SCUOLA/ Le verità nascoste nella rabbia dei presidi

- Giorgio Rembado

La situazione in cui versa la dirigenza rischia di diventare esplosiva. Anp ha chiamato a raccolta tutti i dirigenti delle scuole il 25 maggio a Roma. Ecco perché. GIORGIO REMBADO

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Il ministro dell'Istruzione Valeria Fedeli (LaPresse)
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Sulla scuola si è detto e scritto di tutto, ma — a mia memoria — non si è mai parlato della rabbia dei presidi. Forse perché, trattandosi di una figura istituzionale, la si è guardata con il necessario riserbo che si deve alle istituzioni e si è pensato che le questioni irrisolte su di loro, con il concorso di volontà di tutti gli attori in gioco, dovessero trovare uno sbocco naturale e una soluzione ragionevole. Ma così non è stato.

E allora oggi cos’è cambiato? Che i presidi, diventati dirigenti da quasi diciassette anni, non accettano più di non aver ancora ricevuto neppure il riconoscimento economico loro dovuto, commisurabile a quello dei loro pari grado nelle altre amministrazioni: si è puntato dagli oppositori occulti alla dirigenza sulla cosiddetta specificità della funzione, lasciando intendere che quella scolastica fosse una dirigenza diversa e in ultima analisi minore, laddove invece, come si dirà in seguito, la funzione dirigenziale del preside è semmai più ampia e più impegnativa di quella riferita a qualsiasi altro settore.

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Ma non basta: rispetto alla pluralità di compiti e di responsabilità si fa fatica ad attribuire loro gli strumenti del mestiere. E’ più facile per i governi intercettare il consenso sindacale del personale piuttosto che perseguire gli interessi generali del paese ad avere una scuola seria, qualificata e selettiva. Lo si è tentato da ultimo con la cosiddetta legge sulla “Buona Scuola”, anche se non sono bastate neppure 100mila nuove assunzioni per far accettare regole innovative sulla chiamata dei docenti e sulla mobilità, che avrebbero dato qualche opportunità in più ai dirigenti per organizzare la scuola di titolarità secondo gli obiettivi che la stessa è chiamata a darsi.

E come se tutto questo non bastasse, i presidi si vedono bombardare da parte degli uffici ministeriali da continue richieste che si possono definire vere e proprie vessazioni burocratiche (adempimenti e procedure, monitoraggi reiterati e simili) che rendono la loro vita un inferno, senza che nessuno si ponga il problema della saturazione dei tempi lavorativi a disposizione di ciascuno.

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Un tale insieme di contrarietà, già di per sé intollerabile, è reso ancor più indigeribile se lo si riconduce alla sua causa prima, che si può facilmente rinvenire nel mancato riconoscimento di fatto della funzione dirigenziale legislativamente attribuita. Nessun capo di istituto vuole rifiutare le responsabilità, ma tutti vorrebbero vederle riconosciute in termini di prerogative gestionali e di corrispettivi economici adeguati. In quest’ultimo caso nel pieno rispetto del dettato costituzionale che all’art. 36 introduce il principio della proporzionalità tra retribuzione e quantità e qualità del lavoro.

Per questo insieme di ragioni, Anp ritiene che il silenzio su una situazione ingiusta, che rischia di diventare esplosiva, sia colpevole e perciò ha chiamato a raccolta tutti i Dirigenti delle scuole. Il 25 maggio ha indetto una manifestazione nazionale di protesta alla quale stanno aderendo in moltissimi.

Del resto è dal 30 novembre del 2016 che Anp è mobilitata. Da quando cioè l’intesa tra la ministra Madia e alcune confederazioni (Cgil, Cisl, Uil e Confsal) ha messo in crisi l’impianto della legge 107, privilegiando quale sede regolatrice dell’organizzazione del lavoro la fonte contrattuale su quella legislativa. 

Da allora Anp ha tenuto più di cento assemblee in tutte le province per ascoltare chi ogni giorno apre le scuole e ne governa le criticità, per decidere insieme le azioni di lotta da intraprendere. 

La pazienza che i dirigenti delle scuole hanno fin qui dimostrato è finita. La misura è colma. La ministra e il Governo hanno il dovere istituzionale di ascoltare e rendere giustizia ad una categoria che da troppo tempo vede le sue richieste inascoltate.

Torniamo sui temi del malcontento che hanno provocato la protesta. In primo luogo la retribuzione.  

Il dirigente della scuola svolge un lavoro che non ha pari nelle altre dirigenze delle amministrazioni pubbliche. Governa direttamente in media 152 unità di personale (la media per le altre amministrazioni è di 1 dirigente ogni 36 dipendenti). L’istituzione scolastica che dirige è complessa e molteplici sono le responsabilità che ne conseguono. La scuola è una pubblica amministrazione dotata di autonomia; un luogo di istruzione e formazione; un luogo di custodia e vigilanza di soggetti minori; un luogo di lavoro ai fini della sicurezza; un centro di raccolta, custodia ed elaborazione di dati personali e sensibili; una stazione appaltante; un sostituto di imposta; un datore di lavoro; un’agenzia valutativa di persone e di servizi; un’agenzia certificativa di titoli di studio; e molto altro ancora. Nessun’altra amministrazione pubblica assomma in un solo luogo, di ambito operativo circoscritto, una tale ampiezza e varietà di funzioni e, con esse, le responsabilità corrispondenti. 

In più il dirigente scolastico è punto di riferimento per studenti e famiglie che necessitano di ascolto, di capacità di mediazione, di comprensione, di partecipazione anche emotiva.

A fronte di tale impegno riceve una retribuzione che è circa la metà di quella degli altri dirigenti. È una situazione iniqua ed indecorosa. A tale palese ingiustizia si deve porre rimedio con il prossimo contratto. Deve essere finalmente garantito pari trattamento con le altre dirigenze come Anp da molti anni propone.

Altra esigenza non meno importante è quella di avere strumenti corrispondenti alle responsabilità. 

Il dirigente risponde personalmente in tutte le sedi — civili, penali, contabili, amministrative — del suo operato: nelle materie in cui è responsabile da solo, deve avere strumenti adeguati all’esercizio delle scelte.  

Prendiamo la chiamata diretta dei docenti. La legge 107 attribuiva al dirigente la prerogativa di scegliere i docenti a cui affidare un incarico triennale, dopo averne verificato i requisiti in coerenza con Il Ptof. In più veniva introdotto il vincolo triennale di permanenza del docente nella sede, che riconosceva per la prima volta nei fatti l’importanza della continuità didattica. Ma, soprattutto, consentiva al dirigente di mettere “le persone giuste al posto giusto”. Se il Pof triennale prevede, per esempio, di sostenere la didattica laboratoriale, il dirigente deve poter indicare, quale requisito aggiuntivo per i docenti ai quali affidare l’incarico, il possesso di master specifici o la partecipazione a progetti o ad esperienze nel settore. E così via.

Perché complicare questa procedura facendo intervenire il collegio docenti nell’individuazione dei requisiti? L’unica ratio evidente è quella di voler ridurre gli spazi di scelta del dirigente. Altrettanto palese la volontà di tornare ad utilizzare solo le graduatorie.

Occorre cambiare paradigma. Ciò che va tutelato è il bene comune, gli interessi legittimi di famiglie e studenti, insieme alle aspirazioni dei docenti più motivati e preparati che per la logica dell’anzianità vedono sfuggire molte opportunità per far valere quello che sanno e quello che sanno fare.

Ultimo, ma non meno importante, motivo di protesta è la lotta alle vessazioni burocratiche.

L’amministrazione ha da tempo confuso la produzione di documenti con il buon andamento della pubblica amministrazione. Le scuole sono invase da richieste di dati — semplici e aggregati — e di monitoraggi di cui poi nessuno fa nulla, che non vengono restituiti e che, pertanto, non portano alcun valore aggiunto al sistema. Ciò aggrava molto il lavoro delle segreterie delle scuole, già da tempo sottodimensionate e senza la possibilità di sostituzione di personale assente.

La semplicità dell’azione amministrativa deve essere finalmente obiettivo irrinunciabile per il nostro Paese. La burocrazia deve tornare ad essere quell’insieme di misure minime necessarie e sufficienti per garantire il funzionamento del sistema e, in tal senso, diventare una risorsa per l’organizzazione.

Dietro alla protesta c’è una richiesta di giustizia e l’affermazione di un modello di scuola innovativo. La sede per esprimerle con forza collettiva è quella della manifestazione di giovedì 25 maggio a Trastevere e in Piazza Montecitorio, alla quale tutti i dirigenti sono caldamente invitati. 

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