SCUOLA/ L’alternativa al centralismo? C’è già, va “solo” studiata e applicata

- Walter Viola

Si cita spesso l’efficienza del modello trentino. Perché l’autonomia trentina incide nella conduzione del governo scolastico? WALTER VIOLA, consigliere provinciale di Trento

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La sede del ministero dell'Istruzione (LaPresse)

Caro direttore,
prendo spunto dall’interessante articolo uscito recentemente a firma di Gianni Zen. L’autore affronta il tema del bando di concorso per i dirigenti scolastici, ma nel contempo tratta alcune questioni di importanza non secondaria per il successo di un sistema formativo.

Le mie considerazioni sono frutto certamente di una conoscenza diretta del modello trentino e della sua scuola, ma non intendo in questa sede discutere dell’efficacia di tale modello, anche se le parole di Zen non possono che fare piacere, quanto piuttosto riprendere alcuni spunti che mi sembrano particolarmente centrati.

Guardando alla scuola del nostro paese non possiamo infatti non domandarci se abbia ancora senso restare legati ad un modello centralistico che pensa di poter governare da un ministero romano la complessità della scuola con approccio dirigistico e burocratico.

Da quasi vent’anni sentiamo parlare di autonomia scolastica e qualcuno ha anche pensato che questa fosse una strada utile per innovare la nostra scuola e migliorarne gli esiti, ma poi ci si è dimenticati di alcune condizioni necessarie: non si può parlare di autonomia se un soggetto istituzionale, che sappiamo persino riconosciuto dalla stessa Costituzione, non può disporre di leve reali per incidere in maniera rilevante sulla propria organizzazione e sui propri risultati. Tanto da rischiare l’effetto opposto, quello di un’istituzione che scivola nell’autarchia tra un apparato ministeriale troppo lontano e una realtà locale cui non sente di dovere rendere conto.

Per questo va ripensato profondamente l’attuale modello di governance, che lascia pochissimi spazi all’istituzione scolastica oltreché al territorio per investire e incidere sulla scuola che in esso opera.

In questo senso può essere di utile riferimento l’esperienza trentina, che in un processo iniziato negli anni 90 è riuscita a costruire una realtà di autonomie scolastiche certamente ancora non compiute, ma con spazi di intervento significativo e un sistema di governance vicino alle scuole e attento al valore dell’istruzione per lo sviluppo del territorio.

Un secondo punto essenziale riguarda la figura e il ruolo del dirigente scolastico. La questione è assolutamente attuale innanzitutto perché dietro ad una fase così importante di reclutamento dovrebbe emergere con chiarezza un’idea chiara di figura professionale da cercare, selezionare e formare. E’ quindi giusto interrogarsi su quale natura debba avere la dirigenza scolastica e capire che equilibrio cercare tra aspetti organizzativi e gestionali e quelli invece più relazionali per non tacere di quelli più strettamente pedagogici. E’ chiaro che non siamo di fronte ad una comune dirigenza amministrativa, e condividendo l’affermazione che la cultura amministrativa è necessaria ma non sufficiente, dobbiamo riconoscere innanzitutto che si tratta di una figura complessa e poliedrica. Per questo, per gestire tale complessità è necessario allargare lo sguardo a tutta la filiera organizzativa di una scuola e quindi affrontare anche i nodi legati alla figura e al ruolo del direttore amministrativo, ma anche di quei docenti con responsabilità di sistema all’interno della scuola e che dovrebbero rappresentare lo staff del dirigente. Figure centrali dell’organizzazione scolastica che oltre ad avere un ruolo forte immediato possano costituire il primo serbatoio da cui attingere per la selezione della dirigenza.

Un ultimo accenno va fatto al senso di un concorso, nazionale, regionale o provinciale che sia. Anche qui bisogna dirsi che una dimensione importante, ma non eccessivamente ampia, può rappresentare una scelta di funzionalità ed efficacia dello strumento concorsuale; in tal senso il ritorno ad un modello fortemente centralizzato mi sembra presenti più aspetti problematici che risvolti positivi. Però giustamente l’accento va posto sulla scelta dei valutatori e ancor prima sull’impostazione delle prove selettive che devono privilegiare non tanto aspetti didattici o pedagogici, che dovrebbero essere già bagaglio attrezzato di un docente esperto, quanto gli aspetti relazionali e di valorizzazione delle risorse umane, di gestione della organizzazioni complesse, di capacità di innovazione, di attitudine a rapportarsi con i soggetti di un territorio e di competenze e abilità nel valutare i livelli di servizio erogato. Un compito non certo facile ma decisivo per disporre di una classe dirigente all’altezza delle sfide che la nostra società affida alle istituzioni scolastiche.

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