UNIVERSITA’/ Pensioni, ecco perché i prof inglesi dicono no ai “lupi” della City

La privatizzazione del settore pensionistico universitario ha determinato in Gran Bretagna un lungo sciopero su vasta scala che dura tuttora. Il punto di FRANCESCO MOSCONE

15.03.2018 - Francesco Moscone
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LaPresse

LONDRA — “I lampioni si stanno spegnendo in tutta Europa”, disse il ministro degli esteri della Gran Bretagna, mentre osservava le luci di Whitehall la notte in cui il suo paese entrò in guerra. E poi aggiunse “Nel corso della nostra vita non le vedremo più accese”. Così uno dei più grandi storici inglesi, in un bel libro dal titolo Il secolo breve, introduce il lettore alle paure che precedettero la grande guerra. Cento anni dopo anche le luci del benessere e del progresso rischiano di spegnersi in tutto il Regno Unito, perché qualcuno ha deciso di mettere a rischio la sopravvivenza dei nuovi Newton e dei nuovi Darwin, che con le loro valigie a volte piene di alchimia, altre volte di scienza o fantascienza, attraversano ogni giorno, con quel coraggio che li hanno sempre distinti, a passo lento ma deciso, con la curiosità e la fantasia che appartengono ai bambini, i nebulosi confini della scienza. Che recentemente nel Regno Unito si sia insinuato un desiderio di distruzione di un settore di eccellenza quale quello accademico, non è cosa nuova. Da qualche anno, il settore universitario è stato oggetto di diverse riforme liberali, e l’accelerazione in queste ultime settimane verso la privatizzazione del settore pensionistico universitario ha inevitabilmente portato i professori allo scontro totale. 

Siamo circa tremila docenti italiani ad essere coinvolti nel più grande sciopero che il settore universitario britannico abbia conosciuto, in risposta alla volontà di riformare il sistema pensionistico che porterebbe, dati alla mano dei sindacati, ad una perdita media di circa 11mila euro l’anno per le pensioni dei professori e ricercatori. D’altra parte le università sostengono che senza una riforma, a fronte di un deficit stimato a 6,1 miliardi di sterline (valutazione per altro contestata da altre organizzazioni), i contributi pensionistici sarebbero destinati ad aumentare significativamente con conseguenti tagli alla spesa per l’insegnamento e per la ricerca. Per questi motivi, gli atenei britannici propongono di calcolare da oggi in poi l’ammontare delle pensioni non più in base ai contributi versati o agli ultimi stipendi ricevuti, bensì seguendo l’andamento delle fluttuazioni dei mercati finanziari. Questo è il nodo della discordia. Chi vorrebbe mai, ad eccezione di chi ama il gioco d’azzardo, far gestire i risparmi di una vita ad un branco di lupi della City, con il rischio di ritrovarsi con un pugno di mosche, perché da qualche parte del mondo si è deciso, come nel 2008, di truffare le famiglie a suon di strumenti finanziari tossici? 

L’inizio della contribuzione di un docente al sistema pensionistico comincia molto più tardi rispetto ad altre professioni, tipicamente verso i 30 anni, con il primo incarico, dopo anni di studi estenuanti, e solo il suo amore verso l’insegnamento e la ricerca lo porteranno ad allontanarsi dai lauti stipendi e benefici dell’industria. L’incertezza di poter ottenere una dignitosa pensione deriva anche dal fatto che c’è molta precarietà nei contratti di lavoro, molti di questi sono a tempo determinato o legati alla vincita di fondi di ricerca, che nel post-Brexit potrebbero diventare un miraggio. Se dovesse passare quella che è una vera e propria privatizzazione del fondo pensionistico, in un clima di incertezza così diffuso come quello che sta vivendo l’università inglese, si potrebbe assistere ad un indebolimento della capacità di reclutamento delle università, e ad un progressivo collasso di quello che oggi è considerato un sistema universitario tra i migliori al mondo. Nella mia rete di amicizie accademiche, tra cui ci sono molti italiani, ci si indigna per la forte reazione di molti atenei nei confronti degli aderenti a questo sciopero, che ormai si avvia alla sua seconda settimana. Per ogni giorno che si aderisce allo sciopero viene detratto il salario dell’intera giornata e si richiede al docente la riorganizzazione delle lezioni che vengono perse, anche se questo spesso non è possibile. E qui si apre un problema non indifferente. In Inghilterra gli esami, che sono per la maggior parte scritti, vengono preparati all’inizio se non prima dell’anno accademico. Questo vuol dire che per via dello sciopero prolungato i docenti non riusciranno a coprire tutto il programma, inclusi i temi alla base dei quesiti cui verranno sottoposti gli alunni a maggio, con il rischio concreto di cause legali da parte degli studenti che non dovessero passare gli esami od ottenere il risultato sperato. Nonostante molte università abbiano aperto al dialogo, se le parti non dovessero progredire nella soluzione del problema, i sindacati hanno annunciato altre due settimane di sciopero durante gli esami. 

Considerate, infine, quanto poco vantaggioso sarebbe per tutti e per l’Inghilterra in particolare mettere a rischio quanto di più prezioso ha ed ha fornito nei secoli, richiamando su di sé l’attenzione di tutto il mondo: cioè l’indiscutibile primato delle sue università nella ricerca, nello studio avanzato e nella preparazione dei suoi studenti.

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