SCUOLA/ A che serve un Open Day quando l’orientamento è morto?

- Corrado Bagnoli

In questi giorni e per tutto il mese di gennaio presidi e insegnanti mettono su il vestito della festa alle scuole: sono gli open day. Ma c’è un rischio. Commento di CORRADO BAGNOLI

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Immagini di repertorio (LaPresse)

Venghino signori, venghino: in questi giorni e per tutto il mese di gennaio presidi e insegnanti mettono su il vestito della festa alla scuola; le ragazze, quelle delle superiori — della scuola che ho da poco avuto la grazia e la fortuna di lasciare prima di diventare bisnonno come faranno i miei colleghi — hanno gonne con lustrini e trucchi da gran gala, assetto da guerra con sguardi già impostati per impressionare i giovani avventori in cerca di parole chiare sul futuro, sperduti tra i corridoi e le classi di un edificio troppo grande persino per i loro sogni. Sono i giorni degli open-day e persino degli open-night, quasi una consuetudine ormai per tutti i livelli di scuola, fin dalle elementari che si mettono anche loro in vetrina, che accolgono i piccoli della scuola materna, che si fanno concorrenza tra loro a suon di laboratori o attività più o meno ludiche. Poi ci sono anche i consorzi di scuole, all’interno degli ambiti territoriali, che una volta si chiamavano forse distretti ma che sono più o meno la stessa cosa: si organizzano veri e propri eventi, saloni dell’orientamento, li chiamano. 

Io ci sono stato ed è una vera e propria kermesse, un via vai di quattordicenni e madri e padri che attraversano gli stand come se si fosse ad una fiera, arraffando depliant, cercando di incrociare lo sguardo di un professore delle superiori che gli possa dare retta, che dica una buona parola sul futuro del loro figlio, come il passante che si rivolgeva al venditore di almanacchi e di lunari nel dialogo leopardiano. 

Anche nell’era digitale, insomma, si moltiplicano appuntamenti e attività che vogliono aiutare chi deve scegliere a scegliere bene: gli insegnanti della secondaria di primo grado, della media, insomma, che una volta avevano il loro bel da fare a dare informazioni e suggerimenti, oggi sembrano essere sollevati dal loro gravoso impegno: da un lato il web con i siti e le cartoline delle scuole, dall’altro gli open day e i saloni fieristici con la possibilità di verificare, di toccare con mano quello che una volta si poteva soltanto immaginare. 

Dunque la scuola media abdica? Rinuncia a uno dei compiti che la legge gli affida ancora oggi nei nuovi ordinamenti, cioè al compito di orientare? No, anzi: proprio oggi può riscoprire il vero ruolo dell’orientamento, mi ha raccontato un mio vecchio amico che alla medie ci sta e che per la verità era un po’ infastidito dalle mie osservazioni, anche se pure lui non ama molto questa svolta delle scuole che fanno operazioni di marketing e di vendita all’incanto. Lui dice che proprio oggi l’orientamento diventa ancora più centrale nella scuola media; ma so che c’è il trucco, anche qua: cosa vuol dire orientare oggi? Nient’altro che pensare, mi dice.  

Eccolo il trucco: adesso mi gira e rigira le carte e le parole per convincermi della sua idea. Per scegliere basta essere informati, vedere, sentire, ascoltare pareri? No, per scegliere devi pensare, mi dice. Devo ponderare, cioè dare un peso ai diversi fattori che entrano in gioco nella scelta: bisogna spiegarglielo a un ragazzino di quattordici anni che il problema non è semplicemente se nella scuola dove andrà ci sono i laboratori oppure no, se è vicina a casa e facilmente raggiungibile, se ci va la mia morosa o il mio amico, se i professori sono di manica larga oppure no, se quelli che escono da lì diventeranno tutti dottori. La scuola media oggi ha il compito enorme di mettere questo ragazzo innanzitutto davanti a se stesso, di aiutarlo a capire chi è, di cosa è fatto, che senso vuole dare alla sua vita. E poi ha il compito di aiutarlo a leggere, a individuare le sue attitudini, le capacità, i suoi interessi. Quali fattori entrano in gioco quando uno sceglie? 

Il mio amico, che insegna italiano, dice che, mentre qualche suo collega insegue una specie di programma sui generi letterari e i tipi di testo e fors’anche, tra i più arditi, una storia della letteratura ristretta e insensata, anche lui prende in mano Leopardi, Montale, Manzoni, Rebora e Baudelaire e incomincia a chiedersi il perché delle cose, a chiedersi il senso di quello che lui fa e che i suoi alunni fanno. Perché non si può decidere se non sai quale senso vuoi dare ai tuoi sforzi. E poi non si può decidere il futuro se non sai cosa sei oggi. E devi pensare, devi ponderare, dare un peso, insomma, a quei fattori, a quei doni che ti ritrovi dentro e che dovrai mettere in gioco nella scuola prossima ventura. 

Ecco cosa può fare oggi la scuola media orientativa: mettere il ragazzo davanti allo specchio, insegnargli a guardarsi davvero e a misurare com’è il mondo che gli sta intorno. Il mio amico dice che è uno spettacolo vedere i ragazzi davanti alla Lim che ascoltano quasi impauriti Ungaretti che legge I fiumi: nel bianco e nero della tv italiana degli anni Sessanta, gli occhi di Ungaretti lampeggiano come un fuoco che li attraversa, la sua voce dice cose che altri, che nessuno potrà mai dire loro in quel modo: che il supplizio è non stare in armonia, che il male è la distanza, che la vita viene come il sole ad asciugare i panni sudici della guerra e che ci si sente come una reliquia. E quindi anche loro sono sacri e unici. 

Oppure, dice ancora, è un altro miracolo vederli muti e attenti di fronte a lui che legge le parole del profeta di Gibran, del profeta che racconta cos’è il lavoro: un testo difficile e denso di simboli e difficoltà, che però sentono detto per loro, che il professore fa sentire come scritto per loro, per quello che oggi stanno facendo, per il loro lavoro che è quello di studiare. Niente è più grande del lavoro, solo il lavoro è amore rivelato, cioè ti svela a te stesso e ti svela al mondo. Poi tutti questi autori verranno messi in fila e la storia della letteratura verrà come una conseguenza, dice il mio amico. Adesso quello che conta è che qualcuno li aiuti a pensare, a dare un peso alle cose. A scegliere. 

Qualcuno di loro, che vedeva gli open day delle scuole superiori del sabato mattina come una festa, come una bigiata giustificata, comincia a rinunciare: gli interessa stare ad ascoltare un poeta, una parola che sembra proprio stata detta per lui e grazie alla quale andrà anche all’open day. Magari il sabato pomeriggio, però. Magari sapendo meglio cosa deve cercare. Perché, mi dice ancora questo vecchio testardo professore, ha ragione Gibran: la vita è oscurità se non c’è slancio,/ e ogni slancio è cieco se privo di sapienza,/ e ogni sapienza è vana senza agire,/ e ogni azione è vuota senza amore, e lavorare con amore è un vincolo con gli altri, con voi stessi e Dio

Hai ragione tu, gli dico io: c’è ancora un sacco di cose da fare in questa scuola, altro che abdicare. Nessun salone, nessuna fiera, nessun open day potrà mai sostituire questa fatica e questa grazia del saper pensare che qualcuno può comunicare attraverso la sua compagnia e la compagnia di chi questa fatica e questa grazia l’ha vissuta e raccontata nel suo lavoro, nella sua opera: e se fosse questa la buona scuola?

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