SCUOLA/ La bellezza di rivivere Dante a sessant’anni

- Silvia Guidi

Dietro le quinte di “Nel mezzo del cammin. In viaggio con Dante sui sentieri della Misericordia”, le letture di Franco Nembrini della “Commedia” su Tv2000. Racconto di SILVIA GUIDI

franconembrini_1R439
Franco Nembrini durante una lezione (Foto dal web)

La signora Assuntina inizia a raccontare, tirando un po’ su col naso, già sulla navetta della produzione che collega gli studi televisivi alla metro fermata Cinecittà. E’ l’ultima corsa della giornata, le due puntate in programma sono state registrate, l’audio finalmente è a posto, quello strano ronzio che non si capiva da dove venisse è stato eliminato; per vederle tocca spettare un po’, la serie va in onda su Tv2000 da dicembre, e continuerà per trentaquattro puntate, un ciclo lungo un anno.

Ci siamo trovate sedute accanto, in mezzo al pubblico che assiste alla registrazione di “Nel mezzo del cammin. In viaggio con Dante sui sentieri della Misericordia” di Franco Nembrini, il professore bergamasco che da anni diffonde il virus dell’amore per il poeta della Vita Nova e della Commedia, contagiando vip (come Roberto Benigni, suo grande ammiratore) e vop (very ordinary people) non solo in Italia, dalla Spagna all’America Latina, dall’Ucraina al Vietnam.

Negli studi televisivi, non lontano dalla metro Cinecittà, molte delle persone che si erano iscritte online per partecipare sono arrivate dopo pranzo, per vedere anche la prima puntata, altri li hanno raggiunti dopo il lavoro, in tempo per la lezione sul secondo canto del Purgatorio.

Si è fatto tardi, conviene fare in fretta perché la metro chiude presto, ma stavolta non è stata una semplice comparsata sotto i riflettori, giusto per passare qualche ora in compagnia e avere qualcosa da raccontare alle amiche il giorno dopo, dice Assuntina. E inizia subito a raccontare. Una terrazza sul mare, in Calabria. Una casa piccola ma bellissima, un rifugio perfetto dopo la pensione, per invitare a ferragosto figli, fratelli e nipoti, e mangiare tutti insieme, un po’ stretti ma felici sul terrazzo a picco nell’azzurro.

E invece quella casa è stata pagata due, tre, mille volte il suo valore per colpa di una causa legale che anno dopo anno ricominciava sempre, più cattiva e difficile, non finiva mai, si complicava sempre, di processo in processo. Una brutta storia di parenti in guerra da generazioni, non si è mai capito bene perché.

Suo marito se l’è portato via un malore in tribunale, a pochi giorni dalla tanto sospirata pensione, quando l’angoscia dei ricorsi e delle mail da spedire all’avvocato stava giusto per finire. Persino il mare calabrese è meno bello da soli, sorride Assuntina tuffandosi dentro al fazzoletto; il raffreddore non c’entra, e neanche l’allergia alla polvere, in mezzo ai cavi e alle scenografie dello studio dove Nembrini sta registrando puntata dopo puntata il suo lungo viaggio alla scoperta della Misericordia attraverso le parole di Dante.

Persino il mare calabrese è meno bello quando si è da soli e tocca tirar fuori una vecchia scatola di foto per far conoscere il nonno ai nipotini.

“La casa adesso è nostra ma non mi va più di tornarci, ormai è il simbolo di tutto quello che ho perso, di come ho sprecato il tempo in guerre inutili, di quanto mi manca mio marito”. O natura o natura, perché di tanto inganni i figli tuoi? Direbbe il conte Giacomo Leopardi davanti a questa piccola grande storia di ordinario dolore. Chi mi aiuta adesso a uscire dal buio, dall’odio per chi mi ha rovinato la vita? — direbbe invece messer Durante degli Alighieri, che ha conosciuto la durezza dell’esilio e la ferita inguaribile della perdita della donna amata —. Chi mi tira fuori dalla mia personale selva oscura, dal peso soffocante del male, mio e dei miei fratelli uomini, degli avversari politici come degli alleati, degli amici come dei nemici, quel male capillare e pervasivo che oscura la vista e toglie gusto e significato a tutto quello che tocco?

Nella selva oscura ci si può finire anche a sessant’anni, non solo “Nel mezzo del cammin”, anche a tre quarti, sorride Assuntina, scherzando sul titolo della serie tv ancora in corso d’opera. Ovviamente non si chiama così, il suo vero nome è un altro, e il mare davanti a cui sognava di vivere gli anni della pensione non è esattamente quello della Calabria; dato che esiste davvero e ci ha raccontato quello che più le brucia del suo passato e del suo presente meglio non rischiare con la privacy e non tradire la sua fiducia.

Ma la sua testimonianza è importante, e bella da raccontare. La sua voglia di parlare, di condividere lo smarrimento e il dolore, ma anche lo spiraglio di speranza intravista ripercorrendo versi scritti secoli fa da un letterato fiorentino con la passione per la politica e le belle donne, innamorato della sua città ma ben poco corrisposto (almeno durante la sua vita terrena), la sua voglia di ripartire, confessata con slancio a degli sconosciuti incontrati per caso in mezzo al pubblico di uno studio televisivo, in un pomeriggio come tanti, dimostra che avere Dante come compagno di cammino non è una frase fatta ma un’esperienza reale, presente, “vivente”. Proprio qui, proprio adesso, nel mondo vero, opaco, quotidiano, in quell'”aiuola che ci fa tanto feroci” (Paradiso, XXII, 151).

Lascio Franco Nembrini al suo lavoro (anche oggi ci sono due puntate da registrare) e telefono alla signora Assuntina per chiederle il nulla osta a procedere nel raccontare la sua storia, cambiandole un pochino i connotati e qualche altro particolare, geografia compresa. “Certo che sì — mi risponde — Un’ultima cosa. Mi raccomando, l’Inferno è già abbastanza famoso, scriva che leggano il Purgatorio, anche solo l’inizio. Ovvio che è la mia cantica preferita, mio marito è già lì che mi aspetta”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori