SCUOLA/ Settembre, un patto tra studenti e prof per scendere dal tapis roulant

- Cinzia Billa

La scuola ricomincerà tra poco e il rischio per molti docenti è quello di riprendere a lavorare con un approccio meramente impiegatizio. Censurando la domanda degli studenti. CINZIA BILLA

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LaPresse

Settembre è alle porte e, dopo l’inizio del campionato di calcio, l’imminente inizio dell’anno scolastico è annunciato da vignette che ironizzano sul “terrore” degli insegnanti e da articoli che in vario modo iniziano a scaldare il clima su problemi organizzativi, organico, vaccini, sicurezza degli edifici scolastici, ecc. Eppure, nonostante si esca da un agosto particolarmente drammatico, è grande il rischio di essere trascinati in una routine secondo un’inerzia ciclica stagionale e di entrare nell’anno scolastico come salendo sul tapis roulant.

Ecco, come insegnante vorrei essere salvata da questo rischio. Perché iniziare così significherebbe non iniziare affatto. E l’affannarsi tra mille riunioni non scalfirebbe un approccio impiegatizio al mio lavoro. Forse dovuto ad una scarsa o falsa coscienza — o addirittura una mancanza di speranza — riguardo all’emergenza educativa e alla partita che si gioca nelle nostre scuole oggi. C’è una cosa più terribile che entrare in campo sapendo (o credendo di sapere) come andrà a finire? Sarebbe una partita senza senso, senza affezione e reale compromissione o, come dicono gli inglesi, commitment. E senza senso non c’è educazione, non c’è scuola. Da dove la demoralizzazione? Gli insegnanti e, che è peggio, di riflesso i loro studenti, percepiscono troppo spesso il tempo scuola, la loro fatica, come sostanzialmente irrilevanti o non incidenti sulla realtà. Ma è veramente così? 

Il 21 agosto scorso, al Meeting di Rimini, diversi autorevoli protagonisti della manifestazione, tra cui il ministro dell’Istruzione, Bussetti, hanno sottolineato come la formazione e l’istruzione sono decisive per lo sviluppo dell’Italia. Ancor più se l’Italia, come ha detto Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la sussidiarietà, è oggi un paese più piccolo in un mondo più grande in termini di concorrenza di mercato. E l’Italia registra anche un dato drammatico riguardante il Sud: crisi demografica, crisi occupazionale, un milione 880mila Neet (acronimo inglese riferito ai giovani tra i 15 e 29 anni “not (engaged) in education, employment or training“, ossia non impegnati nello studio, né nel lavoro né nella formazione).

La partita della scuola e dell’istruzione è di categoria altissima. Ne va del futuro e del destino di un popolo e del suo contributo al mondo intero. Ma che c’entro io?

“La” questione è proprio questa: in classe ho davanti Pietro, Luisa, Mohammed, non i massimi sistemi. La storia particolare che si svolge nella relazione educativa tra insegnante e alunni cosa e come c’entra con tutta la realtà? Che c’entra il mio io con il mondo? Occorre che il senso di sproporzione diventi domanda. Che significa insegnare e, per dirla con il titolo di uno degli incontri del Meeting di Rimini, “L’istruzione rende l’uomo felice?”. 

La partita può essere persa a tavolino o veramente giocata, a seconda di come trattiamo questo livello di domande. Insegnare una funzione di secondo grado, Dante, Leopardi, la geografia ha senso per me e per i miei studenti solo se quel che insegno o studio (n.b. tempo presente!) io l’ho scoperto e lo riscopro come significativo per me. C’entra con il mio desiderio di bellezza, giustizia, amore, felicità, ora, in questo mondo dove sembra crollare tutto, non solo i ponti. Se non insegniamo con questo orizzonte totale di domande non è perché non le abbiamo, ma perché abbiamo deciso che non hanno risposta, che non valgono la pena. E come si fa a sostenere lo sguardo dei ragazzi trasmettendo silenziosamente una disistima per la vita e l’avventura umana? Ci si può rifugiare sul tapis roulant dei doveri, delle carte, delle verifiche e dei voti senza incontrare niente e nessuno, avere sette classi e sfuggire allo sguardo, all’attesa dei ragazzi che interpellano il mio, il nostro io? Sì, ma al prezzo di una noia mortale. E di nessun insegnamento. Perché esso esige educazione, cioè introduzione alla realtà totale, come diceva don Giussani: la comunicazione di un’ipotesi di significato che soddisfi tutta la portata del desiderio umano. E questo, noi insegnanti, lo sappiamo. Quando accade un fatto che scatena e porta a galla le domande, la lezione si accende, il dialogo si fa interessante. Anche per i prof.

E questo c’entra con la didattica. In un incontro con un centinaio di ragazzi siciliani, questa estate, Valerio Capasa, insegnante di lettere nei licei (invitato a parlare del “perché studiare” nel bel mezzo di una vacanza) ha detto che “può capire un testo chi ha problemi”, chi è ferito dalla realtà. In effetti, La ginestra di Leopardi oggi parla di più ai ragazzi del Molise che in dieci giorni hanno tremato tre volte. Studiare diritto ha un altro significato se non ci si aspetta la restituzione di una sequenza di formule da ripetere e se io che lo insegno rischio il mio desiderio di giustizia in un mondo dove neanche il concetto di “persona” è più scontato. Occorre un desiderio desto, per educare insegnando. Lasciarsi pro-vocare dalle cose, non aspettarsi soluzioni facili, stare con gli studenti rischiando la nostra personale e insopprimibile urgenza di significato in un dialogo disarmato e libero davanti alle sfide nuove che fanno nuova l’avventura. E in dialogo disarmato anche con i colleghi. Perché, come ha detto Eddo Rigotti qualche anno fa, la competizione da gara è una cosa, quella da partita esige una squadra e un’appartenenza. Solo così potremo contribuire alla crescita di ragazzi autenticamente critici e liberi, consapevoli della loro statura e di un compito da svolgere nel mondo. 

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