e buona cultura. Per la scuola si apre in modo evidente un nuovo campo di impegno per dare maggiore spazio nei propri curricoli all’economia e alla finanza, ad esempio assegnando un maggiore peso al nuovo liceo economico sociale.

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