SCUOLA/ Formazione iniziale, l’appello delle associazioni: il governo ci ripensi

Anfis, Adi, Associazione prof.le Proteo Fare Sapere, Cidi, Clio ’92, Ddm-Go, Mce, Legambiente Scuola e Formazione, Oppi chiedono al governo un cambio di rotta nella formazione iniziale

09.11.2018 - Riccardo Scaglioni
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Scuola. Il ministero del'Istruzione (LaPresse)

Il disegno di legge di Bilancio per il 2019 ha, nel testo all’esame delle Camere, un articolo che ha sinistramente il medesimo numero della casella dello Scheletro nel Gioco dell’oca: il 58. Chi approda a quella casella incorre nella sciagurata condizione di dover tornare alla casella 1, azzerando tutti i progressi nell’avvicinamento al traguardo. Un destino che, da quel che si legge all’articolo 58 del ddl di Bilancio per il 2019, è riservato anche al cammino della formazione iniziale degli insegnanti di scuola secondaria in Italia.

La norma interviene con cancellazioni, sostituzioni, aggiunte al D.lgs 59/2017 — quello che disciplina il Fit — che snaturano la norma originaria e rendono il nuovo testo contraddittorio al suo interno.

In sintesi:

1. si elimina il tirocinio dalla formazione iniziale degli insegnanti;

2. si riduce la formazione professionale all’insegnamento pre-ruolo ai soli 24 Cfu in discipline antropo-psico-pedagogiche e in metodologie e tecnologie didattiche, del tutto insufficienti (si tratta di un pugno di esami di un valore inferiore a un semestre accademico, senza nessuna applicazione nel contesto professionale);

3. l’anno di prova è l’unico momento di formazione sul campo (Percorso annuale di formazione iniziale e prova); è facile capire come ridurrà la quota “di formazione” in spazi del tutto marginali rispetto alle 18 ore cattedra di servizio richieste, eliminando qualsiasi valido percorso di inserimento e accompagnamento guidato alla professione (attuabili solo in un percorso di tirocinio, come avviene in tutte la altre professioni ad alta qualificazione);

4. scompaiono le figure tutoriali che accompagnavano nei precedenti modelli, Ssis e Tfa, l’inserimento e la formazione iniziale degli insegnanti di scuola secondaria, e che sono presenti nelle più valide esperienze di questo tipo in Europa;

5. viene cancellata ogni possibilità formalizzata di collaborazione fra scuola e università (e istituzioni Afam);

6. si disperde irragionevolmente una cultura della formazione che intercetta teoria e prassi nelle sedi dove l’una e l’altra hanno naturale collocazione, riportando l’Italia, in questo campo, indietro di trent’anni.

Una revisione del modello disegnato dal D.lgs. 59 può ben costituire oggetto di una decisa azione del Governo. Ciò, tuttavia, dovrebbe avvenire — per materie come questa — attraverso un confronto con gli attori del processo, disponendo di dati e rilievi che possano far recuperare quanto di meglio è stato elaborato in precedenza. Anziché imboccare la scorciatoia della legge di Bilancio i passaggi non sarebbero così difficili: una piattaforma di confronto attraverso un ddl di revisione organico, che recuperi quanto di meglio si è sperimentato ed eviti gli errori passati e recenti; un passaggio attraverso le Commissioni Istruzione di Camera e Senato con opportune audizioni rivolte agli attori dei processi coinvolti; infine la conclusione con l’approvazione, politica, della legge. E non si dica che questo ritarderebbe l’accesso degli aspiranti insegnanti che già hanno acquisito i 24 Cfu e dei docenti non in ruolo con 36 mesi di servizio: il decreto per sbloccare queste situazioni e immettere in ruolo questi aspiranti insegnanti è già pronto da tempo.

Quest’anno l’Unesco ha deciso di dedicare la Giornata mondiale degli insegnanti al tema “Il diritto all’educazione significa diritto a un insegnante qualificato”. Come dire che se non si assicurano insegnanti qualificati, viene messo in discussione anche il fondamentale diritto all’educazione. Due diritti che non trovano riscontro in un impegno in formazione pre-ruolo di meno di un semestre (24 Cfu), dopo il quale si permette al docente di assumere la responsabilità educativa di una classe. 

Queste strade portano ad avere un insegnante squalificato, fatto inaccettabile sotto ogni punto di vista. Quanti di noi chiederebbero ope legis di diminuire la formazione, togliendo il tirocinio e abbreviando i percorsi, a medici, architetti, ingegneri, magistrati, per vederli all’opera in tempi più brevi e in età più giovane?

Per aver insegnanti giovani la strada giusta non è quella di accorciare il periodo di formazione al di sotto di livelli minimi di specializzazione pre-ruolo. La strada giusta è eliminare il precariato saldando l’accesso al ruolo al termine del percorso di studi, assicurando un’attrattiva alla professione docente agli studenti universitari migliori e più motivati.

Iniziative miranti a ringiovanire il corpo docente possono avere senso solo in una cornice di percorsi di formazione altamente qualificanti.

Chi ha una significativa esperienza nei sistemi di formazione iniziale degli insegnanti sa bene quanto sia necessario un approccio alla professione accompagnato da un tirocinio sul quale si possa fare un attento lavoro di riflessione e di assunzione graduale delle necessarie responsabilità educative. Non basta un anno di formazione iniziale e prova, preceduto da qualche esame di area psico-pedagogica e metodologica. Con le necessità che ha oggi la scuola un anno così concepito, nel quale il docente avrebbe le 18 ore cattedra in classe, non lascerebbe spazio a una formazione iniziale consistente e valida. Il percorso di formazione in prova si ridurrebbe a un assolvimento formale degli obblighi dettati dalla norma, come è spesso accaduto in passato, depotenziando pesantemente il valore formativo dell’esperienza nella fase di inserimento alla professione.

Per queste ragioni alcune fra le più rappresentative associazioni professionali del personale della scuola  hanno sottoscritto un Appello-Richiesta di intervento indirizzato alle cariche istituzionali che hanno il potere di intervenire sui contenuti del ddl di Bilancio, affinché l’articolo 58 che disciplina la “Revisione del sistema di reclutamento dei docenti scolastici (Modificazioni al decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 59)” sia stralciato dalla legge di Bilancio e fatto oggetto di apposita norma, con un confronto e un’elaborazione tale da non disperdere valori ed esperienze. Tale da assicurare il diritto a un insegnante qualificato che è la strada maestra per assicurare a studenti e famiglie un dignitoso e qualificato diritto all’educazione.

Altrimenti finiremo inevitabilmente sulla casella n. 58, quella dello Scheletro, riportando, in un sol colpo, indietro di trent’anni la storia della formazione iniziale degli insegnanti in Italia.