SCUOLA/ Debiti & crediti, la “congiura” contro Paperina

Giugno, tempo di scrutini, di voti, e di “rimandati a settembre”, dizione arcaica e scorretta. Oggi funziona diversamente. E ne paghiamo le conseguenze. MARIA SOFIA ROSSI

14.06.2017 - Maria Sofia Rossi
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Scuola (LaPresse)

Giugno, tempo di scrutini, di voti, e di rimandati a settembre. Ops, “rimandare a settembre” è una dizione arcaica e scorretta. Oggi si parla di “studenti che hanno riportato un debito formativo”. Che differenza c’è? Vediamolo con calma, senza addentrarci nelle innumerevoli giravolte normative degli ultimi vent’anni. 

Già, perché in passato la pratica della non ammissione a settembre alla classe successiva è stata giudicata tanto nefasta per chi non avesse colmato le lacune durante l’estate, tanto pedagogicamente avvilente, ingiusta e chi sa che altro, che per alcuni anni chi non sanava le sue lacune… semplicemente veniva ammesso alla classe successiva, con l’obbligo (sì, come no), di colmare queste carenze durante l’estate, o nel corso dell’anno. E se non le colmava? Pazienza. Calma e gesso e si passava alla tornata successiva, a fine quadrimestre, e poi a giugno o a settembre. 

Il sistema, come si vede, era davvero all’avanguardia, paragonabile a chi decidesse che la povertà è una cosa brutta, avvilente e classista — come non dargli torto? —, e quindi deliberasse di abolirla… sulla carta. Oplà, ora siete tutti uguali. Sulla carta. Nella prassi Paperone continuerà ad accumulare colpi di fortuna e vincite milionarie alla lotteria, e Paperino a subire la sfortuna e ad essere sempre in bolletta. Fuor di metafora: avendo deciso che non si poteva discriminare chi, per esempio, in un liceo classico proprio non riusciva a tradurre dal latino e dal greco, si testava la preparazione del fanciullo a settembre, sperando che l’estate avesse portato consiglio e lo studente avesse imparato le declinazioni, l’ablativo assoluto e gli aoristi. Se poi nemmeno a settembre il ragazzo dava segni di ravvedimento scolastico, era comunque ammesso alla classe successiva, perchè non sarebbe giusto non dargli lo stesso trattamento dei compagni che avevano studiato tutto l’anno e che si erano impegnati per acquisire le conoscenze e competenze necessarie a frequentare proficuamente le ore dedicate alle materie di indirizzo. 

Certo, a febbraio-marzo, se avesse avuto ancora dei voti insufficienti, avrebbe seguito ancora dei corsi di recupero, e via così, fino a un auspicato, e impossibile, miglioramento. Allo stesso modo, trascinare, e uso il verbo letteralmente, come spesso accadeva, sino in quinta liceo scientifico ragazzi regolarmente insufficienti in matematica e fisica era non un atto di magnanimità e di fiducia nell’uomo, ma una scelta pilatesca e deleteria per lo studente, in primis per la sua autostima: provate voi ad arrivare a spinte forzate alla fine di un percorso scolastico che avete sbagliato a scegliere, in cui siete regolarmente insufficienti e in affanno nelle materie di indirizzo, senza mai esser stati messi di fronte alla necessità concreta di ripensare alle vostre scelte scolastiche, e ne riparliamo. Poiché questo bel sistema aveva prodotto un inabissamento verso il baratro del livello medio nelle conoscenze e competenze dei nostri studenti — da cui ancora oggi stentiamo a rialzarci —, ora, per quanti riportano il debito formativo, è obbligatorio colmarlo per ottenere l’ammissione alla classe successiva. Almeno, in teoria. Vediamo come funziona la faccenda.

Allo scrutinio, ricordiamolo per quanti — per loro fortuna — non sono addentro a queste ferali vicende (ferali per il sistema nervoso dei professori, sia chiaro), ogni componente del consiglio di classe presenta delle proposte di voto, mentre il voto che lo studente effettivamente riporterà nel secondo quadrimestre è esito di una discussione collegiale. Che cosa significa? Ecco qui la spiegazione con un exemplum fictum. Supponiamo ordunque che Paperina, studentessa del liceo linguistico, alla fine della terza riporti 5 in tedesco, 5 in inglese, 4 in scienze e 5 in matematica. Beh, con due materie di indirizzo insufficienti, su un totale di quattro insufficienze, non ci sarebbe, in linea teorica, nemmeno da discutere: i professori non danno i voti come darebbero i numeri della riffa, ma ci meditano su e quei numerini che compaiono nelle schede di valutazione non sono sparati a caso, ma frutto di una riflessione su tutto il quadrimestre (e con un occhio anche alle evoluzioni, positive o negative, dal primo, quadrimestre). Ma una vocina saggia (spesso, ahimè, il dirigente stesso, o anche la tipologia umana che io definisco “sindacalista a oltranza dell’umanità”) si leva a dire: “Ma come?! Due insufficienze su quattro non sono su materie di indirizzo! Matematica e fisica non sono materie caratterizzanti al linguistico”. A questo si aggiunga che le insufficienze nelle materie linguistiche sono solo due 5, e cioè delle insufficienze lievi. Sì, perché ormai si sta diffondendo la prassi di non assegnare negli scrutini voti inferiori al 4, che rappresenta “l’insufficienza grave”, per non creare mortificazione negli studenti. Che senso abbia, se lo studente ha riportato molti 3, o qualche 2 (voti corrispondenti a compiti gravissimanente insufficienti o consegnati in bianco), assegnargli un 4 (che indica sì una insufficienza grave con lacune importanti, ma comunque riparabili) nello scrutinio finale, non si sa bene, comunque questa è la tendenza invalsa. 

E per quanto riguarda l’ipotetica studentessa Paperina da cui era partito il nostro ragionamento, uno dei due 5 (per esempio, matematica) diventerà magicamente 6 per “voto di consiglio”: il consiglio di classe, cioè, ritiene che sia più salutare e proficuo per la studentessa non ripetere l’anno, e lasciarle una possibilità, assegnandole tre materie da recuperare nel corso dell’estate, segnalando però la “carenza” con dei compiti in più nella materia in cui la ragazza è stata graziata per fare in modo che possa recuperare anche questa (!). 

Paperina, però, al momento dell’esposizione dei tabelloni, non vedrà nessuno dei suoi voti: la sua “strisciata” sarà tutta in bianco e nell’ultima casella si leggerà la dizione “giudizio sospeso”: cioè, tutto lo scrutinio della ragazza è sospeso a settembre, per cui non si dichiarano neanche i voti delle materie in cui è sufficiente. Notate che non si dichiara nemmeno in quali materie la ragazza sia insufficiente: ovviamente, ognuno conosce i propri voti e ha quella che chiameremo una sensata previsione della sua situazione finale. Ma per sapere nel dettaglio in quali materie abbia avuto il voto di consiglio e in quali il debito formativo, la studentessa dovrà andare a colloquio con gli insegnanti (o con il coordinatore di classe) che le assegnerà nel dettaglio i compiti.

Ora, questa interpretazione della privacy dei voti a me sembra un pochino parziale e restrittiva: perché secretare solo i voti degli studenti con insufficienze? Non è raro, da quanto sento dai ragazzi stessi, che anche quelli che hanno solo voti positivi non siano propriamente lieti di vedere esposta la loro situazione al giudizio di tutti, amici, parenti, genitori ed estranei, anche perché in alcune classi la competizione fra studenti è forte, e quindi c’è sempre chi è pronto a fare poco simpatici confronti. E allora, visto che dopo lo scrutinio, grazie al registro elettronico, la scheda di valutazione è immediatamente visualizzabile sul profilo dello studente, perché non applicare davvero il principio della privacy abbandonando completamente questa usanza dei tabelloni esposti?

Andiamo ora a vedere come viene gestito a settembre — o meglio, in alcuni istituti, a fine agosto — il meccanismo delle prove per gli studenti con il debito formativo. Ma prima, vorrei soffermarmi su una mera questione linguistica sulla quale, forse, qualcuno ha già meditato: uno studente deve “colmare un debito formativo”. Normalmente, il verbo che ha come complemento oggetto la parola “debito” è “pagare”. E se qualcuno “paga” un debito, è perché c’è una controparte che “riscuote”. Il docente invece, non “riscuote” i debiti (espressione poco felice, in effetti, che evocherebbe poco simpatiche immagini di usurai al lavoro), ma “verifica”; come? “Somministrando” le prove elaborate per gli studenti. Anche “somministrare” però, il verbo che si utilizza per verifiche e compiti in classe — nonché per prove standardizzate e testi Invalsi — , ha un retrogusto sinistro, ed evoca, per associazione d’idee, non l’ambito scolastico, ma quello medico-sanitario, dove si “somministrano” sciroppi amari e altri poco gradevoli presidi curativi; il tutto ovviamente, perché il paziente (fuori di metafora, lo studente) ne tragga giovamento. Su questo punto, a me viene sempre in mente il tassiano “succhi amari ingannato intanto ei beve, / e da l’inganno suo vita riceve”; ma forse, sono troppo letteraria nelle mie associazioni d’idee, e troppo poco calata nella contemporaneità.

Quando poi si tratta di organizzare le prove del debito, ogni scuola è a potenziale rischio di diventare un circo: già, perché sarebbe buona norma che la prova scritta fosse somministrata  — usiamo il termine corretto, via — dall’insegnante che ha assegnato il debito formativo, e che lui stesso fosse presente agli scritti, ma soprattutto agli orali. Peccato che così non sia. Perché, nonostante le massicce immissioni in ruolo degli ultimi due anni, molti sono stati i supplenti nominati sino al 30/6, e questi possono non essere più presenti alle prove del debito; perché l’insegnante, se di ruolo, è stato nel frattempo trasferito, e magari nella nuova scuola cui è stato assegnato si richiede la sua presenza; o magari l’istituto dove ha ottenuto trasferimento definitivo, o assegnazione provvisoria, è lontano anche centinaia di chilometri dalla scuola dove aveva prestato servizio l’anno prima. Le variabili, come si vede, sono infinite. E anche se la continuità didattica sarebbe l’optimum, non sempre è male, diciamolo, sentire voci diverse ed essere esaminati da una persona diversa da quella che ci aveva rimandati a settembre, pardon, che ci aveva assegnato il debito formativo. 

Torniamo ora alla studentessa Paperina: immaginiamo che la prova di scienze sia andata così così, decisamente male quella di tedesco e bene quella di inglese. Di fatto la ragazza avrà riportato una sufficienza piena, una lieve carenza, e una insufficienza. Si può non ammettere alla classe successiva una studentessa che comunque si è presentata alle prove di settembre (per la cronaca, ho sentito io stessa con le mie orecchie un discorso di questo tipo) e che ha studiato, dimostrando impegno, anche se non ha pienamente recuperato? E così Paperina viene ammessa con un voto di consiglio nella materia insufficiente — senza contare quello di giugno — alla classe successiva, dove, visto che non si rendono tutti studiosi e preparati con un voto allo scrutinio, le carenze non sanate e la sua preparazione vacillante renderanno l’anno scolastico successivo ugualmente difficile, faticoso e poco soddisfacente dal punto di vista personale. Così è: todos caballeros. Ma questa è un vecchio malcostume italiano, non solo scolastico. 

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