UNIVERSITA’/ Numero chiuso alla Statale di Milano? Serve all’ateneo, non ai giovani

- Andrea Ceriani

Martedì 23 maggio il Senato accademico della Statale di Milano ha deliberato l’introduzione del numero chiuso per tutti i corsi umanistici già dall’anno 2017-18. ANDREA CERIANI (Clds) 

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Il rettore della Statale Gianluca Vago con il ministro Fedeli (LaPresse)

Martedì 23 maggio il Senato accademico della Statale di Milano ha deliberato l’introduzione del numero chiuso per tutti i corsi umanistici già dall’anno 2017-18. La decisione arriva in maniera contrastata dopo due sole settimane di discussione, nelle quali la quasi totalità dei docenti si era espressa contro una decisione giudicata avventata. 

Il numero chiuso vuole rispondere ai problemi di sostenibilità emersi quest’anno nei corsi umanistici: nel caso l’altissimo numero di matricole registrato nel 2016-17 si fosse venuto a ripetere anche l’anno prossimo, la Statale si sarebbe trovata di fronte alla necessità di assumere nuovi docenti. La sola alternativa a nuove assunzioni sarebbe consistita nella limitazione degli ingressi, così da poter sostenere i corsi umanistici senza ulteriori investimenti. Questa la linea che ha vinto (per un solo voto) martedì in Senato accademico. 

La petizione firmata da oltre 150 docenti chiedeva più tempo per riflettere in maniera seria e approfondita. La prima richiesta era di poter osservare i risultati dei test di autovalutazione predisposti per tutti i corsi dall’anno prossimo. Questa modalità di ingresso ha già dimostrato in passato la capacità di abbassare il numero degli iscritti per almeno due o tre anni dalla sua attivazione. L’obiettivo: favorire un ingresso consapevole, ma senza chiudere la porta a nessuno. Purtroppo si è scelto di non aspettare senza prendersi il tempo di cui pure si disponeva. La giustificazione è stata che così facendo si sarebbe anche senz’altro migliorata la qualità dell’insegnamento. Tuttavia il numero chiuso in corsi come lettere e filosofia, se può risolvere il problema quantitativo, non risolverà quelli didattici. Non è un test d’ingresso che potrà obiettivamente giudicare gli studenti più motivati e preparati, ma al contrario rischierà di lasciarne fuori tanti sinceramente interessati e portati per queste materie. La demotivazione di chi poi diventa studente inattivo o fuori corso si combatte con il miglioramento dell’offerta formativa da parte dei docenti e con adeguate misure di sostegno a chi è in difficoltà, a partire da una scelta più consapevole in entrata e da servizi di tutoraggio in itinere

Questa la posizione dei docenti e dei rappresentanti degli studenti, che in queste settimane hanno organizzato una sensibilizzazione tutt’altro che ingenua. I corsi umanistici della Statale sono da anni sempre più attrattivi sul piano nazionale, e l’alto numero di iscritti è dunque, in primo luogo, un riconoscimento di valore. La governance d’Ateneo ha deciso di non assecondare questa crescita di interesse, rifiutandosi di investire sugli studi umanistici nonostante la domanda sempre più alta. Tuttavia, la natura non professionalizzante di corsi come storia e filosofia ne sollecita l’apertura a tutti coloro che consapevolmente scelgano questa strada.

La modalità muscolare utilizzata dalla dirigenza d’Ateneo e dal rettore Vago in queste settimane non rimane senza conseguenze: lascia una profonda frattura tra la componente docente e l’amministrazione che non sarà facile rimarginare. A questo punto diventa sempre più importante la presenza costruttiva di chi, come molti docenti e rappresentanti degli studenti di diverse liste, ha collaborato per il bene degli studenti di oggi, e di domani.

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