BIMBO NERO DI FOLIGNO/ Quello che non si dice, tra ipocrisia e falsa narrazione

- Gianfranco Lauretano

Ancora sul caso di Foligno. Dei maestri in realtà non importa niente a nessuno. E non sono gli unici attori della vicenda

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Scuola (LaPresse)

Ho molto apprezzato l’articolo di Emanuele Contu sull’episodio del maestro di Foligno che sarebbe stato razzista nei confronti di un bambino di colore. In particolare, oltre al realismo nel descrivere la situazione, mi è sembrata utile la sottolineatura sul ruolo perlomeno disordinato dei social, quello ufficiale e supposto cauto delle istituzioni, quello dei possibili fraintendimenti e ingigantimenti di un episodio abbastanza ridicolo e molto più innocuo. Non concordo con la conclusione dell’articolo, però, dove si accenna all’idea che il maestro di Foligno sia, su questioni come il razzismo che si descrive montante, la nostra immagine nascosta: “Forse, se qualcosa possiamo trarre da questa storia che presto finirà nel dimenticatoio, è che il maestro di Foligno è il nostro ritratto di Dorian Gray e guardarlo da vicino, “con quella nota di crudeltà nelle labbra, ci ha fatto per un attimo scoprire qualcosa di ciò che siamo diventati”.

Ecco, qui, proprio non ci siamo. Essendo maestro anch’io e rischiando anch’io quotidianamente la vergognosa gogna mediatica sotto cui giace il collega di Foligno, vorrei riprendere alcuni spunti a partire, più che dalla teoria, dall’esperienza, dai fatti e dai personaggi. A proposito dei fatti di Foligno, infine, non sottovaluterei la fame di denaro che hanno oggi molte persone, e la strada facile che si apre loro quando si parla di minori…

Primo personaggio: il maestro. Quarantadue anni, padre di famiglia, da dieci anni precario, ora ha perso il lavoro, essendo stato sospeso. Ho provato a mettermi nei suoi panni e non oso immaginare cosa stia vivendo. Così la frase “che presto finirà nel dimenticatoio” di Contu può valere per tutti, persino per quei bambini il cui trauma per l’episodio sofferto è tutto da dimostrare (e io non ci credo; Pier Paolo Pasolini diceva che è ora di smettere di trattare come degli incapaci senza nerbo i nostri figlioli), fuorché per il disgraziato collega.

Ma Contu svela involontariamente l’aspetto nascosto della vicenda: dei docenti non importa niente a nessuno. L’insegnante avrebbe affermato di aver voluto fare un esperimento sociale: e perché non credergli? Davvero siamo ridotti a dare più fede alle parole dei bambini rispetto a quelle di un insegnante, oltretutto costretto a una vita professionale dura, precaria, da mantenere senza certezze giorno per giorno? Ma li conosciamo o no i bambini? Non sappiamo che basta alzare un po’ la voce per far dire loro tutto quello che ci pare? Sembra che il procuratore competente, quello di Spoleto, non abbia ancora deciso come procedere. Meno male. Speriamo che cestini al più presto le carte ridicole di questa autentica fake, che sarebbe tale persino se le intenzioni fossero state quelle spifferate dai pargoletti in questione.

Secondo personaggio: i genitori. Tutto sarebbe partito dall’aver postato sui social la vicenda da parte loro. E già questo è un abominio: per chi non ha contatti col mondo della scuola, volevo informare che i docenti sono costretti a far firmare moduli su moduli sulla privacy dei bambini, e liberatorie per fare anche solo una foto di gruppo e montagne di carte per tutelare l’immagine degli alunni, cosa comprensibile coi tempi che corrono. Ma perché allora si può accusare impunemente un docente sbattendolo sui social? Non potevano esserci strade più serie e discrete, a cominciare col parlare al docente stesso, in privato, e al dirigente della scuola? Cosa significa questa costruzione del mostro fatta mediante la chiacchiera internettiana?

Ecco un tema che vorrei condividere con tutti i docenti, la politica e magari gli esangui sindacati: a quando una legge che faccia diventare reato la volgare calunnia che quotidianamente si fa contro di noi da parte dei genitori su Facebook, whatsapp e parenti tutti? Contu, con un’espressione azzeccata, parla della vita della scuola definendola “carsica”. Ci piacerebbe davvero che ogni scuola tornasse ad essere una cittadella discreta, educata, riservata, in cui chi non ci vive la smetta di ficcare il naso e spararla grossa ad ogni cambio di luna. Sogno uno Stato in cui quei genitori vengano incriminati per reato contro pubblico ufficiale. Ma è un’utopia.

Non solo: chiunque lavori nella scuola sa bene che questa è piena di bambini razzisti. Una buona parte del nostro lavoro educativo va nella direzione di far conoscere e presentare come amico il diverso, lo straniero, l’altro in genere. Ma i bambini non sono razzisti, per cui quelli che scacciano il diverso, rifiutano di giocare con lui, lo isolano (ce n’è una miriade) lo fanno perché lo imparano in casa. Che fare dunque con questi genitori? Li sbattiamo, pure loro, su Facebook? Togliamo la patria potestà? Li denunciamo in procura? O, come sembra, facciamo finta di niente? Due pesi e due misure…

Terzo personaggio: i giornalisti. Qui non mi dilungo, ma l’impressionante campagna mediatica su un episodio ridicolo cela la malafede politica al cui servizio evidentemente costoro lavorano. La narrativa che passa infatti è la seguente: il clima di chiusura ai migranti, odio per lo straniero, campagne sovraniste varie è riecheggiato anche nella scuola. Squali che non attendevano altro…

Quarto personaggio: i dirigenti, dal preside al ministro. Ancora una volta è stato chiaro come i docenti siano soli. A chi come me è abituato a pensare alla scuola come lavoro e costruzione comune, in cui dai bidelli ai docenti ai dirigenti si collabora e lavora insieme per fare il meglio possibile, vedere come è stato trattato il collega di Foligno mi scandalizza. Capisco che l’inquinamento ambientale renda impossibile la sua permanenza in quel posto, ma tra il trasferirlo e il togliergli il lavoro c’è un abisso, che si trasforma in un dramma molto serio per chi ha una famiglia da mantenere. Sono anche disgustato dalle due affermazioni del ministro: intanto sembra già aver deciso che un “suo” insegnante è colpevole, suppongo senza neppure averlo visto in faccia: prendiamo atto che nel nostro Stato di supposto diritto, la presunzione di innocenza si applica a tutti fuorché agli insegnanti. In secondo luogo il suo invito a denunciare subito tutti gli episodi del genere ha il gusto sovietico dove al posto del Kgb abbiamo messo Facebook. Tutto questo mi sembra terribile. Dov’è la cautela istituzionale, la ricerca della verità oggettiva dei fatti, anche la sdrammatizzazione di una possibile sciocchezza non così tragica…?

L’articolo di Contu ci dà un’informazione a cui non avevo mai fatto caso: vivono e lavorano nella scuola italiana dieci milioni di persone, tra grandi e piccini. Su sessanta milioni di abitanti è una percentuale impressionante. L’anello debole di questa enorme macchina, “il più grande fenomeno sociale organizzato del nostro Paese” è anche il suo centro attivo e propulsivo: gli insegnanti. Alla fine, vediamola come ci pare, sono loro che fanno la scuola giorno dopo giorno, con una paga da pezzenti, e con una tale scarsità di risorse che parole alla moda come “inclusione”, con cui ogni dirigente da troppo tempo si riempie la bocca, suonano solo come teoria ipocrita agli orecchi di chi, insegnando, rischia il pane in balia di tutti e senza la stima di nessuno.

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