SCUOLA/ L’integrazione dei 15enni stranieri, quella compagnia che sfugge alle statistiche

- Gianni Mereghetti

Sono solamente il 50 per cento i quindicenni stranieri integrati nella scuola italiana, secondo l’ultima analisi Ocse. Ma c’è qualcosa che sfugge alle statistiche. GIANNI MEREGHETTI

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Sono solamente il 50 per cento i quindicenni stranieri integrati nella scuola italiana, secondo l’ultima analisi presentata dall’Ocse. Per valutare il livello di integrazione sono stati usati i seguenti criteri: i risultati scolastici, il senso di appartenenza, la soddisfazione per la propria vita, il provare o meno ansia e la motivazione ad imparare. 

Quanto ai risultati scolastici, nel complesso la metà degli studenti immigrati in Italia fatica a raggiungere i livelli richiesti, similmente a quanto accade in Francia, Svezia, Finlandia e Danimarca. Per quanto riguarda l’ansia, solo un immigrato su 5 in Italia dice di provarla rispetto alla scuola, mentre in altri paesi le percentuali sono anche doppie. Come senso di appartenenza alla comunità, solo il 54 per cento dei figli di immigrati in Italia si sente integrato, al contrario di paesi come Olanda e Spagna, dove si sente integrato nella comunità il 70 per cento dei 15enni immigrati. Sempre in Italia, il 60 per cento dei 15enni immigrati si dice soddisfatto della propria vita. Per quanto riguarda la motivazione, il 61 per cento degli adolescenti stranieri in Italia si dice motivato e ottimista rispetto agli obiettivi che vuole raggiungere, anche se (dato europeo) a parità i nativi hanno statisticamente il 7 per cento di probabilità in più di laurearsi.

Questi dati raccolti dall’Ocse riguardano gli studenti stranieri nel loro complesso e non fanno differenze di provenienza, come si dovrebbe fare. Così ciò che viene evidenziata è una situazione problematica di carattere generale che dovrebbe essere integrata da una considerazione più specifica. L’Ocse mette poi in evidenza che una delle questioni più importanti è quella della lingua, che di fatto rappresenta la questione delle questioni. 

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Con la sua indagine l’Ocse ci ripropone il problema dei figli degli immigrati e questo può aiutare a identificare la strada per affrontare in modo più efficace la loro integrazione nella scuola. E’ in questa prospettiva, ci sembra, che deve essere valutata l’indagine Ocse e non in senso sociologico o politico.

La questione seria infatti non è se gli stranieri si sono integrati o no, ma come noi li guardiamo, se ancora come stranieri e non come italiani, e come noi siamo capaci di vivere insieme; e questo è molto di più della semplice integrazione. Infatti ciò che l’Ocse non dice e nemmeno prende in esame è che tipo di rapporto la comunità scolastica e, nel suo insieme, tutto l’ambiente, instaura con i giovani stranieri.

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Il grave difetto dell’Ocse, pertanto, sembra proprio quello di considerare i cosiddetti italiani come realtà indifferente e attribuire ai ragazzi stranieri la responsabilità di integrarsi o la non volontà di integrarsi. Le cose non stanno così e se i professionisti dell’Ocse guardassero la realtà si accorgerebbero di aver saltato una domanda, di non aver chiesto mai cosa ha fatto l’insegnante per aiutare il percorso di apprendimento di un ragazzo straniero o che cosa hanno fatto i compagni di classe per integrarlo. Invece bisogna considerare questo aspetto come prioritario, tant’è vero che la motivazione dei ragazzi e delle ragazze stranieri è alta. Bisogna responsabilizzare la comunità scolastica, questa è la strada di una vera integrazione, e questo fa sentire un ragazzo o una ragazza non più straniero: che la comunità in cui studia e vive lo senta parte di sé e se lo vede in difficoltà lo aiuti. Fino ad oggi purtroppo l’atteggiamento dominante non è questo, ma è quello di chi sta a guardare per vedere nei casi migliori se un ragazzo straniero ce la fa o nei casi peggiori per stracciarsi le vesti per le sue incapacità.

Per questo suggeriamo alla scuola tre cose che possono aiutare ad affrontare il problema. La prima è che nella scuola si faccia esperienza di rapporti umani veri dove ogni altro è una ricchezza; la seconda è che la comunità scolastica insegni a questi ragazzi ad usare la lingua italiana (tutta la comunità scolastica e non solo gli insegnanti di lingue); la terza è di imparare dalle realtà di volontariato come si trattano i ragazzi stranieri, ovvero non da ragazzi stranieri, così da portare dentro la scuola tanta umanità. Per inciso vorrei suggerire ai professionisti dell’Ocse di guardare la mostra sulle Nuove Generazioni presentata al Meeting di Rimini e che porta come sottotitolo “I volti giovani dell’Italia multietnica”, perché questa mostra sfida a cambiare impostazione, a non considerare più lo straniero come problema ma come ricchezza. 

In tal modo la questione non è se i ragazzi stranieri sono integrati, ma che tipo di rapporti vi sono dentro una classe, se vive una amicizia in cui ognuno cresce, prende coscienza di ciò che vale e lo mette a frutto. La mostra sulle Nuove Generazioni racconta storie di ragazzi e ragazze che hanno incontrato uno sguardo su di sé e questo li ha fatti crescere. È il problema serio della scuola: che vi si possa incontrare uno sguardo. 

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