SCUOLA/ Il tradimento. Italodramma in quattro puntate (1)

- Stefano Bertani

Dove va, anzi, dov’è ormai andata la scuola italiana? Diciamo “scuola”, ma dovremmo forse usare un altro nome. Italodramma in quattro puntate di STEFANO BERTANI

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Durante una protesta studentesca a Torino (Infophoto)

Non è facile, per nulla, comprendere i dibattiti che si moltiplicano sulla scuola italiana, soprattutto perché nella sua storia moderna essa raramente ha svolto il ruolo che competerebbe al nome, vale a dire luogo ove si insegna e si è insegnati. Insomma, pronunciamo «scuola» ma, per comprendere meglio l’oggetto di tanta contenzione, dovremmo dire altro nome. Forse altri tanti. Traggo a caso dalla doxa del web, come ormai è consuetudine: «scuò-la: significato: istituzione sociale il cui scopo è educare e formare, dal greco: skholé che inizialmente indicava l’ozio, l’occupare piacevolmente il tempo libero, per poi passare ad indicare la discussione e la lezione, e il luogo in cui questa veniva tenuta».

Ecco, perduto l’ozio — fondamentale gesto, atto a orientare il desiderio — (sostituito con la Moralizzazione, prima; poi con l’etica della Competizione volta alla Consumazione); perduto il piacere (con l’ansia da Prestazione); perduta la libera discussione (con i quiz e i Test d’ammissione); allora potremmo dire, ad esempio, con maggior precisione «Agenzia Sociale per la Certificazione»: le ASC, insomma. Sono impiegato alle ASC. Vado a ritirare alle ASC l’impegnativa. Il professore è, per contratto, un impiegato dell’Agenzia, specialista di somministrazione e misurazione delle competenze per le statistiche nazio-internazionali (oh, oggettività delle sue scienze). Certo, egli resta Pastore messo a «pascolar le pecore» con disciplina, si capisce: nessun insegnante ha mai fallito per conclamata sua ignoranza o per incompetenza, né per ciò fu più o men retribuito: “Gli insegnanti falliscono quando non riescono a «tenere la classe». L’istruzione autentica deve essere limitata, in ultima analisi, a quanti vogliono sapere; tutto il resto è pascolar le pecore” (E. Pound, 1934).

E dopo l’ultima Riforma, sappiamo bene l’Università come li forma. Anzi, presso l’Agenzia (di qualunque gestione sia, pubblica e privata) la competenza è poi tanto richiesta per esser subito ignorata, una volta che sia stata ben certificata. Aiuta ciò, nonché a sottopagare, a piegare l’impiegato alla nuova missione cui la Dirigenza della scuola lo destina assecondando l’opportunità e l’occasione dell’una o dell’altra Gestione. Ma Pound, il Poeta, si sa, leggeva troppo Dante. Il medioevo, per quanto fosse molto oscuro, aveva purtroppo le idee sin troppo chiare.

Una volta riempito di un po’ di contenuto, l’Aspirante Insegnante Laureato, il Nuovo Venuto, è messo quindi a dispensar aiuto nella funzione arcadico-sociale, convinto della nuova vocazione pastorale. All’Impressore dell’Agenzia non resta che apprender, come assicurano esperti abilitati, la strategia di Fido, saper ben abbaiare, con il nuovo linguaggio mediale: wow!, wow!, wow!… (bau, bau, bau in scuolichese antico): meraviglie del nuovo delectare. Manzoni contento lascia fare: ecco realizzato infine il suo sentir e meditare. Fattasi dunque più scienziata nel suo appeal comunicativo a fine poi contenitivo, l’Agenzia controllatrice e medicale del tessuto sociale: prognostica malattie cognitive, denuncia comportamenti devianti, soddisfa le richieste del Fornitore famigliare, introduce alla profilassi sessuale, consegna patenti per i motorini, organizza Eventi, collabora con le Agenzie turistiche, prende contatti con i Centri psico socio educativi e il Territorio delle Aziende (quelle vere, non solo Socio Sanitarie), coadiuva le indagini della Polizia locale, sostiene i Vigili del Fuoco, tappezza aule con la green ecology, visita i Nonni nelle case di Riposo, corrisponde Licenze informatiche, parla il mondo multilingue, sponsorizza la virtuale faceschool (aggiornandosi con facebook), indìce Convegni sull’antropologia dei digitali nativi, soccorre il Mercato virtuoso della scarpa (da corsa e ben marchiata, col brend più sciallo, d’annata) imponendo il tetto di spesa al perfido mercato dei testi manuali, anche se cartaceodigitali (e a scuola meglio se opzionali).

Eppure, a differenza di tutte le culture, la “scuola” d’Occidente nasceva laicamente col leggere di Omero; esercitando Isocrate, agendo la paideia, e assai meno la filosofia, la teologia o la mitologia («bella ciao») di Stato. Forse già all’origine si custodiva un arcano, ermetico segreto: l’educazione, quando avviene a scuola, avviene sempre nell’incontro con un mondo di finzione, e mai direttamente tra utente-discente e impiegato-professore. Insegnante e insegnato si scambian spesso i ruoli, nella relazione col vero di un’equazione, col bello di un sonetto o una canzone. Nulla è mai un pre-testo educativo; a scuola l’educazione sarebbe un mezzo per conoscere al fin d’amare; non mai un fine è l’educare. Studiare bene l’oggetto contemplato, col giusto linguaggio nominato, educherebbe invece insegnante e insegnato. Ma perché mai si frammetterà un Maestro mediatore, quando più rapido, economico, -duttivo, sarà il contatto diretto col fatto lavorato messo a mollo già nel suo Aziendale contesto? Basta con le teoriche di fuffa: lo stage professionale ti tira fuori dalla scuola-muffa. Abbasso la finzione della scuola. Che serva solo come volo simulato, per ottenere poi un più remunerato risultato (o un successo formativo assicurato). Vai nell’Agenzia Simulatore, per uscirne dal Controllore giustamente Graduato. «E Noi farem la Scuola più bella e più grande che pria. Bravo! Grazie!» (oh Petrolini, da Nerone addobbato). Meglio subito somettere il giudizio di valore allo Stage nel mondo vero, del lavoro nella lotta di mercato, affinché il “ragazzo” meglio riesca addestrato alla Professione. Più azienda sia, e meno inutile leggenda stantia (ma non sarebbe meglio fare Scuola nell’Azienda, se si vuol davvero migliorar la concorrenza? Pensa lì quanta esperienza, accolta da chi ne riconosce l’autentica valenza? Forse che della Scuola ha paura ogni Padrone?).

Noi accogliamo dunque una parola e una tradizione ormai tradita: la scuola luogo di piacevole contemplazione (lo studium riaffermava il senso); luogo di soddisfatta ri-creazione (diceva Dante: apparecchiare per gustare la vivanda), per l’estensione dell’Esser nostro, della Scienza di chi siamo, del Creato di cui godiamo, per ragionar del bello e per isvagar del vero, con magnanimità (al calcolo della sua sovrabbondanza) e mostrando gratitudine. Educati, sì, ma per andare a scuola, e dunque prima e dopo campanella; non i saperi piegati a educare a guadagnare, a fare i Buoni della Buona scuola, cioè competitor equi e solidali. Si sarebbe uomini liberi per apprezzare meglio i segni del mondo; non si userebbe il mondo per diventar liberi. E liberi, si libererebbe, almeno un poco, il mondo. Altrimenti lo usassero gli schiavi, e lo si ingabbierebbe. La Scuola faccia il suo, ma ciascuno, fuori, faccia il proprio. A pochi piacciono le deleghe, ma delega fu, e in buona o mala fede, resta sempre più molesta. Molti si confusero. Che sia poi la conoscenza, con la sua ferrea ed esatta disciplina, a rendere più civile il cittadino, più uomo il ragazzino, questo lo sa bene ogni adulto che sia stato educato da bambino. Il pastore chiudesse prima il suo recinto. Che sia allora la Pedagogia a dimostrare se essa sia di dignità educativa, e non chieda ad altri di dimostrare l’evidenza: che scienza e arte educhino chi le apprezza, è da millenni granitica certezza.

 

(1 – continua)

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