CONCORSO SCUOLA 2016/ Sarà un fallimento, ecco perché

A gennaio sono stati approvati decreto e relativo regolamento del nuovo concorso. Ci sono alcune innovazioni, ma nel complesso è un film già visto. Deludente. Ecco perché. GIOVANNI COMINELLI

05.02.2016 - Giovanni Cominelli
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Matteo Renzi applaudito da Davide Faraone (Infophoto)

A gennaio sono stati approvati il decreto dal titolo “Prove di esame e programmi del concorso per titoli ed esami per l’accesso ai ruoli del personale docente della scuola dell’infanzia, primaria, secondaria di primo e secondo grado, nonché del personale docente specializzato per il sostegno agli alunni con disabilità”, e il relativo regolamento recante “Disposizioni per la razionalizzazione e l’accorpamento delle classi di concorso a cattedre e a posti di insegnamento” già previsto da un decreto e dalla legge n. 133 del 6 agosto 2008. 

Si tratta di assumere 63.712 docenti. Il decreto prevede una prova pre-selettiva, qualora il numero dei candidati sia superiore a quattro volte il numero dei posti disponibili. Tuttavia si specifica, subito dopo, che i primi concorsi banditi non dovranno rispettare questa condizione. Le prove vere e proprie sono di due tipi: scritta o scritto-grafica di 150 minuti, sulla base dei contenuti previsti per ciascuna classe di concorso. Eventualmente, e in base alla classe di concorso, si dovrà superare anche una prova pratico-laboratoriale. La prova orale sarà di 45 minuti, di cui 35 spesi nel fare una lezione simulata e 10 per un’interlocuzione con il candidato sui contenuti della lezione e ai fini della verifica della conoscenza della lingua straniera: inglese B2 per i candidati della primaria, francese, inglese, spagnolo, tedesco, livello B2 per quelli della secondaria. 

Le novità del decreto sono consegnate agli allegati. L’allegato A fissa le classi di concorso, numerate attraverso l’attribuzione di uno specifico codice, e gli insegnamenti ad esse relativi. L’allegato B stabilisce la corrispondenza tra le nuove classi di concorso e quelle previste alla tabella A e D del decreto ministeriale 30 gennaio del 1998; ripartisce tra le classi di concorso accorpate gli insegnamenti definiti nei decreti presidenziali del 2009 (n. 85) e del 2010 (nn. 87-88-89); fissa le condizioni dell’attribuzione degli insegnamenti e i titoli di studio per quegli insegnamenti per classi di concorso per i quali non sono previste confluenze parziali e totali. L’allegato C indica le classi di concorso a posti di insegnante tecnico-pratico, numerate con apposito codice, con gli insegnamenti relativi. L’allegato D stabilisce la corrispondenza tra le classi di concorso previste dall’allegato C e quelle della tabella C del decreto ministeriale n. 39 del 30 gennaio 1998.

Sono fissati otto ambiti che aggregano le classi di concorso: cinque sono verticali, perché salgono dalla secondaria di I primo grado a quella di II grado; tre sono orizzontali, perché accorpano classi di concorso dello stesso grado. Le classi di concorso passano da 168 a 113, molte cambiano denominazione, 13 sono nuove, altre compattate.

Chi attendeva una riforma più radicale del sistema di assunzione si troverà ancora una volta deluso. Né basta a togliere l’amaro in bocca la caramella della riduzione della classi di concorso. 

Partiamo da queste ultime. Occorre riconoscere che si è trattato di un lavoro improbo, considerate le resistenze corporative del sindacato, le inerzie dell’apparato amministrativo, la rigida struttura dell’offerta universitaria. Il tentativo è quello di rendere più flessibile la figura del docente, eliminando paradossi per cui il laureato in ingegneria può insegnare matematica nella scuola secondaria di secondo grado, ma non in quella di primo grado. Essendo le classi di concorso il prodotto secolare del pensiero amministrativo-burocratico, ridurle, sia pure di 55 unità, si configura come un’impresa. D’altronde la Commissione Brocca, che era stata a sua volta un tentativo di riformare la scuola superiore bypassando il Parlamento, sempre distratto da altro, aveva finito per moltiplicare gli indirizzi fino a 720, con ciò provocando anche una moltiplicazione dei profili professionali dei docenti, a loro volta irrigiditi dentro canali sempre meno comunicanti. La riduzione degli indirizzi promossa dal ministro Gelmini  non aveva però tratto le conseguenze nello snellimento e flessibilizzazione delle classi di concorso.

E’ dunque incominciata un’auspicabile inversione a U. Ma — e qui si fonda la delusione — il tutto si muove dentro il quadro tradizionale, incoerente con le premesse e le promesse della legge 107, relative all’autonomia didattico-organizzativa. Mentre su questo versante si ipotizza, in base al ripescaggio del DPR n. 275 dell’8 marzo 1999, un’organizzazione della didattica centrata sulla personalizzazione dei percorsi e sulla flessibilizzazione dei livelli di apprendimento, dal lato dell’insegnamento la rigidità dell’offerta resta. Finché resta la “scuola-auditorium”, difficile costruire un assetto di “scuola-laboratorium”. Se la politica, attraverso la legge 107, ha manifestato la volontà di modificare l’impianto organizzativo dell’apprendimento, non riesce a farlo con quello dell’insegnamento. Su questo versante, chi governa il sistema sono pur sempre l’amministrazione ministeriale e il sindacato. L’effetto di questo primato burocratico-sindacale si constata non solo nel mantenimento di una forte rigidità dei profili, sia pure ridotti di numero, ma, soprattutto, nella filosofia generale che ispira tutta la politica delle assunzioni.

La tavola delle competenze-chiave di un insegnante che sia in grado di entrare in risonanza con i bisogni e le necessità del discente è nota. Serve un insegnante che:

Possieda le conoscenze disciplinari relative ad una delle quattro competenze-chiave necessarie per i ragazzi. lingua e linguaggi, matematica, scienze, storia. Il resto è un di più che ogni scuola può offrire, in base alla domanda;

Sappia operare la mediazione didattica del sapere che l’università o qualsiasi altra agenzia di formazione gli ha fornito;

Sia in grado di costruire una relazione educativa con i ragazzi;

Sia capace di stare in relazione con i colleghi per costruire la comunità educante;

Conosca l’ambiente della comunità civile e istituzionale che lo circonda e nel quale insiste la scuola. 

I concorsi tradizionali accertano solo il possesso della prima di queste competenze. Delle altre la commissione giudicatrice non può sapere nulla. Il che è come dire che è in grado di assumere solo per una scuola-auditorium, tutta centrata sul cognitivo, una scuola non-educante. L’attuale meccanismo di assunzione non garantisce minimamente la qualità del personale. E’ certo che se fossero le scuole ad assumere direttamente, dopo aver sperimentato sul campo gli aspiranti al posto, sarebbe più facile la verifica delle 5 competenze-chiave. 

Conosco le obiezioni dei “realisti”: questo è ciò che si riesce a fare, oggi. Tuttavia, al Paese, alle famiglie, ai ragazzi servirebbe un governo che avesse una visione e un programma all’altezza delle loro domande, che durasse almeno cinque anni, che disponesse della forza politica e istituzionale per resistere alle corporazioni e per spaccare il blocco storico-conservatore oggi egemone nel sistema scolastico. Un governo che cambiasse la struttura del sistema scolastico. A quanto pare, ancora non si dà. 

Intanto, continuiamo a dare posti di enorme importanza educativa a persone delle cui capacità didattico-educative (la lezione simulata è un piccolo palliativo!) nulla si può accertare. C’è da meravigliarsi che il pianeta degli apprendimenti sia in fuga da quello dell’insegnamento? Che, in parole povere, i ragazzi si arrangino in solitudine?

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