SCUOLA/ L’inizio è uno sguardo nuovo, non una morale (o una tecnica)

- Gianni Mereghetti

Occorre iniziare l’anno prendendo sul serio la percezione di una mancanza, il “buco”, frutto della mentalità contemporanea, di cui parlava Foster Wallace. GIANNI MEREGHETTI

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(LaPresse)
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Sarebbe interessante iniziare il nuovo anno scolastico da queste osservazioni di David Foster Wallace: “Secondo me il motivo per cui la gente si comporta male è che fa veramente paura stare al mondo ed essere umani, e siamo tutti, tanto spaventati (…) la paura è la condizione di base, e ci sono motivi di tutti i tipi per essere spaventati. Ma il punto (…) è che il nostro compito qui è di imparare a vivere in modo tale da non essere costantemente terrorizzati. E non nella posizione di voler usare qualunque strumento, di usare le persone per tenere lontano quel tipo di terrore (…) Per quanto mi riguarda il volto che do a quel terrore è la nascente consapevolezza che nulla è mai abbastanza, mi spiego? Che il piacere non è mai abbastanza, che ogni traguardo raggiunto non è mai abbastanza. Che c’è una sorta di strana insoddisfazione, di vuoto, al cuore del proprio essere, che non si può colmare con qualcosa di esterno (…) e la sfida che ci si prospetta, in particolare, sta nel fatto che non c’è mai stata così tanta roba, e di qualità alta, proveniente dall’esterno, che sembra tappare provvisoriamente quel buco, o nasconderlo”. (David Lipsky, Come diventare se stessi. David Foster Wallace si racconta, 2010)

E’ il “buco” che tutti gli studenti e tutti gli insegnanti sentono quando dopo le vacanze con il ritorno a scuola vi è l’impatto con la realtà del nuovo anno scolastico. Un buco che chiude alla realtà, che aspetta di adattarsi e quindi di scomparire oppure un buco che sfida a guardare a ciò che inizia, che provoca ad un nuovo inizio.

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Don Luigi Giussani a Viterbo nel 1977 parlava di una provocazione alla vita che permane; in questo identificava il nuovo inizio, sottolineando la provocazione alla vita e non all’intelligenza o all’esigenza di una nuova morale. Dopo quarant’anni quella provocazione alla vita è ancor più forte, perché deve reggere a quanto è accaduto in tutto questo tempo, al crollo di tutte le certezze e alla sfiducia che ne è conseguita, per cui il vuoto che si sente non è il trampolino di lancio verso un’avventura nuova, ma la caduta libera nello scetticismo che pervade ogni ambito.

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Forster Wallace ha bel identificato il punto di rottura della mentalità contemporanea, il diventar evidente che nulla ci basta; neanche le vacanze sono state sufficienti per rispondere al desiderio di essere felici. Neanche l’intelligenza della condizione in cui siamo però ci basta: andare a scuola con quel buco in noi porta a guardare alla realtà con un’attesa nuova. Chissà che Forster Wallace questa volta si sia sbagliato a non aver fiducia in qualcosa di esterno, a non lasciare aperta questa possibilità, che tra i volti noti, tra le procedure conosciute accada qualcosa di non immaginato, ma di così umano da farci prendere sul serio questa mancanza che portiamo in noi, fino a vivere la scuola come provocazione, mossa esistenziale. 

Un anno è nuovo perché l’umano viene affrontato di petto, riportando tutti — studenti e professori — alla posizione originaria, quella che la cultura ha stravolto. E la posizione originaria non è la paura, ma la meraviglia.

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