SCUOLA/ Formazione e lavoro, perché di Lombardia ce n’è una sola?

- Eugenio Gotti

Le Regioni concentrano i propri sforzi sulla formazione IeFP e Its, ma non sulle politiche attive del lavoro che permangono deficitarie. Emerge da un rapporto Cno-sFap. EUGENIO GOTTI

universita_studenti_laureati_test_lapresse_2016 (LaPresse)

Il Rapporto “Politiche della Formazione Professionale e del lavoro. Analisi ragionata degli interventi regionali” promosso da Cnos-Fap e realizzato da Noviter, analizza 237 bandi regionali pubblicati nel 2017, di cui 129 relativi alle politiche formative e 108 sulle politiche attive del lavoro, cui si aggiunge un avviso nazionale, emanato dall’Agenzia nazionale per le politiche attive per il lavoro (Anpal) relativo alla sperimentazione dell’assegno di ricollocazione. 

Lo studio, presentato lo scorso 2 ottobre al Senato, offre diverse interessanti chiavi di lettura del sistema formativo e delle politiche attive del lavoro in Italia.

L’investimento complessivo è stato di quasi 2 miliardi di euro e per la prima volta il valore delle politiche attive del lavoro (oltre 1 miliardo) ha superato quello degli interventi di pura formazione (circa 830 milioni), evidenziando una crescente sensibilità di fornire una risposta al bisogno delle persone di un supporto nell’inserimento lavorativo.

Per quanto riguarda la formazione, le Regioni concentrano i propri interventi nella prima formazione sia di livello secondario (l’Istruzione e formazione professionale, IeFP) che di livello terziario (gli Istituti tecnici superiori, Its), mentre è residuale l’investimento nella formazione continua dei lavoratori, ormai ad appannaggio dei fondi interprofessionali della bilateralità. Limitate sono anche le risorse investite nella specializzazione post diploma e nella formazione durante tutto l’arco della vita.

Al contrario, nella maggior parte delle Regioni le politiche attive del lavoro sono frammentate in un numero rilevante di interventi che non offrono servizi continuativi alla generalità delle persone disoccupate, ma attivano progettualità di corto respiro, rivolte in molti casi a singoli e limitati target, per un circoscritto e ridotto lasso temporale. Si tratta di progettualità attivate per rispondere a specifici bisogni emergenti, che non sono tuttavia in grado di rappresentare un vero e proprio sistema di politiche attive del lavoro.

Per comprendere questa situazione, si deve tener presente che il sistema di politiche attive del lavoro in Italia è giovane. Infatti, ancora nel 2014 solo sette Regioni avevano un albo di operatori accreditati al lavoro. 

In tale scenario fa eccezione il caso di Regione Lombardia che con Dote unica lavoro ha sviluppato già da cinque anni un vero e proprio sistema universale, con servizi continuativi erogati da oltre 800 operatori diffusi sul territorio.

E’ auspicabile che l’attuale situazione descritta dal rapporto evolva verso sistemi stabili che siano in grado di supportare la generalità delle persone nella ricerca del lavoro, da un lato attraverso un potenziamento della capacità di azione dei Centri per l’impiego pubblici, dall’altro attraverso l’attivazione di linee di intervento che consentano anche ai soggetti privati accreditati di entrare in modo stabile nel processo di supporto alla ricollocazione.

Ciò è necessario anche in considerazione del fatto che i servizi di politica attiva del lavoro sono diventati “livelli essenziali delle prestazioni” (Lep), cioè diritti esigibili dalle persone a fronte del dovere delle Regioni di garantirli. 

Per dare concreta realizzazione ai Lep, che sono stati declinati in servizi con un decreto ministeriale approvato d’intesa con le Regioni (DM 11 gennaio 2018, n. 4), è necessario che vi sia un maggior coordinamento tra l’azione del Governo e quella delle Regioni e che, analogamente a quanto accade con il sistema sanitario — vi sono molte similitudine tra i due sistemi — si stimino le quantità di servizio che dovranno essere erogate sui territori, che conseguentemente si determinino i fabbisogni economici dei diversi territori, sulla base di un costo standard di erogazione del servizio e, quindi, si individuino le relative fonti di finanziamento per soddisfarli. Tuttavia, mentre per il finanziamento delle prestazioni sanitarie — ma dovrebbe essere così per tutti i servizi considerati Lep — si ricorre a quote di fiscalità generale, nel caso dei servizi al lavoro, ad oggi le Regioni possono contare sostanzialmente sui fondi comunitari che, pur avendo un utilizzo più complesso, possono sostenere il finanziamento delle misure di politica attiva per il lavoro, almeno in questa prima fase.

Una volta delineato il rapporto tra Stato e Regioni, ogni Regione dovrebbe disciplinare l’ambito di intervento per via legislativa e poi procedere in via amministrativa all’attivazione dei servizi, con un approccio sistemico che dovrebbe tenere conto anche di un efficace rapporto tra centri per l’impiego pubblici e operatori privati accreditati.

Seppur nella libertà organizzativa di ogni Regione, una maggior efficienza potrebbe essere ottenuta attraverso un riconoscimento della capacità dei soggetti privati accreditati di realizzare gli inserimenti lavorativi, in virtù della loro abilità di intercettare le concrete esigenze delle aziende. 

La necessità di costruire risposte di concreto supporto ai cittadini è ormai riconosciuta anche dalla legge: di fronte ad un mercato del lavoro sempre più volatile, dove il cambiamento del posto di lavoro è frequente, i servizi di incontro tra domanda e offerta di lavoro consentono di ridurre il tempo di ricollocazione, così come i servizi specialistici possono offrire quella riqualificazione necessaria a mantenere l’occupabilità delle persone.

Un buon funzionamento di tali servizi è necessario se si vuole scongiurare il rischio che il reddito di cittadinanza, previsto per marzo 2019, si riduca ad una mera politica passiva assistenziale, in assenza di servizi territoriali capaci di prenderne in carico i beneficiari e di offrire loro offerte di lavoro.





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