SCUOLA/ “Mixed reality”, Byod e Aurasma: quando i docenti distruggono gli alunni

Corsi di aggiornamento per docenti che spacciano il Nulla per sapere professionale ma, quel che è peggio, sembrano fatti apposta per distruggere il soggetto

09.03.2019 - Corrado Bagnoli
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Non faccio altro, qui, che copiare quanto scritto nella presentazione di un corso di aggiornamento per insegnanti della scuola secondaria di primo grado:

Contenuti e contenitori per la didattica con la augmented reality e la mixed reality per la scuola secondaria di primo grado corso intermedio”.

Questo il titolo. Qui di seguito, invece, la descrizione del corso:

12 ore, 4 incontri da 3 ore. La narrazione digitale si sposta verso la realtà virtuale, la realtà aumentata e la mixed reality. Il corso fornirà competenze per l’organizzazione di lezioni on line attraverso repository per la didattica e per la fruizione da BYOD (es. blendspace, Google sites …). – Integrazione di AR attraverso QRCode. – I modelli 3D per la didattica aumentata. – Dalle card AR esistenti alla loro realizzazione con Aurasma, fino alla creazione di cartine e mappe parlanti, con narrazioni stratificate. – Narrazione attraverso la geolocalizzazione: da my Maps a Earth, passando per Tour Builder. Il corso avrà un taglio calibrato per i docenti della scuola secondaria di primo grado”.

La cosa curiosa non è che tutto questo ben di Dio venga elargito gratuitamente agli insegnanti assetati di sapere come raccontare quisquilie con i nuovi strumenti per il raggiungimento del successo formativo e della felicità esistenziale. Ciò che è curioso è che il corso corrisponde a quelli previsti dal progetto regionale “Generazione Web” che quest’anno non è stato approvato per un errore di leggibilità di un file allegato al bando.

Ma come, mi volete far raccontare la realtà aumentata, mixata, digitalizzata e poi mandate tutto a puttane perché mi allegate un file non leggibile?

Ma non possiamo mica soltanto sottolineare l’incongruenza di ciò che si dice con ciò che si fa nella scuola italiana. C’è qualcosa di ben più grave, di antropologicamente devastante, di altamente e banalmente maligno, direbbe la Arendt, in tutto questo.

In queste righe si legge come la crisi della scuola oggi sia un problema teorico, e non solo di linguaggi. A cominciare dalla banalizzazione, dall’inflazione e dallo svuotamento di significato della parola narrazione, che oggi è usata come una sorta di apripista per ogni proposta.

Se la scuola italiana fosse onesta con se stessa e con i suoi studenti, comincerebbe a dire le cose come stanno. E le cose stanno così come il corso qui presentato dimostra: la scuola è un non-luogo in cui il venire meno dell’esperienza, della vita come esperienza, rende obsoleta la narrazione, anzi la rende impossibile. Le immagini e il linguaggio, scarno, asettico, didascalico sono oggi solo in grado di informare. Come dice sempre la Arendt, “rispondere alla domanda ‘chi?’, vuol dire raccontare la storia di una vita. La storia raccontata dice il chi dell’azione”.

Aldo Gargani afferma in un suo splendido testo: “Noi non possiamo in realtà che raccontare, in quanto raccontando noi diventiamo quello che siamo, mentre quando parliamo senza raccontare, quando noi definiamo, quando noi spieghiamo, noi allora non siamo quello che in effetti siamo”. La narrazione presuppone un io, ma non solo: essa consente la formazione stessa dell’io, la narrazione restituisce la dimensione personale.

Ma tutto quanto oggi viene proposto nella scuola va esattamente nella direzione opposta: la crisi della scuola è quella di una distruzione che comporta, come la chiama Massimo Borghesi, “una doppia assenza: quella del docente-maestro e quella dello studente-discepolo”. Nell’esasperazione metodologica, nella formalizzazione dei linguaggi ciò che sparisce sono i soggetti che fino a ieri erano i protagonisti dell’avventura scolastica. Ciò che è ancora più crudele è che quegli stessi obiettivi che in certi corsi si vogliono raggiungere, sono praticamente irraggiungibili proprio perché mancano le basi della narrazione: c’è una sorta di congedo dal racconto. C’è narrazione quando uno racconta o scrive una storia, quando c’è chi ascolta o legge questa storia. E a sua volta chi ascolta sa riassumere e raccontare a modo suo quella stessa storia.

Ma provate voi a far riassumere la fiaba di Biancaneve a un ragazzo di prima media: se la scrive sul quaderno, fa dei trattini o scrive dei numeri a cui fa seguire degli episodi, non sempre seguendo l’intreccio della storia, dimenticando fatti essenziali, distorcendo quella realtà virtuale che sta nel libro; se la racconta non è in grado di collegare le frasi, cincischia con i verbi, si aggrappa con gli occhi all’insegnante perché gli venga in soccorso con una congiunzione subordinante qualsiasi.

Dài, avanti professori, fate corsi sulla augmented reality, siate complici della distruzione antropologica alla quale stiamo assistendo. Oppure fate come Giuseppe, il mio solito vecchio amico professore che, nella sua seconda media, l’altro giorno, ha oscurato l’aula con gli alunni che pensavano già alla Lim e a qualche filmato. Invece lui è passato a distribuire delle candele, le ha accese con un accendino, ha distribuito le fotocopie del canto XXVI dell’Inferno di Dante, si è messo in piedi davanti alla cattedra e nella penombra, senza premettere se non poche informazioni essenziali, ha cominciato a raccontare con la sua voce, che un po’ sa copiare Vittorio Gassman e Carmelo Bene: “lo maggior corno de la fiamma antica”. Alla fine s’è beccato anche l’applauso, non fiatava nessuno dei suoi dislessici, disgrafici, splendidi, magnifici alunni semianalfabeti. Poi c’è stato il tempo per le spiegazioni, le parafrasi: prima l’esperienza della narrazione di un’avventura con cui poi ha chiesto che i ragazzi si misurassero.

Il giorno prima, sempre lui, il fantomatico Giuseppe, leggendo a un centinaio di ragazzi delle classi seconde le pagine di Click!, un bel romanzo del mio amico Luigi Ballerini, si è trovato davanti una ragazza in lacrime che ha rivissuto, dentro la storia che le scorreva davanti, la sua esperienza di paura e vergogna. Che ha poi scritto in un bellissimo tema.

Io non lo so se Giuseppe parteciperà a questo corso, so per certo che potrebbe dire a tanti suoi giovani colleghi cosa conta davvero, cosa ci vuole per fare la scuola. Cos’è che aumenta la capacità di narrazione, cosa è in grado di aggiungere realtà a realtà. Come si possa contribuire a formare personalità e a porre le premesse di una civiltà. Roba grossa, altro che augmented.

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