UNIVERSITA’/ Così la formula del “tutto a tutti” ha tradito giovani, famiglie e imprese

E’ meglio il numero chiuso delle università britanniche o l’accesso a tutti delle università italiane? Un dato è certo: il “tutto a tutti” ha prodotto tanti guai. FRANCESCO MOSCONE

10.04.2018 - Francesco Moscone
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I flussi degli accessi alle università dovrebbero essere controllati o no? Posta la questione in altri termini, è meglio il numero chiuso delle università britanniche o l’accesso a tutti delle università italiane? In via di principio è difficile essere in disaccordo con il diritto alla formazione sancito dall’articolo 34 della Costituzione che nel terzo comma così recita: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Attuare effettivamente un principio di tale portata però non è cosa semplice se si considera che le risorse investite spesso sono insufficienti e che per le statistiche siamo tra gli ultimi Paesi in Europa negli stanziamenti per la formazione universitaria. 

Siamo veramente sicuri che con la formula “tutto a tutti”, con le casse dello stato praticamente vuote, non stiamo tradendo le aspettative di tante famiglie e aziende, che chiedono eccellenza nell’educazione e formazione? 

Nietzsche, nel suo famoso Crepuscolo degli idoli, sostiene che ogni cosa bella e grande non può essere destinata alle masse. Secondo il filosofo sarebbe una contraddizione pensare che ad una “educazione superiore” possa accedere un numero esorbitante di giovani. Seguendo questo ragionamento, il sovraffollamento degli atenei, con insegnanti sovraccarichi di ore di didattica e ricerca, assillati dalla burocrazia più inefficiente, non può produrre altro che, con le dovute eccezioni, quelli che Nietzsche definisce “tangheri addottrinati”. 

In Italia l’educazione e la formazione si sono volute avviare sfidando la legge economica della scarsità delle risorse: educazione e formazione per tutti, come a tutti è stato promesso un reddito di cittadinanza e tante altre cose, nonostante non sia più possibile mascherare il principio della scarsità, perché indebitarsi fino al collo non ci è più permesso, a meno che non si voglia uscire dall’Europa. Quanta demagogia si trova in questo “per tutti” e “a tutti”, slogan che continuano ad essere vincenti nella politica, perché col dire “tutti” si fa passare l’idea che anche i meno dotati possano riprendere a sognare, almeno per un po’. E’ come quando ci si giocano in tabaccheria i numeri che ci ha passato nel sogno la nonna dall’altro mondo.

Eppure, fino a pochi anni fa, l’abbandono universitario dovuto alle mille difficoltà rendeva in pratica l’università italiana molto elitaria. La selezione era durissima nei primi anni; ingegneria, matematica e medicina tra le più ostiche, e di certo aver potuto frequentare un buon liceo classico o scientifico aumentava la probabilità di successo. I professori partivano dall’assunzione che tutti gli studenti avessero una buona preparazione di base, a prescindere dalla scuola frequentata, e pertanto il programma era complesso e ampio sin dalle prime lezioni. Molti miei coetanei che negli anni novanta frequentavano un’università italiana, per rimanere in corso dovevano vivere gran parte del periodo universitario in una clausura quasi totale. Dovevano dedicarsi interamente allo studio, con il risultato di essere esclusi dalle grandi questioni del loro tempo e dalle suggestioni più affascinanti della loro gioventù. Molti studenti avevano dei riti quasi scaramantici che li rassicuravano sul successo agli esami. Per esempio, c’era chi si alzava all’alba per occupare un posto in prima fila alla lezione di diritto pubblico. Si diceva che così il prof si sarebbe ricordato dei loro attenti e devoti volti da secchioni e forse, insieme ai suoi terribili assistenti, sarebbe stato anche magnanimo nell’esame orale quando chiedeva di ricordare a memoria una postilla dell’Amato-Barbera. C’era anche chi rinunciava a seguire il corso di matematica, perché dagli ultimi banchi seguire gli esercizi del Barozzi-Corradi, scritti con il gesso alla lavagna, era una impresa più difficile di quella di un funambolo che si esercita ad occhi bendati mentre ripete a memoria la Divina Commedia. E poi c’erano gli amici che studiavano fuori sede, con la quotidiana angoscia di non essere in grado di laurearsi in tempi brevi e quindi di continuare a gravare sui bilanci delle loro famiglie.

Io, a differenza dei miei amici, avevo deciso di frequentare l’università inglese, che al contrario di quella italiana si fonda sulla logica del numero chiuso. Era come frequentare un liceo, conoscevo bene i miei professori, frequentavo le loro lezioni, ma andavo anche con loro a giocare a calcio, e poi ci si fermava al pub, a parlare di tutto, dal contenuto dei corsi ai temi di politica attuale. Gli studenti non erano soltanto inglesi, ma provenivano da diverse parti del mondo, e questo permetteva una crescita personale che si realizzava attraverso le tante associazioni sportive, e non solo, attive durante tutto l’anno accademico. Come nelle scuole superiori, nelle università inglesi quasi tutti completano gli studi in tempo, nessuno può rifiutare i voti alla fine dell’anno, ogni studente ha accesso a un computer e ha un tutore personale che lo segue lungo tutta la sua esperienza universitaria. Nel Regno Unito le aule sono capienti e corredate della necessaria tecnologia, inoltre, essendo gli esami tutti scritti e anonimi, i professori non possono fare preferenze.

In sintesi, mentre in Inghilterra l’università appariva più come un “liceo”, ben organizzato e con una forte impronta specialistica, in Italia si lottava per la sopravvivenza, e nonostante le tante ingiustizie si produceva una classe intellettuale superiore, alla Nietzsche. Qualche anno dopo sono state portate avanti delle riforme che prevedevano una laurea ridotta a tre anni come quella inglese. Vi fu un proliferare di corsi di laurea che spesso non corrispondevano per nulla alle esigenze del mercato. Dispense poco impegnative hanno incoraggiato ad iscriversi all’università anche dipendenti pubblici, che fino ad allora non avrebbero mai pensato di poterlo fare. In questo modo acceleravano la loro carriera, ma veniva ulteriormente abbassato il livello degli studi necessario a conseguire il titolo di laurea. L’università italiana era diventata ancora più inclusiva, con l’errore di dare tutto a tutti a scapito della qualità della preparazione.

L’esperienza inglese dimostra che limitare il numero degli iscritti non vuol dire garantire, come avrebbe auspicato il grande filosofo, “istruzione superiore”. Il loro è un liceo, seppur un ottimo liceo. D’altra parte, l’Italia, nel continuare a essere inclusiva in mancanza di risorse adeguate, fatte tutte le eccezioni, si è dovuta arrendere alla mediocrità.

Una soluzione è possibile? Problema complicatissimo, ma cominciare ad affrontarlo si può e si deve. Secondo la mia opinione, un filtro di ingresso alla università è necessario, ma non dovrebbe essere eccessivamente discriminante, considerati i limiti dei test. Discriminante al massimo deve essere la valutazione della preparazione dello studente nei primi esami fondamentali, per scoraggiare la frequenza da parte di chi non ha attitudine a raggiungere gli elevati livelli richiesti dal corso.

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