SCUOLA/ Se un prof di filosofia è costretto a cercare i suoi studenti in ospedale

- Leonardo Eva

I sostenitori ideologici dell’alternanza scuola-lavoro trascurano di considerare che ogni scuola ha le sue specificità, e dunque l’Asl non si può applicare ovunque. LEONARDO EVA

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LaPresse

Caro direttore,
alcuni anni fa il sindaco della mia città (Firenze) appena eletto pedonalizzò in fretta e furia Piazza del Duomo, senza preoccuparsi minimamente di organizzare una forma economica di servizio pubblico in grado di far arrivare in centro le persone con difficoltà di deambulazione e soprattutto provocando gravi problemi nelle vie limitrofe alla piazza, prese d’assalto dagli autobus, a cui era stato improvvisamente vietato il passaggio accanto alla cattedrale di Santa Maria del Fiore.

Il sindaco ebbe notevole pubblicità e grandi elogi. I problemi rimasero (e rimangono ancora, dopo quasi due lustri) irrisolti. 

Alcuni anni dopo, il presidente del Consiglio dei ministri, nell’ambito dell’ennesima riforma scolastica (“Buona”, questa volta), impose l’alternanza scuola-lavoro.

Nel giro di pochi mesi, diversi docenti si trovarono (senza alcuna possibilità di discuterne) di fatto costretti a un gran lavoro di tipo burocratico (telefonate, richieste, controllo di firme…) che nessuno aveva insegnato loro e che ovviamente non aveva alcun compenso dignitoso. Meri esecutori di quanto deciso centralmente.

Il sindaco e il presidente del Consiglio, si sarà capito, erano la stessa persona: Matteo Renzi. Evidentemente amante del classico detto: “Armiamoci e partite!”.

Mi permetto di intervenire nell’interessante dibattito sull’alternanza scuola-lavoro, da tempo attivo sulle pagine del Sussidiario per proporre alcune osservazioni ricavate dalla mia esperienza (faccio quindi riferimento al liceo, dato che insegno filosofia e storia).

1. Innanzitutto un po’ di matematica: calcolando 30 ore settimanali (ma spesso sono meno), possiamo dire che 200 ore di alternanza al triennio del liceo corrispondono a quasi due mesi di scuola. Se vogliamo cercare di “lasciare in pace” gli alunni di quinta, questo significa che sia in terza che in quarta i ragazzi avranno quasi un mese di alternanza. Ce ne rendiamo conto? Non è un po’ tantino?

2. Se aggiungiamo qualcuno tra i mille progetti che vengono realizzati nelle scuole di oggi e magari un viaggio d’istruzione, comprendiamo che chi sostiene che è diventato un lusso stare in classe a far lezione (non frontale, mi raccomando, altrimenti si passa per insegnanti retrogradi) ha qualche ragione.

3. E le attività proposte nell’alternanza? Sono ormai famose le esperienze di chi passa ore e ore a far fotocopie, a fissare il vuoto o a spuntare nomi su una lista. Ma anche quando le cose vanno meglio, a fronte di sforzi burocratici giganteschi (imposti ai docenti), ciò che viene realizzato è appena un piccolo “antipasto” di lavoro. Vale la pena? Possiamo discuterne?

4. In tutto questo, il ruolo dei genitori nell’educazione dei figli è ulteriormente impoverito. La scuola è considerata ancora una volta supplente rispetto all’incapacità dei genitori di chiedere ai propri figli di trovarsi un’occupazione temporanea per cominciare a far esperienza del mondo del lavoro. È giusto? Anche su questo punto, potremmo aprire una discussione?

5. Al di là delle belle parole, è implicita, in chi propone l’alternanza al liceo, l’idea che in fondo studiare Dante serva a poco per trovare il proprio posto nel mondo. Molto meglio farsi qualche settimana di lavoro, che stare a chiacchierare di Vita nuova o Commedia… Ma chiunque abbia studiato decentemente al liceo sa che è vero proprio l’opposto. Chi parla del liceo come di una turris eburnea evidentemente non ha avuto buoni insegnanti (ci dispiace per lui).

Chiudo con una storia interessante.

A fine maggio ho incontrato uno dei migliori insegnanti di filosofia che io conosca. Mi ha raccontato di aver passato una mattina intera all’ospedale a cercare i propri alunni che erano impegnati là in un’attività di alternanza scuola-lavoro e a controllare che tutto andasse bene.

Ecco: questa è la morte della scuola italiana. 

Quel docente dovrebbe infatti insegnare filosofia e storia finché le forze glielo consentiranno: in passato ho letto spesso sui volti dei suoi alunni la gratitudine verso di lui. A far passeggiate all’ospedale o altrove, vadano magari i non pochissimi docenti demotivati che la scuola ogni giorno ci fa incontrare.

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