SCUOLA/ Corsi Clil, a chi giova emarginare le paritarie?

- Silvia Ballabio, int. Giovanni Iamartino

Mentre il ministro Giannini ha annunciato l’introduzione  di una materia da farsi in inglese alle elementari tout court, proseguono i corsi Clil. Il commento di GIOVANNI IAMARTINO

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Il Clil obbligatorio per tutti gli studenti dell’ultimo anno dei licei e dei tecnici, il Politecnico di Milano con la sua azione di all English nei corsi magistrali e nei dottorati, il progetto Bei in Lombardia, il ministro Giannini che ha annunciato l’introduzione  di una materia da farsi in inglese alle elementari tout court. Insomma inglese a tutti i costi, e calato dall’alto. Intanto, a breve avrà inizio il secondo ciclo di corsi di formazione metodologica Clil, preferibilmente per quei docenti della scuola statale che stanno facendo Clil nelle loro classi quest’anno, in adempimento all’obbligo di legge. Il sussidiario ha intervistato Giovanni Iamartino, professore ordinario di lingua e letteratura inglese nell’Università degli Studi di Milano, dove è anche direttore dei corsi Clil.

L’Università statale di Milano ha già condotto un primo ciclo di corsi metodologici Clil indirizzati ai docenti di disciplina di materie scientifiche in lingua inglese. Quale è la sua valutazione della preparazione linguistica in entrata dei docenti del ciclo di formazione già concluso?
Più che buona. Dei 35 corsisti, 7 possedevano una certificazione linguistica di livello C1, quella richiesta per diventare a tutti gli effetti docenti Clil; gli altri padroneggiavano già adeguatamente l’inglese a livello B2, e quindi non abbiamo avuto reali problemi di comprensione e interazione. Certo, si è trattato di una situazione privilegiata: era il primo gruppo di docenti selezionati, e tutti provenienti dai licei linguistici, quindi in un contesto aperto alle lingue straniere. E più d’uno di loro aveva già alle spalle sperimentazioni di didattica secondo la metodologia Clil.

Molto spesso i percorsi di formazione vengono accusati di essere disgiunti dalle reali necessità dei docenti. Che atteggiamento avete riscontrato nei corsisti Clil, che si sono trovati di fronte ad un universo a loro ignoto, quello dell’insegnamento integrato di lingua e contenuto?
Devo dire che, sia nelle discussioni durante il corso, sia dal questionario di soddisfazione che abbiamo voluto somministrare al termine delle lezioni, questo problema di “scollamento” tra formazione in università e azione a scuola non è stato evidenziato. Per quanto riguarda gli incontri di carattere metodologico sul Clil e di language awareness sull’inglese, abbiamo riscontrato molto interesse e pronta disponibilità dei docenti a mettersi in gioco. Nell’organizzazione delle attività formative caratterizzanti, poi, abbiamo tenuto conto che avevamo davanti docenti che insegnavano biologia, scienze naturali, fisica, matematica o scienze motorie. Certo, una nostra lezione Clil sui terremoti o sul calcolo delle probabilità ha più interessato alcuni corsisti rispetto ad altri; ma anche in questi incontri su argomenti delle didattiche disciplinari si è sempre cercato di evidenziare la modalità dell’approccio Clil più che i contenuti in quanto tali; paradossalmente, meno l’argomento era vicino alla pratica didattica quotidiana di questi docenti, più poteva essere facile per loro focalizzarsi su approcci e metodologie. Il vero problema che i docenti in formazione Clil devono superare è un altro.

Quale?

Rendersi conto che non si tratta semplicemente di insegnare, ad esempio, la fisica in inglese, ma che lo scopo finale della metodologica Clil è rendere i loro studenti più attrezzati a utilizzare la lingua straniera come veicolo per comunicare contenuti disciplinari; l’obiettivo didattico deve essere tanto sull’inglese quanto sulla fisica. E’ questo l’impegno vero e il “sacrificio” che si chiede ai docenti disciplinaristi. Un impegno e un sacrificio che, pur escludendo la compresenza in classe con l’insegnante di lingua, possono da quest’ultimo essere ricompensati con varie forme di aiuto, nella programmazione e nella realizzazione della didattica Clil, per il bene dei ragazzi e del loro futuro professionale. 

Ci sono diversità significative nella progettazione del nuovi percorsi di formazione metodologica di cui al bando appena chiuso che vorrebbe indicarci?
No, non ci saranno grossi cambiamenti: l’impianto generale resta lo stesso anche se, ovviamente, per ogni lezione abbiamo previsto aggiustamenti e migliori focalizzazioni. La novità, per noi della Statale, sarà quella di far partire uno o più corsi Clil anche per i docenti dell’area umanistica. 

C’è molto attesa rispetto al nuovo ciclo di formazione, sopratutto in considerazione del fatto che, chi più chi meno, i docenti che sono stati iscritti ai corsi metodologici sono quelli che stanno facendo Clil in questo anno scolastico. I corsi riusciranno ad intercettare questo bisogno formativo impellente o arriveranno troppo tardi?
Qui le cose dipendono solo in parte da noi. Certamente, una volta che verrà costituito e ci verrà assegnato un gruppo classe, sarà prioritario fare un censimento delle esperienze pregresse e in corso, e possibilmente tenerne conto per la nostra attività formativa. Ma non dimentico i tempi necessariamente lunghi per formare la classe, per fare la convenzione tra l’università e la scuola che eroga il finanziamento ministeriale, eccetera. In diversi incontri di programmazione delle attività Clil fatti al ministero, io e altri direttori dei corsi abbiamo insistito che i corsi Clil dovrebbero partire in sostanziale sincronia con i due quadrimestri dell’attività scolastica — diciamo, a inizio ottobre e/o a inizio febbraio — ma questo è un obiettivo non ancora raggiunto.

L’accesso alla formazione linguistica e metodologica Clil è solo per i docenti in ruolo; tutti i docenti delle scuole paritarie sono esclusi da questi percorsi. In un recente incontro fra Usr Lombardia e i rappresentanti delle associazioni delle scuole paritarie tenutosi a dicembre 2013 si individuarono possibili azioni formative dedicate. Lei è favorevole a questa duplicazione dei corsi metodologici già approvati, o si tratta di un’ipotesi non praticabile?
Sono assolutamente favorevole. Visto che le scuole paritarie devo assolvere — nei confronti del ministero e dei propri studenti — agli stessi doveri delle scuole statali, anche i docenti delle scuole paritarie devono poter essere messi in condizione di adeguarsi. Certo, resta il problema del finanziamento per i corsi Clil da destinare a questi docenti. Ma se, attraverso le reti di scuole paritarie che esistono a livello provinciale o regionale, si costituissero dei gruppi omogenei di insegnanti interessati alla formazione Clil, anche il problema dei costi sarebbe del tutto relativo. Mi sto adoperando in tal senso. 

Il Clil obbligatorio per tutti gli studenti dell’ultimo anno dei licei e dei tecnici, il Politecnico di Milano con la sua azione di all English nei corsi magistrali e nei dottorati, il progetto Bei in Lombardia, il ministro Giannini che ha annunciato l’introduzione  di una materia da farsi in inglese alle elementari tout court. Insomma inglese a tutti i costi, e calato dall’alto. E’ la strada giusta? 

Forse non è la strada giusta, ma è l’unica praticabile: in qualche modo, va recuperato il ritardo che noi italiani abbiamo rispetto alla maggior parte dei paesi europei. Capisco tutte le prese di posizione, anche ideologiche, per la difesa dell’italiano, e in ogni caso del plurilinguismo, e in buona misura le condivido. Ma queste non devono chiuderci gli occhi di fronte al nostro “analfabetismo” nel confronto internazionale — una carenza che ci svantaggia, e molto, in quasi tutti i campi. Se tutti padroneggiassimo di più l’inglese, non lo vedremmo come un “ammazza-italiano”… 

Quali sono le sue impressioni da questo punto di vista?
Noto piuttosto che le inadeguatezze nella conoscenza dell’inglese dei nostri studenti sono ancora più gravi in chi mostra un uso sciatto e povero della nostra lingua madre. Quando, invece di occuparmi di Clil, faccio lo storico della lingua inglese e lo studioso della storia dei rapporti anglo-italiani, ricordo spesso che, se nel secondo dopoguerra non si fosse sviluppata a Cinecittà quell’eccellente scuola di doppiaggio che abbiamo tuttora, gli italiani delle ultime generazioni, fin da piccoli, avrebbero visto cartoni animati e film in lingua straniera, potremmo competere con gli scandinavi nel mercato del lavoro globale e, probabilmente, tutte le azioni formative citate nella domanda, e magari anche la didattica Clil, non sarebbero necessarie. Ma questo è un discorso che ci porterebbe lontano…

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