SCUOLA/ Quel cerchio magico che il Miur vuole rovinare

- Corrado Bagnoli

La cosa peggiore della scuola italiana è il fatto che chi dovrebbe governarla le pensa tutte per rovinarla. E i docenti sono solo professionisti costretti a sopravvivere

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Giovani davanti a scuola (LaPresse)

Lucia è una giovane professoressa, poco più di trent’anni. Liceo classico, laurea magistrale in lettere classiche, Tfa, concorso, immissione in ruolo. Voglia di insegnare, insomma, perché senza non ti metti a fare questo apparentemente brevissimo coast to coast dal banco alla cattedra. Ora è nell’anno di straordinariato. Almeno così si chiamava una volta. Oggi, mi ha spiegato Lucia, si chiamerebbe Fit. Per quelli come lei il ministero prevede non più quello che prima si chiamava  anno di prova, ma una specie di triennio di ulteriore formazione. Non so cosa significhi Fit. So che questo triennio per Lucia, e per tutti quelli che come lei sono stati immessi in ruolo recentemente, si farà in un anno.

Non c’è da stupirsi: siamo nel paese in cui un provvedimento obbligatorio è anche facoltativo, vuoi che ci si scandalizzi perché un triennio dura un anno? Fit non so cosa significhi, ma potrebbe anche valere come Formazione interminabile temporanea, per quanto creativi sono questi qui del governo. Dunque, in questo paese che si è scordato Aristotele e il principio di non contraddizione, nella scuola di questo paese arriva Lucia. Che nel frattempo è diventata mamma di Camilla. La mattina passa dal nido e la lascia lì con i suoi lacrimoni e arriva in questa scuola che una volta si chiamava media, davanti ai bambini di prima nuovi di zecca dalle elementari e a quelli di terza che ha ereditato dalla professoressa che è riuscita ad andarsene in pensione senza quote e senza paracadute.

Finalmente la scuola, insomma: io, loro e in mezzo un viaggio pieno di rischi e di incognite, ma anche pieno di cose belle come quelle che sono successe a lei e che vorrebbe anche per loro. Se no, la scuola cosa la fai a fare? Intanto però bisogna fare i conti con l’Udm, l’Unità didattica multidisciplinare su cui si lavora alacremente nei pomeriggi di interminabili riunioni e che tanto ricorda le vecchie programmazioni degli anni 80 che lei non può ricordare. E poi ci sono gli incontri del Gli, del Glho, la lettura del Rav e della relazione del Nev.

Insomma Lucia, dopo il greco e il latino, si rimette a studiare le frottole che le avevano somministrato durante il Tfa e le deve fare davvero. Non sto a srotolare il dizionario scuolese-italiano per spiegare di cosa si tratta. Rimane il fatto che a Lucia resta un po’ in tasca l’idea con cui arriva la mattina dopo essere passata dal nido: io, loro, un bel viaggio di mezzo. Perché di mezzo poi ci si mettono gli interventi degli esperti previsti su temi come il bullismo, il cyberbullismo, il territorio e il suo dissesto, la legalità, le dipendenze, il terrore che corre sul web, l’alimentazione. E a contorno ci si mette pure la tutor che, come prevede il Fit, dovrebbe passare quaranta ore della sua vita con Lucia, in classe e anche non, che neanche suo marito forse riuscirà a vederlo così nel prossimo anno. Una volta c’era il comitato di valutazione che decideva se, alla fine dell’anno di prova, il candidato fosse idoneo, con il preside che poi  aveva l’ultima parola. Ora no, il Cdv è diventato la commissione di valutazione e sarà autonomo nella sua decisione. Curioso, la sigla rimane la stessa, CDV: non c’è fine alla confusione di questa scuola.

Si aggiunga, inoltre, qualche difficoltà con una certa collega più matura che, nonostante Lucia sia appena arrivata, chiede a lei come gestire la classe e invade la sua ora per tirare giù una serie di moccoli ai giovani  che le sono davanti. Speriamo che oggi non succeda niente, sospira Lucia entrando in classe ogni mattina, dopo le lacrime di Camilla sulla porta del nido. Per questo, con qualche timore accetta l’idea di condividere con altre classi prime l’idea di un’ora di narrativa da farsi nell’aula più grande della scuola. Settanta ragazzi seduti per terra, in cerchio, con un vecchio professore che si presenta minaccioso con un bastone e conquista il centro del cerchio. I bambini hanno un libro in mano, un quaderno, una penna. Il libro è Il maestro nuovo di Rob Buyea, ma come lo racconta il vecchio prof sembra la via d’accesso a qualche misterioso segreto. C’è una specie di cerimonia d’investitura: a turno i ragazzi vengono toccati con il bastone e chiamati con il nome di uno dei protagonisti narratori del libro.

Succede qualcosa: il libro non è l’oggetto incomprensibile che dovremo cercare di capire, dice il prof. Sarà il libro invece a spiegarci un po’ meglio chi siamo, ad aiutarci a dare un nome alle cose che ci girano intorno e che abbiamo nel cuore. Come si chiama questa cosa magica che succede? Come lo chiamiamo questo spazio, questo cerchio, dove potrebbe avvenire che ciascuno di noi racconti, come i personaggi del libro, quali farfalle ha nello stomaco, quale lacrima ha pianto l’ultima volta che ha pianto, quale segreto lo tiene ancora prigioniero di una paura? E’ davvero un viaggio nel libro e, grazie al libro, dentro ciascuno di noi. Mica solo dei ragazzi, ma anche dei professori. Anche di Lucia.

Chissà con quale sigla potrebbero chiamarla un’esperienza così quelli del ministero: non basta dire che è la scuola? Speriamo che succeda qualcosa, si dice adesso Lucia, entrando in classe. Speriamo che succeda la scuola così, ogni giorno. Magari Lucia avrà voglia di raccontarcelo ancora, come questo potrà accadere.

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