Chiamata diretta docenti / La “sconfitta” dei sindacati? Finalmente una buona notizia

Chiamata diretta docenti, i sindacati hanno tentato di soffocare i deboli vagiti di autonomia soffocando il bambino nella culla. Ma per ora hanno perso la partita. MAX FERRARIO

21.07.2016 - Max Ferrario
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Immagine d'archivio (LaPresse)

Parola d’ordine sindacale: “Soffocare il bambino nella culla”. Per ora l’infante emette solo tenui vagiti di autonomia, ma un giorno potrebbe camminare con le sue gambe e allora… meglio il metodo Erode. Parola d’ordine ministeriale: “portare a casa il bottino politico dell’innovazione”, costi quel che costi. Poco importa se si rischia di imballare e fondere il motore della scuola italiana che viaggia fuori giri da un lungo rettilineo. Al centro del contendere i delicati passaggi applicativi della legge 107/2015, la Buona Scuola che è arrivata al tornante della cosiddetta “chiamata diretta”. La faccenda è piccola e grande al tempo stesso: piccola perché riguarda pochi docenti, grande perché sovverte la logica del posto fisso per anzianità, sostituendolo con la collocazione su posto adeguato per competenze e professionalità. Merita uno scontro al calor bianco che inizia con una fase di studio e la melina di un finto accordo tra le parti. Pochi giorni dopo si consuma la più cruenta delle rotture su dettagli apparentemente secondari. In particolare ci si scorna sul numero dei requisiti che le scuole potranno utilizzare per selezionare i docenti. I sindacati vogliono un paniere ristretto di requisiti (8/10 massimo), il Miur ne propone tanti (si favoleggia di 40/50). Pochi requisiti, possibilmente generici, vogliono dire che tutti o quasi possono averli e allora ciò che decide del posto da assegnare sono ancora le vecchie graduatorie. Molti requisiti, possibilmente specifici e differenziati per ordine di scuole, significa invece che i candidati sono effettivamente distinti e possono essere scelti, non a seguito di colloquio come sarebbe logico in un Paese normale, ma almeno a priori, attraverso le procedure di individuazione dei requisiti da inserire nel bando. La rottura segna, per ora, il fallimento di una strategia che mirava a capovolgere il significato della legge a un tavolo sindacale (strategia non nuova in questo Paese che discetta sui sacri principi della Costituzione e finisce spesso per farne strame). Ma l’anno scolastico incalza e ai docenti degli ambiti territoriali bisognerà pur trovare una sede e qualcosa da fare il prossimo anno. Quel che oggi si prospetta è una decisione unilaterale del Miur che con proprie linee guida e tempi ristrettissimi (19 giorni) chiederà alle scuole (cioè soprattutto ai presidi) di compiere la piccola-grande “operazione epocale”.
Peccato che le scuole (e i presidi in modo particolare) debbano nel frattempo far fronte ad alcune altre altrettanto irrinunciabili “operazioni epocali”: valorizzare il merito e distribuire il bonus docente, impostare la propria valutazione individuando con gli uffici regionali gli obiettivi di miglioramento, gestire una massa inusitata di neo-arruolati con collocazione nelle sedi definitive e conseguente rivoluzione del sistema delle cattedre, eccetera eccetera. Tutto ciò con oltre il 40 per cento delle scuole italiane che ha il preside a mezzo servizio per l’increscioso e patologico fenomeno delle reggenze. Ciò in perfetto stile renziano fatti di tanti di “Armiamoci e… partite!”;  e con buona pace di quelli che continuano a pensare che le scuole in luglio-agosto restino chiuse e tutto il personale al mare.



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