SCUOLA/ Ritorno al voto in condotta: i numeri van bene, ma non da soli

- Roberto Fraccia

Lega e M5s intendono riformare il voto in condotta: non più un giudizio, ma un numero, determinante per un’eventuale ripetenza. Può funzionare a una condizione. ROBERTO FRACCIA

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Maturità - LaPresse

E’ di qualche giorno fa la notizia dell’intenzione, da parte delle forze politiche al Governo, di mettere mano al cosiddetto “voto di condotta”, revisionando le disposizioni della legge 107/2015 (“Buona Scuola”) applicate con il decreto 62/2017 e riportare la valutazione sul comportamento ad essere espressa con un valore numerico, in decimi (ora è espressa con un giudizio) e soprattutto a farla divenire nuovamente determinante per un’eventuale ripetenza.

Su questo vorrei tentare fare una considerazione generale e una più nel merito.

Finora sulla scuola era parso di essere entrati in una fase di stasi. Dopo il turbine riformista imposto dalla “Buona Scuola” sono emerse chiare e autorevoli indicazioni di voler imporre una pausa di riflessione, al limite dell’assopimento, e anche una retromarcia rispetto a posizioni ritenute troppo avanzate. Il che tutto sommato non rappresenta necessariamente un guaio. Ritengo che la scuola abbia bisogno di tempo per allinearsi su posizioni innovative, per farle divenire significativamente operative e non semplicemente maquillage di facciata.

Una altalena di indicazioni, norme, processi non favorisce evoluzione e miglioramento e quest’ultimo soprattutto ha bisogno di adeguati tempi e verifiche degli esiti per poter essere consolidato.

Da questa apparente melina emergono di tanto in tanto comunicazioni, proposte e propositi che talvolta lasciano disorientato chi si attende un quadro organico e sistematico.

Vien da chiedersi se tutto ciò sia proprio opportuno. La comprensibile, rispetto allo stile attuale della politica, ricerca di protagonismo di taluni può forse giustificare lo scoppiettare disordinato di “idee”, ma configura una politica poco responsabile nei confronti della scuola.

La valutazione del comportamento, nella fattispecie, è sicuramente un problema aperto, la modalità di relazione degli studenti, anche molto giovani, fra loro e con gli adulti, è frequentemente un’emergenza in contesti di maggior disagio, ma è presente anche in contesti sociali più tranquilli.

Certamente insegnare, senza falsi buonismi, ai nostri studenti ciò che è bene distinguendolo da quanto non lo è, far apprendere e sperimentare che ogni atto ha una conseguenza e quindi innalzare il livello di responsabilità personale, sono azioni fondamentali. Lo strumento della valutazione del comportamento ha sicuramente questa funzione.

Mi vien da chiedere però se sia sufficiente. Ci bastano semplicemente comportamenti adeguati o desideriamo anche cambiamenti, cioè persone consapevoli? Chiaramente le questioni sono strettamente connesse. 

La focalizzazione esclusiva sulla valutazione del comportamento, numerica o meno, vincolante la promozione o meno, rischia di divenire (o rimanere) il verdetto ultimo di un tribunale (lo scrutinio) dove spesso si innesca una specie di “legge del taglione” dove l’esasperazione comprensibile dei docenti a volte vince su ogni approccio più ragionevole.

È necessario allora rigenerare uno sguardo adulto a tutta la persona dello studente, uno sguardo che abbia tutto lo spessore e la consapevolezza dell’umanità di chi lo porge e di chi lo riceve. Detto diversamente, è necessaria una seria preoccupazione educativa di tutta la parte adulta (scuola e famiglia) in gioco, che vuol dire una preoccupazione a chiedersi in primo luogo che senso e valore diamo al nostro fare.

Perciò, prima della (o contemporaneamente alla) riflessione sugli strumenti di valutazione occorre far crescere la persona, giovane o adulta che sia, chiedendo alla politica non interventi di carattere etico, ma innanzitutto di sostenere il cambiamento laddove emerga. 

E a questo punto inizia per il politico una fase di ascolto più che di esternazione, di attenzione più che di posizione da prendere. Atteggiamenti questi meno muscolari, ma preordinati ad una progettualità seria, saggia e di lungo respiro. 

Allora, se veramente si vogliono ridurre le forme di bullismo perché si ha a cuore l’educazione dei giovani, magari sarà opportuno garantire alle scuole docenti in grado di reggere la sfida educativa (attenzione alla formazione e al reclutamento), in grado di confrontarsi in contesti sollecitanti (riconoscere e valorizzare il ruolo delle associazioni professionali della scuola), garantire alle scuole organici stabili e possibilità di effettivo riconoscimento professionale ai docenti e strumenti per lavorare nei contesti stessi (effettiva autonomia).

E si potrebbe continuare … di materiale di lavoro per la politica ce n’è a volontà, basta appunto volere!

È evidente che attivarsi su un dispositivo che agisca sul voto di comportamento risulterà di sicuro effetto e facilmente raggiungibile, sicuramente “armerà” fazioni contrapposte, alzerà polveroni e assicurerà evidenza mediatica ai contendenti. Qualcuno gioirà del risultato raggiunto, altri un po’ meno. Ci sarà però sempre aperta la domanda di qualcuno che chiede di essere educato a cui occorrerà sempre rispondere. Ci sarà, spero, sempre qualcuno che tenterà di rispondere. Alla politica il compito di guardare, finalmente e con coraggio e operativamente, a questi (tanti) “qualcuno”. 

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